mercoledì 14 febbraio 2018

Giungla Esquilino


Italianità


Quest’anno ricorre il centenario della vittoria della I Guerra Mondiale, in seguito alla quale l’Istria, Zara e poi Fiume entrarono a far parte del territorio italiano, completando il processo risorgimentale unitario.
 
Per ricordare questa ricorrenza abbiamo deciso di interrogarci non soltanto sulla storia del confine orientale ma su quell’elemento che ci rende popolo: l’italianità.
 
Un’identità fatta di lingua, cultura, tradizione, storia comune, comune sentire, che rappresenta il presupposto stesso per l’amore per la nostra terra e per la nostra gente.
 
Un’identità che interessò anche quanti, in Istria e Dalmazia, in seguito alla II Guerra Mondiale, non potendo accettare di sentirsi ospiti in casa propria decisero – anche in conseguenza delle persecuzioni titine – di rifugiarsi nella Madrepatria. Abbiamo perciò voluto sottolineare come sia importante riscoprire questo legame, in virtù del quale centinaia di migliaia di istriani hanno scelto la destinazione del proprio esilio.
 
Abbiamo provato a raccontare tutto questo in un manifesto in cui Nazario Sauro, l’eroe italiano e istriano della Grande Guerra, compare al fianco di Dante Alighieri, simbolo indiscusso e invidiato della nostra grande identità nazionale.
 
Ad accomunare i due personaggi, le cui vite furono temporalmente e geograficamente così distanti, fu proprio la comune appartenenza e dedizione all’italianità, al comune sentire della grande famiglia degli italiani che prescinde dal tempo, dallo spazio e dai confini degli Stati.

"Comitato 10 Febbraio"

martedì 30 gennaio 2018

Bloody Sunday


46 anni fa la voglia di libertà di un intero popolo 
venne schiacciata e repressa con violenza, 
arresti e pallottole scaricate senza pietà sulla folla inerme, 
questo è stato il Bloody Sunday, 
la domenica di sangue, una ferita 
ancora aperta per il popolo irlandese.
Sognavano un Paese libero ed unito,
forse un giorno lo sarà davvero.
Dedicato ai patrioti irlandesi.

La responsabilità che batte l’inganno (di A. Panigutti)


da alessioporcu.it 

Sulla questione della candidatura alle Regionali, il centrodestra è andato vicino all'autoannientamento. Colpa di un inganno politico e mediatico. Sventato grazie al senso di responsabilità. Il ruolo di Fabio Rampelli. In anteprima l'editoriale che verrà pubblicato nelle edizioni in edicola domani mattina di Ciociaria Oggi e Latina Oggi. 

Sulla candidatura di Sergio Pirozzi alla presidenza della Regione Lazio, nel centrodestra si è giocata la più pericolosa e delicata partita politica degli ultimi anni. Quella che ha minato le fondamenta di un’intera coalizione. Ma che più di tutte ha messo in discussione il futuro politico dei suoi azionisti di maggioranza: Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Se c’è un vincitore assoluto di questa partita è Fabio Rampelli. Il quale, da solo o quasi, è riuscito a schivare le insidie di un’idea, quella di Sergio Pirozzi presidente, che aveva una facciata buona e spendibile ma l’animo di chi stava strumentalizzando prima di tutto un uomo e poi tutto quello che per cui è assurto al gradimento mediatico al solo fine di conquistarsi uno spazio politico altrimenti inimmaginabile.

Nel tranello ci stavano cadendo tutti. Assimilando quest’esperienza a quella della Capitale nessuno ragionava più sull’abnorme portata politica dell’operazione. In pochi valutavano l’inconsistenza delle truppe armate per un progetto basato esclusivamente sul calcolo e sulla convenienza e sulla necessità di riportare nell’agone politico un nuovo soggetto pieno di tanto populismo di basso rango e di una sfacciata ansia di arrivismo. Tutti concentrati sui sondaggi. Senza considerare il dopo di un eventuale vittoria. O peggio di una sconfitta.

Se oggi la Regione Lazio, pur con la resistenza in campo dell’insignificante armata brancaleone messa su da Francesco Storace e Gianni Alemanno, diventa contendibile con una candidatura importante e strutturata come quella di Stefano Parisi, il centrodestra lo deve allo spirito di squadra, alla visione e al ragionamento politico di un leader che ha saputo fare, senza porre condizioni, un passo indietro, dopo che tutti gli altri, proprio con i loro veti, stavano spianando la strada alla conquista leghista di tutta un’area di consenso e al ritorno sulla scena con il bottino pieno di Francesco Storace.

Grazie a Rampelli per una volta, nel centrodestra, la responsabilità ha vinto sull’inganno.

giovedì 18 gennaio 2018

Il silenzio degli indecenti su una gag da porcile


 da iltempo.it / di Marcello Veneziani

Claretta Petacci paragonata a un maiale. 
Lei che volle stare a fianco del suo uomo anche nella cattiva sorte.

Ma non provate vergogna, voi della Sette, Floris, Mentana e voi Autorità Vigilanti, Presidenti di Camere, Senato, Anpi, Femministe, davanti alla schifosa, incivile battuta di Gene Gnocchi – se questo è un comico – sulla scrofa che razzola tra i rifiuti romani e che lui ha battezzato con la genialità di un demente malvagio, Claretta Petacci?

Non stiamo parlando della macabra e bestiale macelleria di Piazzale Loreto, che fa vergognare ogni paese civile; non parliamo nemmeno di feroce vendetta contro un dittatore, un regime, una guerra. Qui parliamo di una donna che per amore solo per amore volle stare a fianco del suo uomo anche nella cattiva sorte, fino a condividere la morte, e prima lo stupro e poi lo scempio del cadavere. Non ebbe responsabilità durante il fascismo, Claretta Petacci, non trasse profitto, non consigliò mai Mussolini su nessuna scelta né lo spinse a commettere errori, non fece cerchio magico intorno al Duce. Fu amante appassionata e devota, spesso tradita, sempre ferita dall'essere comunque l'altra rispetto alla moglie e alla madre dei suoi figli. E persino lei, la sanguigna, verace Rachele, non ebbe parole di odio per la donna che restò al fianco di suo marito fino a farsi trucidare con lui, ma si lasciò sfuggire un moto sommesso di affetto e perfino di dolcissima invidia, perché avrebbe voluto essere stata lei al suo posto.

I versi di un grande poeta come Ezra Pound su Ben e Clara appesi per i calcagni resteranno nei secoli. Del resto ognuno ha il cantore che si merita: c'è chi ha Ezra Pound e c'è chi ha Gene Gnocchi. Ricordo anni fa che uno storico divulgatore, di cui per carità verso un defunto taccio il nome, scrisse un libro sugli amorazzi di Mussolini, sulle sue amanti e i suoi figli illegittimi e per promuovere il libro organizzò una cena in tema. Nel menù c'era “petto di tacchino farcito alla Claretta”. Mi parve allora bestiale quell'allusione spiritosa al petto della Petacci e soprattutto alla farcitura che poi nella realtà fu una sventagliata di proiettili. Ma quella spiritosaggine triviale sembra oggi una delicatezza da gentleman rispetto alla battuta da porcile di Gnocchi.

Femminicidio, violenza alle donne, sessismo, che considera l'amante femminile sempre una troia, volgarità in tv, correttezza di linguaggio: vanno tutti a puttane nel silenzio generale, col sorrisino compiaciuto di Floris, davanti a quell'atroce, feroce porcata di Gnocchi. Mi auguro che sia solo un frutto di abissale ignoranza, anche se è difficile pensare che uno anziano come Gnocchi non sappia almeno per sommi capi la storia. Un’ignoranza becera, comunque aggravata dal fatto che insultare i fascisti, calpestare i cadaveri loro e dei loro congiunti, è facile, hai dalla parte tua le istituzioni, i media, il conformismo della cultura, i parrucconi e i maestri censori. Magari ti scappa un contratto, una menzione, un elogio per il tuo intrepido coraggio antifascista. Mi auguro che la gente lo cancelli definitivamente dal novero dei comici; che resti a fare le sue serate comiche nei centri sociali, ma di quelli antagonisti feroci, o all'Anpi che non ha mai un moto di umanità verso i morti, i vinti e i trucidati o nelle sette sataniche. Che racconti a loro le sue troiate. E che finisca lui tra i rifiuti della tv spazzatura, insieme alla scrofa di cui ha meritato la parentela.

Migranti, piano choc di Bonino: "Permesso a 500mila irregolari"


da ilgiornale.it 

La leader di +Europa, Emma Bonino, parla di alleanze con il Pd e strategie per l'immigrazione: se vinciamo permessi di soggiorno temporanei.

Emma Bonino si avvicina al Pd, ma non troppo. Un'intesa elettorale tra +Europa e Matteo Renzi è "ancora possibile", dice l'ex radicale, ma ci sono punti del programma che tengono la tengono a distanza dai dem.  

Tra questi, spicca il tema immigrazione. Dove Marco Minniti ha agito col pugno di ferro, la pasionaria Bonino avrebbe usato un fiore; dove il ministro dell'Interno ha eretto muri, l'ex ministro degli Esteri avrebbe aperto le porte. E così in una lunga intervista a La Stampa, ieri Emma ha spiegato il piano immigrazione in caso di vittoria elettorale della lista europeista. Ed è un programma che per "risolvere il problema degli oltre 500mila irregolari" presenti in Italia, provvederà a consegnare altrettanti "permessi di soggiorno temporanei". Tradotto: sanatoria lineare per mezzo milione di clandestini.

Non è passata ancora alla Bonino la scottatura per le politiche messe in campo dal governo Gentiloni per "governare il flusso di migranti", scelte considerate "non un grande successo". "Il problema di Minniti - attacca - è quello di continuare a coltivare un certo sentimento generale dell' opinione pubblica invece di iniziare un racconto diverso del fenomeno migratorio". E sebbene l'ex radicale consideri "importante" frenare il flusso che dal Niger porta alla Libia per evitare di "ingrossare il bottino umano a disposizione delle milizie", non manca di redarguire chi si è "assuefatto" ai naufragi: "È bene sottolineare - spiega l'ex ministro - che in questi primi giorni di gennaio abbiamo avuto almeno duecento persone morte nel Mediterraneo, mille sono state salvate dalla Guardia costiera e dalle Ong rimaste e più di settecento sono state riportate dalla Guardia costiera libica in quei terribili centri di detenzione".

A preoccupare, però, non sono tanto le idee della Bonino su cosa avrebbe fatto se fosse stata al governo l'anno scorso, ma cosa intende realizzare in caso di vittoria elettorale. "Gliene dico una sola - spiega la radicale alla Stampa - Più Europa vuole risolvere il problema degli oltre 500 mila irregolari che ci sono in Italia con un permesso di soggiorno temporaneo, rinnovabile solo in caso di effettivo inserimento nel mercato del lavoro. Più immigrati regolari vuol dire non solo maggiori entrate previdenziali, ma più sicurezza e più legalità. Conviene a noi prima che a loro". Gli elettori sono avvertiti.

martedì 16 gennaio 2018

A Jan Palach


Il 16 gennaio 1969 #JanPalach, patriota cecoslovacco,
si immola dandosi fuoco a Piazza Venceslao nel cuore di Praga, 
una scelta volontaria e consapevole 
per far luce sulla repressione sovietica verso il suo popolo, 
muore dopo 73 ore di agonia. 
Amare la propria terra donando la vita.

lunedì 15 gennaio 2018

"Così uomini di Soros hanno scritto il piano migranti del M5S"


da ilgiornale.it

Uomini di un'associazione finanziata da Soros avrebbero redatto una parte del programma grillino sui migranti. Ecco chi sono.

Gli "uomini di George Soros" avrebbero contribuito a scrivere il programma di governo del Movimento 5 stelle riguardante i migranti: l' "accusa" proviene da Francesca Totolo che, su Il Primato Nazionale, ha scritto un articolo che dimostrerebbe i legami intercorsi tra la Open Society Foundations e la redazione di parti del documento grillino riguardante i fenomeni migratori.

"Il secondo punto - ha sottolineato la giornalista - cioè "Il ricollocamento dei richiedenti asilo" è stato redatto da Maurizio Veglio, noto avvocato tra i membri di ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione)", ma questa associazione, sempre secondo quanto scritto in questo articolo, sarebbe stata fondata e finanziata dalla Open Society Foundations. "L'ASGI - ha continuato la Totolo - ha aderito a numerose campagne pro-immigrazione e pro-ius soli tra le quali "L’Italia sono anch’io, campagna per i diritti di cittadinanza", "Out of Limbo" per la promozione dei diritti dei rom apolidi o a rischio apolidia, "Ero straniero – L’umanità che fa bene", "Non aver paura. Apriti agli altri, apri ai diritti", e molte altre, in collaborazione con associazioni religiose (Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Centro Astalli, Comunità di Sant’Egidio), altre associazioni e organizzazioni sorosiane (A Buon Diritto, CIR, ARCI, Amnesty International, Antigone), Partito Radicale e diversi esponenti del Partito Democratico". L'ente in questione, insomma, sarebbe concretamente impegnato in una serie di iniziative volte a favorire l'accoglienza dei migranti. E fin qui, nulla di strano. Quello che pare emergere, però, è un collegamento diretto tra alcune parti del programma sui migranti del Movimento 5 stelle e l'ASGI, la stessa associazione che, come si legge qui, non disdegnerebbe fare spesso causa ai sindaci di centrodestra.

Il punto 3, ad esempio, cioè quello riguardante le "Commissioni territoriali", ovvero la competenza sulle decisioni di attribuzione dello status di profugo dei richiedenti asilo, sarebbe stato scritto da Guido Savio, un altro avvocato di ASGI. Le tesi di Savio sarebbero già contenute all'interno di un documento dell'associazione di cui fa parte e tenderebbero a muoversi su direttrici politiche "globaliste", quindi molto lontane dalla titolazione del programma pentastellato, che invece recita: "Immigrazione: Obiettivo sbarchi zero – L’Italia non è il campo profughi d’Europa". Una titolo, dunque, che nasconderebbe in realtà una sorta di "inganno". Il punto 4, ancora, è stato "redatto" da Nancy Porsia, che la Totolo definisce come una "giornalista esperta di Medio Oriente e Nord Africa e collaboratrice di diverse testate italiane e straniere molto mainstream media".

Questi redattori del programma, secondo quanto appreso da alcune fonti de IlGiornale.it, sarebbero stati chiamati dai grillini in quanto esperti in materia d'immigrazione. Consulenti, forse, ma non direttamente esponenti politici del partito di Beppe Grillo. Quest'ultima redattrice, poi, non sarebbe direttamente riconducibile all'Open Society Foundations, ma avrebbe vinto un "working grant", "Priorità europee, realtà libiche", che sarebbe stato assegnato da Journalismfund, che sarebbe un'altra organizzazione finanziata da Soros, ai fini di "stimolare il giornalismo transfrontaliero in Europa".
Per la Totolo, insomma, ci sono pochi dubbi: "Quindi i punti 2, 3 e 4 del programma immigrazione del Movimento 5 Stelle sono legati da un filo rosso: l’Open Society Foundations di George Soros", ha sottolineato la giornalista. Un programma di governo, in sintesi, dove sarebbe difficilmente riscontrabile l'intenzione paventata di far sì che l'Italia non continui ad essere "il campo profughi d'Europa".

giovedì 11 gennaio 2018

Macron a Colle Oppio, Fratelli d'Italia: "Ha visitato anche i bivacchi?"



da ilgiornale.it / di Elena Barlozzari

Visita del presidente francese Emmanuel Macron alla Domus Area, nel centralissimo parco di Colle Oppio, ma Fratelli d'Italia polemizza: "Colle Oppio continua ad essere una landa desolata approdo di bivacchi e discarica a cielo aperto"

A Monsieur le président Roma piace “beaucoup” e cioè “molto”. Queste le prime, fugaci impressioni di Emmanuel Macron che, stamattina, ha visitato la Domus Aurea assieme al premier Paolo Gentiloni e al ministro della Cultura Dario Franceschini.  

Tutti stretti nei cappotti scuri, sorridono per la photo opportunity di rito e si lasciano alle spalle la grande bellezza del Colosseo.
È stata una “visita sublime” ha detto Macron al termine del tour della reggia di Nerone: 40 minuti a passeggio nel tempo e poi via verso Palazzo Chigi. Non c’è tempo per guardasi attorno e per rendersi conto che, al di là delle stanze d’oro dell’imperatore, “Colle Oppio continua ad essere una landa desolata, approdo di bivacchi e discarica a cielo aperto, frutto del lassismo di questa amministrazione”. Con queste parole gli esponenti di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo e Stefano Tozzi, rispettivamente consigliere comunale e capogruppo del Municipio I, hanno approfittato dei riflettori momentaneamente puntati sul parco archeologico per denunciarne il degrado: “Un’area di pregio lasciata alla mercé di abusivismo e illegalità”.

Proprio in quel giardino, Fratelli d’Italia aveva una sede, la storica sezione di via delle Terme di Traiano, ma ora non c’è più. Era “l’unico presidio sociale del parco”, troppo spesso al centro della cronaca cittadina che lo ha ormai eletto crocevia di spaccio e delinquenza, ma il sindaco Raggi, due mesi fa, ha costretto i militanti a fare fagotto. Resta invece chi dorme tra la vegetazione, chi bivacca, chi si rifugia nelle aree cantierizzate accendendo fuochi tra le rovine romane e trasformando i quattro angoli della villa in una toilette en-plein-air.

“Possibile – si chiedono i due esponenti – che nessuno comprenda le potenzialità di valorizzare un sito 365 giorni l’anno?”. Durissimo anche Federico Mollicone, responsabile della cultura e della comunicazione di FdI, che si domanda se il ministro Franceschini “ha mostrato a Macron anche i bivacchi sopra i mosaici e i disperati che vivono accampati tra i resti archeologici, i giardini devastati e i ruderi che si sbriciolano”. Chissà come avrebbe reagito il numero uno dell’Eliseo.

martedì 9 gennaio 2018

Strage di Acca Larentia, la Raggi diserta la commemorazione




da ilgiornale.it / di Elena Barlozzari

Il Comune di Roma diserta il quarantesimo anniversario della "strage di Acca Larentia". Fratelli d'Italia: "Assenza grave"

A quarant’anni dalla "strage di Acca Larentia", il Comune di Roma incassa un’altra brutta figura.  

Dopo aver sfrattato la destra romana dall’ex sezione del Movimento Sociale di Colle Oppio ed aver "sbianchettato" il murales di Mario Zicchieri, la storia si ripete.
Davanti all’ex sede del Movimento Sociale di via Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano, ci sono solo il cerimoniale del Campidoglio e la polizia locale a deporre la corona che ricorda l’assassinio di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni. Il presidente dell’assemblea capitolina, Marcello De Vito, che avrebbe dovuto rappresentare il Comune di Roma, non arriva. Ha dato forfait.
A denunciare "la grave assenza" dell’amministrazione Raggi sono gli esponenti di Fratelli d’Italia Fabrizio Ghera e Andrea De Priamo, rispettivamente capogruppo in Campidoglio e consigliere comunale. Sono entrambi lì, per rendere omaggio a quelle giovani vite spezzate, assieme ad una delegazione del partito di Giorgia Meloni. Si accorgono immediatamente che non c’è nessun rappresentante dell’amministrazione grillina.

Sentito da Il Giornale.it, De Priamo, racconta: "Ho chiamato De Vito per sincerarmi se venisse, lui non mi ha risposto, poi mi ha richiamato dicendo che non poteva esserci". Sull'assenza del delegato del sindaco circolano due versioni discordanti. Si mormora che se ne sia letteralmente dimenticato, forse per un errore della sua segretaria che non avrebbe trascritto l'appuntamento. Poi però arriva la versione ufficiale: quella del "malore". Monta comunque il caso. Nel tentativo di gettare acqua sul fuoco, De Vito, parla di "polemiche inutili" e minimizza: "Era presente la polizia locale che ha deposto una corona". Si è trattato del "minimo sindacale", ribatte il consigliere di Fratelli d'Italia e rilancia: "Sarebbe stata doverosa la presenza della Raggi".

E sul perché non si sia provveduto a mandare qualcun’altro in sostituzione di De Vito aleggia il mistero. Sciatteria grillina o volontà politica? Da settimane, ormai, il sindaco di Roma è in campagna elettorale, nel tentativo di ridimensionare l’impatto negativo che le alterne vicende del suo governo rischiano di avere sul voto. La richiesta di giudizio immediato e lo slittamento del processo a suo carico, che si terrà dopo l’apputamento con le urne, sembrano confermarlo. La presenza di un suo rappresentante in via Acca Larentia avrebbe potuto creare altri imbarazzi? Resta una supposizione. Nessuno però ha dimenticato il recente exploit antifascista del primo cittadino.
"La Raggi - conclude De Priamo - non si è mai dimostrata un sindaco equilibrato ed equidistante".
 

Storia. Se il Tricolore italiano non nacque dalla Bastiglia ma è figlio di Dante e della fede



da barbadillo.it

Nel febbraio 2011 il comico Roberto Benigni, esibendosi sul palco del teatro Ariston durante il festival di San Remo, sostenne che il Tricolore avrebbe avuto origine nientemeno che da Dante. Nel Canto XXX del Paradiso, infatti, il Sommo Poeta raffigura Beatrice vestita dei colori simboleggianti le tre virtù teologali: il rosso della Carità, il bianco della Fede, il verde della Speranza. I detrattori del comico all’epoca ebbero buon gioco a svillaneggiare la performance rintracciando in essa questa o quella inesattezza storica, e il collegamento fra Dante e il Tricolore fu tra le massime cause di ilarità. Tuttavia, almeno, in questo caso, Benigni non aveva tutti i torti.

Il primo ad individuare un collegamento con la bandiera nazionale fu nientemeno che Giosuè Carducci, il 7 gennaio 1897, durante una solenne cerimonia tenutasi a Reggio Emilia per il centenario della nascita “ufficiale” del vessillo patrio, alla presenza del Re d’Italia Umberto I: «Sii benedetta! benedetta nell’immacolata origine, benedetta nella via di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli! Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’ Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani, E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti delle virtù onde la patria sta e si augusta: il bianco, la fede serena alle idee che fanno divina l’ anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi, E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch’ ella era la più bella di tutte e che sempre voleva lei e con lei la libertà» .

 Nacque allora la spiegazione dei colori della bandiera italiana che successivamente generazioni di alunni avrebbero imparato dai sussidiari delle elementari: verde come l’erba dei nostri prati, bianco come la neve dei nostri monti, rosso come la lava dei nostri vulcani o, alternativamente, come il sangue dei caduti per la Patria. Al tempo stesso, però, fu proprio, ironia della sorte, l’autore dell’ Inno a Satana , a ricollegare quegli stessi colori alle tre virtù teologali. Certo, l’intenzione non era certo bonaria e si ricollegava, anzi, all’aspetto più profondamente “religioso” del Risorgimento: nel tentativo di affrancare gli italiani dal cattolicesimo e rimpiazzare quest’ultimo con una sorta di religione secolare, si fecero molti sforzi per impadronirsi di simboli e concetti tipicamente cattolici e “riscriverli” in versione laicizzata. Il discorso di Carducci rientra tipicamente in questo tentativo, offrendo una variante secolare delle tre virtù teologali. Tuttavia, il sasso era lanciato.

Lo storico Enrico Ghisi nel 1912 diede alle stampe la prima edizione della sua opera “Il Tricolore Italiano (1796 – 1870)”, in cui, in seguito ad accuratissime ricerche d’archivio, dava una ricostruzione straordinariamente dettagliata della genesi della bandiera nazionale. E fu proprio Ghisi, riprendendo il collegamento carducciano alle tre virtù teologali, a scovare traccia del Tricolore proprio nel Paradiso di Dante, addirittura un po’ prima di dove lo avrebbe poi collocato Benigni: già nel Canto XXIX, versi 121-126, infatti, padre Dante ci descrive Tre donne in dalla destra rota / venian danzando; l’ una tanto rossa / ch’ a pena fora dentro al foco nota; / l’ altr’ era come se le carni e l’ ossa /fossero state di smeraldo fatte; / la terza parea neve testè mossa”.

Il 6 gennaio 1986, nell’ambito di una querelle tra sindaci su quale città avesse realmente dato i natali al Tricolore, l’allora primo cittadino di Milano Carlo Tognoli pubblicò un articolo su Repubblica in cui affermava che “andando a ritroso, sul tricolore se ne scoprono tutti i colori” e, dopo varie curiosità, si richiamava proprio al Ghisi ed alla relativa citazione dantesca.
Nel gennaio 1997 fu lo storico Franco Cardini, in un articolo su Avvenire a riproporre il collegamento fra Tricolore, Dante e virtù teologali. Benigni, insomma, ha avuto ben illustri predecessori.
La storia del Tricolore, però, riserva ancora numerose sorprese: in realtà, studiando le fonti, non si sa bene dove e quando sia nato, trovandosi traccia della sua comparsa qua e là senza che appaiano sempre evidenti collegamenti, al punto che non è nemmeno sicuro al cento per cento che la sua natura di bandiera “sorella” del tricolore francese, come sicuramente era intesa dai patrioti ottocenteschi, si collochi alla sua origine e non sia piuttosto, a sua volta, una rilettura a posteriori.

Per fare solo un esempio, già nel 1633 la milizia urbana della Milano spagnola aveva una divisa bianca, rossa e verde. I colori della divisa erano ancora invariati nel XVIII secolo ed è probabilmente per questo che ’11 ottobre 1796, mesi prima della nascita “ufficiale” del Tricolore, Napoleone Bonaparte istituendo la Legione Lombarda, stabilì, su proposta dei patrioti milanesi, che la bandiera di quest’ultima fosse il tricolore bianco, rosso e verde. E’ per questo che la Repubblica Cisalpina, poi Repubblica Italiana, poi Regno d’Italia di epoca napoleonica, avente proprio Milano come capitale e centro pulsante, scelse quei colori per la propria bandiera, con buona pace degli agguerriti cittadini di Reggio Emilia. In tal caso, la vera origine del Tricolore si situerebbe nel seno della Hispanidad cattolica e solo per via di una operazione di appropriazione esso sarebbe poi diventato un simbolo rivoluzionario. Il motivo per cui la milizia della Milano spagnola scelse proprio quei colori, poi, è sorpendente: si decise di aggiungere al bianco e al rosso, colori araldici del Ducato di Milano, il verde in quanto colore della speranza, trasformando, quindi, quel primo, antico tricolore in una rappresentazione delle tre virtù teologali!

E non è nemmeno questo lo scoop storico più clamoroso: nella primavera del 2016, ad Onzo, nell’entroterra di Albenga, nell’ambito della mostra “Il tormento e l’estasi”, organizzata dalla Fondazione TribaleGlobale, il pezzo forte è costituito da un dipinto raffigurante l’Ascensione della Madonna, in cui compare, ai piedi di un giovinetto … il Tricolore bianco, rosso e verde a strisce verticali!. La cosa straordinaria è che l’autore del quadro sarebbe Pietro Balestra, sacerdote e artista di Busseto, morto nel 1789, vale a dire quando la Rivoluzione Francese era appena agli albori. Sul sito dell’associazione il presidente Giuliano Arnaldi scrive:  Perché un Sacerdote dipinge una Bandiera Bianca, Rossa e Verde ai piedi della Madonna? Azzardo una ipotesi: Dante presenta le tre virtù Teologali come tre donne vestite appunto di Rosso (Carità), Bianco (Fede) e Verde (Speranza) (Purgatorio, Canto XXIX, v. 121-126) ed è poi la stessa Beatrice, che rappresenta la Teologia a comparire vestita dei tre colori (Purg., Canto XXX v. 30-33). Può essere che Pietro Balestra abbia voluto esprimere in questa forma un profondo significato estatico: in fondo Beatrice sostituisce Virgilio nel viaggio di Dante proprio quanto egli si affaccia alle porte del Paradiso, e gli compare in uno splendore di gloria sostituendo alla guida della ragione (Virgilio) quella della Teologia, che trova in Beatrice una allegoria perfetta e indispensabile per percorrere la strada del Paradiso”. 
 
Si potrebbe, però, andare molto più a fondo. Prendiamo, per esempio, i Magi d’Oriente, o Re Magi che dir si voglia. Nei doni che essi portarono al Bambin Gesù (oro, incenso e mirra), per secoli gli esegeti si sono sbizzarriti a trovare simbologie sottese. Esse sono davvero innumerevoli, e fra queste vi è quella per cui essi rappresenterebbero proprio Fede, Speranza e Carità. Per questa ragione, tanto l’arte quanto numerose rappresentazioni tradizionali, ce li raffigurano vestiti di bianco, rosso e verde. La più antica di queste opere è probabilmente nel mosaico della Basilica di Sant’Apollinare in classe, a Ravenna, risalente al VI secolo dopo Cristo.
Sotto questa luce, la collocazione della Festa del Tricolore nel giorno successivo all’ Epifania, benché da un punto di vista storico non ineccepibile, assume tuttavia un significato ben più profondo e suggestivo. Si potrebbe definire un caso ben curioso, se solo noi cattolici fossimo autorizzati a credere al caso…

*Da Campari & De Maistre

mercoledì 3 gennaio 2018

Pagate in nero 50 centesimi all’ora. Il lavoro a casa delle nuove schiave


 da lastampa.it
 
Otto donne rifinivano le forme in gomma di una ditta del Bergamasco. 
La titolare: ho aperto l’azienda solo sei mesi fa. Multata di 27 mila euro.
 
Altro che schiavismo. Nemmeno lo zio Tom era pagato così poco: 50 centesimi all’ora, ovviamente non in regola, e per i contributi vedere alla voce fantascienza. Succede nella «Rubber Valley», il distretto della gomma in provincia di Bergamo, dove la crisi non è finita perché non è iniziata: il business è cresciuto del 40% negli ultimi cinque anni.  
Certo, in alcuni casi sul business il costo del lavoro incide poco. Come capitava a un’imprenditrice indiana con un capannone a Credaro e quattro dipendenti. Seguendo il gran traffico di furgoni che partivano e tornavano carichi di guarnizioni di gomma, i finanzieri di Sarnico hanno scoperto che per i quattro operai in regola ce n’erano nove in nero, che sgobbavano a cottimo nei paesotti vicini in cambio di compensi così bassi da risultare quasi incredibili. Si tratta di un indiano e di otto donne, tre indiane, due albanesi, una senegalese, una marocchina e un’italiana, l’ultima autoctona in un caporalato da prima rivoluzione industriale o da padroni delle ferriere, roba da romanzo sociale dell’Ottocento. Dickens nel Basso Sebino, insomma.  

Tutte a casa, a tenere d’occhio i bambini e contemporaneamente a effettuare la «sbavatura di guarnizioni», che detta così sembra un’attività molto più bizzarra di quel che è in realtà: strappare a mano il materiali in eccesso dalle forme di gomma uscite dalle macchine. 
I conti li fa una delle cottimiste albanesi all’«Eco di Bergamo»: «Ogni mille pezzi mi davano dai 70 centesimi all’euro, in base al tipo di guarnizione e agli strappi. Per mille pezzi, mi ci volevano almeno due ore di lavoro». Il calcolo è facilissimo, il risultato inquietante: due ore a un euro fanno 50 centesimi all’ora. 

Così i nove irregolari si portavano a casa, più o meno, 250 euro al mese: salari da Terzo mondo, non da Italia nel 2018. La sindaca di Credaro, Adriana Bellini, non sa dire se sia un caso isolato: «Di certo, il lavoro casalingo è diffuso, vediamo tutti il carico e scarico dei furgoni».  
Insomma, quel che si è scoperto a Credaro è la regola o l’eccezione? «Che sia la regola credo proprio di no, ma forse non è una situazione così eccezionale - risponde Pietro Schiesaro della Cisl -. 
Se i dipendenti in azienda sono generalmente in regola, nel cottimo succede tutto e il suo contrario, anche perché i controlli sono più difficili. E chiaramente gli ultimi arrivati sono quelli più indifesi. 

Una situazione tipica è quella dell’immigrato che va a lavorare in fabbrica mentre la moglie resta a casa con i figli, ma per arrotondare prende un po’ di commesse. Era quello che succedeva con gli italiani negli Anni Cinquanta, quando i muratori erano pagati “a metro”. Oggi ovviamente è inaccettabile. Per fortuna i controlli ci sono. E infatti è il secondo caso dopo quello dell’estate».  
In effetti, sui giornali era già finita la vicenda di una ditta di Adrara San Martino, sempre nella zona, nella quale otto lavoratori su 17 non avevano proprio il contratto, e uno era pure un clandestino. Non solo: altri lavoravano da casa 10 o 12 ore al giorno per 400 euro mensili. 

Finiamo con la cronaca. La titolare del capannone di Credaro è caduta dalle nuvole, ha spiegato di aver aperto da appena sei mesi e promesso di sistemare le irregolarità. Nel frattempo, è stata multata per 27 mila euro, con l’aggiunta del’obbligo di mettere in regola i lavoratori che non lo sono, pagamento dei contributi arretrati incluso.  
E magari, aggiungiamo, anche di pagare alla ragazza albanese che si è sfogata con i giornalisti i 150 euro che sta ancora aspettando. 

giovedì 28 dicembre 2017

Nuovi italiani: 400 mila in due anni. Lo Ius Soli non serve


da http://blog.ilgiornale.it / di Giampaolo Rossi

UN BOOM DI CITTADINANZE
Solo nel biennio 2015-2016 gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana sono stati quasi 400 mila; per la precisione 178.000 nel 2015 e 202.000 nel 2016.
È quanto risulta sommando i dati del Bilancio Demografico Nazionale pubblicato annualmente dall’Istat.

Nel 2015, i 178 mila nuovi italiani hanno rappresentato un +37% rispetto al 2014; mentre i 200 mila nuovi italiani del 2016, un +13% rispetto al 2015.
Nel conteggio sono comprese le acquisizioni di cittadinanza “per matrimonio, naturalizzazione, trasmissione automatica al minore convivente da parte del genitore straniero divenuto cittadino italiano, per elezione da parte dei 18enni nati in Italia e regolarmente residenti ininterrottamente dalla nascita, per ius sanguinis”.

Negli ultimi due anni, il numero di cittadini stranieri residenti nel nostro paese è rimasto più o meno invariato: poco più di 5 milioni. Quindi quei “400 mila nuovi italiani” stanno a significare che nel biennio 2015-2016, quasi l’8% degli stranieri presenti nel nostro Paese sono stati naturalizzati: una percentuale altissima mai raggiunta prima.
Percentuale che è ancora più alta se si considera che coloro che oggi hanno ricevuto la cittadinanza italiana, sono coloro che risiedono nel nostro Paese da almeno 10 anni e sono entrati quando la popolazione straniera era intorno ai 3 milioni.
I paesi di origine dei nuovi italiani del 2016 rimangono prevalentemente quelli di più antico insediamento: Albania (18% di quanti hanno acquisito la cittadinanza), Marocco (17%), Romania (6%). Aumentano gli italiani di origine indiana (5%) e pakistana (4%).

QUANTI STRANIERI IN ITALIA?
Tolti gli stranieri divenuti “cittadini italiani”, quanti sono gli stranieri residenti in Italia? Nel 2016 secondo l’Istat, oltre 5.000.000, pari all’8,3% del totale dei residenti (poco più di 60,5 milioni) ; di questi il 50% dall’Europa (prevalentemente centro-orientale), il 21% dall’Africa, il 20% dall’Asia e circa il 7% dall’America centro-meridionale; esiguo il numero dall’Oceania.
Le popolazioni più presenti in Italia sono rumeni (1,2 milioni), albanesi (450 mila), marocchini (420 mila), cinesi (quasi 300 mila), ucraini (200 mila), filippini (160 mila), indiani (150 mila).
In termini di percentuale crescono notevolmente alcune nazionalità africane (Gambia +72% e Mali +42%) ma con numeri assoluti ancora irrisori, e afghani (+31%) la cui presenza è legata a motivi umanitari.
In tutto in Italia risiedono circa 200 nazionalità a “confermare il quadro multietnico del nostro Paese”.
Con buona pace della Boldrini, della Kyenge, di Saviano e dei raccontafrottole della sinistra multiculturale, l’immagine dell’Italia come un Paese chiuso agli immigrati e ostile ai processi di integrazione è falsa e priva di fondamento; è un’immagine costruita dai media e propagandata da chi vive e pontifica dagli attici di Manhattan o dai salottini radical-chic.
400 mila nuovi cittadini italiani in due anni sono la dimostrazione che lo Ius Soli non serve, non è necessario per il riconoscimento di un diritto allo straniero che, se meritato, si può avere anche con l’attuale legislazione.

SEMPRE MENO ITALIANI
Semmai il vero problema del nostro paese è il calo della popolazione italiana che continua anche nel 2016; problema di cui, ai campioni dell’immigrazionismo compulsivo e dell’accoglienza ideologica, non frega nulla.
Nell’ultimo anno in Italia abbiamo avuto quasi 142 mila italiani in meno, decremento prodotto dalla negatività del “saldo demografico naturale”: per la precisione, 473.438 nascite (per il secondo anno sotto il mezzo milione) contro 615.261 decessi. Bolzano è l’unica provincia italiana dove nascono più italiani di quanti ne muoiano.
Il calo del 2016 sarebbe stato ancora più cospicuo se non fosse stato mitigato appunto dalla concessione della cittadinanza italiana a 200 mila stranieri (altri 140 mila italiani in meno si sono avuti nel 2015).

UN DATO CHE NASCONDONO
Un altro dato merita di essere preso in considerazione: secondo l’Istat nel 2016, 115 mila italiani hanno lasciato il nostro Paese; di questi circa 40 mila sono “cittadini di origine straniera che emigrano in un Paese terzo o fanno rientro nel Paese d’origine dopo aver trascorso un periodo in Italia ed aver acquisito la cittadinanza italiana”. Il fenomeno è riscontrato anche nel 2015.
Questo significa che abbiamo concesso la cittadinanza italiana a persone che hanno poi lasciato il nostro Paese dopo aver “sperimentato un brevissimo periodo di residenza al solo fine di acquisire la cittadinanza”; lo scrive l’Istat. Sono persone, quindi, che hanno deciso di non appartenere alla storia del nostro Paese (per ragioni anche legittime), ma alle quali noi abbiamo concesso un diritto di cittadinanza a cui non corrisponderà alcun dovere, visto che sono tornate al loro paese d’origine o emigrate in paesi terzi (dove magari hanno altri legami famigliari o culturali).
Questo fenomeno ovviamente aumenterà con lo Ius Soli, quando, per dirla con il genio di Saviano, riconosceremo “il diritto di chi nasce in Italia a essere italiano indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori”. Allora quanti saranno i bambini diventati italiani senza che lo siano i loro papà o le loro mamme che dovranno abbandonare il nostro Pese e tornare a vivere nelle terre di origine dei loro genitori quando essi rientreranno? Che tipo di cittadinanza consapevole è questa?

LO IUS SOLI NON SERVE
Per Saviano e per gli intellettuali di sinistra che hanno recentemente firmato il solito appello logorroico, quella sullo Ius Soli è tra tutte, “la legge più urgente”, nonostante l’Istat ammetta, con l’attuale legislazione, “il notevole aumento dei riconoscimenti di nuovi cittadini italiani”.
La sinistra devota a Soros e al progetto mondialista, non ritiene prioritari il lavoro, la crescita economica, la tutela dei nuovi poveri italiani sempre più poveri e sempre più numerosi; no, pensa che l’urgenza del Paese sia scardinare, in prospettiva, l’equilibrio demografico della nazione, imponendo una legge assente nella stragrande maggioranza dei paesi europei e nel pieno del caos immigrazione che qualcuno aveva previsto da decenni e che, leader e intellettuali di sinistra infarciti di stupida ideologia multiculturale, hanno mostrato di non saper prevedere, né governare.
Nella sua relazione, l’Istat richiama il collegamento diretto tra l’attuale crisi economica e il calo delle nascite in Italia. E invece di sollecitare “legislazioni di emergenza” per tutelare la maternità, favorire le giovani coppie, garantire accesso al credito per gli italiani che non ce la fanno, loro pensano di inventarsi nuovi italiani per legge.

In Italia non c’è bisogno di Ius Soli, i numeri lo dimostrano. I diritti dei cittadini stranieri e di quelli che vogliono diventare “nuovi italiani” sono già tutelati. È ora di iniziare a tutelare i diritti degli italiani che italiani lo sono da sempre.

mercoledì 27 dicembre 2017

I razzisti dello ius soli: "Fascista chi è contrario"


da ilgiornale.it / di Fausto Biloslavo

Un tweet di Unicef Italia che bolla come «idiota» e «fascista» chi è contro la legge sullo ius soli. E la caccia alle streghe che sta nascendo in rete sui senatori assenti, che hanno affondato la norma sulla cittadinanza in questa legislatura. 

Un circuito collegato ai firmatari della lettera aperta al capo dello Stato per rimandare lo scioglimento delle Camere, che dimostra tutto l'estremismo di chi si pone come paladino buonista contro razzismo e xenofobia.
La vigilia di Natale sul sito ufficiale di Unicef Italia appare un tweet, che assomiglia di più a quello di una fazione che all'agenzia dell'Onu in difesa dei bambini. In riposta a delle critiche pesanti contro lo ius soli gli umanitari rispondono: «Ah sei di quelli che usano nomi stranieri e bio in inglese ma non tollerano che ragazzini nati in Italia che parlano italiano siano considerati italiani» con aggiunti gli hashtag «idiot» e «fascist». In rete si scatena una valanga di polemiche. Il portavoce dell'agenzia dell'Onu è Andrea Iacomini, che faceva lo stesso lavoro ad un assessorato della seconda giunta capitolina del sindaco Walter Veltroni. Per 20 anni impegnato in politica era diventato segretario giovanile del Partito popolare. Candidato per l'Ulivo, in quota Margherita, nelle elezioni comunali di Roma del 2006 non è stato eletto per un soffio. Lo scorso anno non escludeva in un'intervista di rituffarsi in politica. Nel frattempo fa il portavoce di Unicef, sempre molto schierato pro ius soli, che dovrebbe avere anche la responsabilità delle uscite su twitter dell'agenzia dell'Onu.
Secondo Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato di Forza Italia, «Iacomini insulta il Parlamento perché non ha varato la legge sullo ius soli. Chieda scusa». Massimiliano Fedriga, capogruppo della Lega alla Camera, sottolinea: «Si dimetta. Siamo stanchi di subire la retorica antifascista da chi si comporta da fascista».

Dopo una giornata di polemiche Unicef ritwitta ammettendo in parte la gaffe: «Un troll ha usato l'epiteto idiota contro di noi fino a quando, vistoselo restituire (caduta di stile, lo ammettiamo) è corso dal giornalista amico. () #Stoppiagnisteo». Unicef e Iacomini, esperto blogger, sanno bene che si possono bloccare i troll e chi insulta sui social. E in ogni caso la mezza marcia indietro conferma che i critici dello ius soli sono «#fascist».
Stessa linea imbarazzante adottata nella lettera degli «Italiani senza cittadinanza» al presidente Sergio Mattarella per non sciogliere le Camere prima di avere approvato lo ius soli. «Talvolta le autorità di un Paese democratico sono chiamate dalla Storia a promuovere leggi che possono apparire divisive - scrivono - ma che in realtà sono necessarie a potenziare gli anticorpi e a creare argini contro la deriva di forze antidemocratiche e destabilizzanti. Non lasciateci soli ancora una volta». In pratica i rappresentanti degli italiani in Parlamento l'hanno affossata, ma la norma va approvata lo stesso perché i contrari rappresentano un pericolo antidemocratico e destabilizzante. Ovvero sono «fascisti» come scrive l'Unicef.

Curioso che una lista dal sapore della proscrizione sia finita sul gruppo Facebook «la rete G2-Seconde generazioni», attivisti pro ius soli collegati proprio agli «Italiani senza cittadinanza». Ieri Mohamed Abdallah Tailmoun si chiedeva in un post: «Ma si sanno i nomi dei senatori Pd e Mdp assenti in aula al Senato il 22 dicembre?», che hanno provocato l'affossamento della legge. Poco dopo Said Lahaine, profilo falso, pubblicava la lista «nera» dei 29 senatori Pd, 3 di Articolo 1 e Corradino Mineo del Gruppo misto. I più noti sono il ministro dell'Interno Marco Minniti, della Difesa Roberta Pinotti, ma pure Sergio Zavoli, Nicola Latorre e Felice Casson. E giù commenti da caccia alle streghe dei democratici buonisti dello ius soli: «Che schifo», «Lol» e «tutti a casa» e «ce ne sono altri?», riferendosi ai 5 stelle.

mercoledì 20 dicembre 2017

La politica da mediano di Fabio Rampelli (Fdi)


da opinione.it

È un mediano. Un interdittore. Fabio Rampelli si racconta a “L’Opinione” ripercorrendo il suo passato. Questo ritratto parte dai primi anni vissuti in politica. I ricordi delle scuole medie e poi del liceo sono ancora chiari e stampati nella sua mente. Erano gli anni Settanta e Roma era teatro di un duro scontro, anche fisico, tra comunisti e neofascisti. Lui ha sempre detto no alla violenza. E ora, in Fratelli d’Italia, si prepara ad affrontare senza rinnegare nulla la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018.

In che anno ha iniziato a fare politica? E dove?

Il mio primo approccio risale alla scuola media sperimentale “Petrocchi” nel quartiere Appio-Tuscolano di Roma. Proprio vicino al Liceo classico “Augusto”, territorio di confine tra il circolo del Fronte della Gioventù (di destra) e le sezioni politiche di sinistra. Un quartiere spaccato. Gli scontri tra i militanti della destra giovanile e gli attivisti del Partito comunista erano all’ordine del giorno. Noi della scuola media, nonostante la tenera età, dovevamo prendere parte, almeno come tifosi: scegliemmo il Fronte della Gioventù, almeno nella mia classe. Avevamo appena 13 anni e si trattava solo dei primi sintomi. Era il 1973. L’inizio vero e proprio dell’attività politica risale, però, agli anni del liceo. I miei genitori per evitare problemi e tutelare la mia incolumità, proprio per i confronti spesso violenti che si creavano nel quartiere, mi spedirono al Liceo scientifico “Righi”, un liceo che aveva la fama di essere “tranquillo”, ma gli anni Settanta non lo risparmiarono. Erano inconsapevoli che distasse appena 500 metri dal rosso “Tasso”. E fu così che, probabilmente per reazione a quella presenza, nel “Righi” iniziò a prendere forma una presenza di studenti di destra. La tensione si fece alta, il clima micidiale.

Come è cambiato, da allora, il modo di conquistare il consenso dei cittadini e di combattere le proprie battaglie politiche?

È cambiato in modo radicale. Fortunatamente si è potuto gettare alle spalle l’uso della forza. Per noi di destra era una continua violenza, sia morale che fisica, subita quotidianamente. Un incubo. Io ero terrorizzato ogni volta che uscivo di casa o che ci tornavo. Il passaggio decisivo la destra lo compì quando si mise in testa di rientrare all’Università “La Sapienza” dopo la “cacciata” del 1968, ma stavolta in modo definitivo dopo tanti approcci estemporanei e transitori. Decidemmo di non accettare più le provocazioni dei collettivi, di non rispondere mai agli agguati, rischiando spesso la nostra incolumità, un vero e proprio approccio gandhiano adottato dal nostro Movimento, “Fare Fronte per il Contropotere Studentesco”: rispondere alle aggressioni con la goliardia e l’ironia, cercando di ridicolizzare gli estremisti di sinistra. Loro continuavano con la violenza, ma pian piano iniziarono a isolarsi, perfino la sinistra “ortodossa” gli voltò le spalle e per noi fu un gioco da ragazzi. È così che ci siamo conquistati la possibilità di fare assemblee, gestire servizi per gli studenti, organizzare incontri culturali con i nostri intellettuali di area. Il tutto era orientato a tentare di rispondere allo scontro degli anni Settanta con la cultura dell’incontro, il confronto civile tra diverse sensibilità. Chiamavamo questa “rivoluzione” copernicana “Comunità studentesca” e lo strumento per costruirla “logica del superamento”.

Come ricorda l’esperienza di Alleanza Nazionale? Più i lati positivi o le occasioni mancate?

Alleanza Nazionale è stata una bellissima scommessa, ma persa. C’era l’idea affascinante di superare il neofascismo, di proiettare la destra verso il futuro, di renderla un movimento politico moderno ed europeo. Di farla tornare fuori dalle secche delle ideologie del Novecento. Questa la parte positiva che non mi sento affatto di rinnegare. Ma l’applicazione si è rivelata devastante. Si è iniziato a prendere le brutte abitudini della peggiore partitocrazia della Prima Repubblica: tatticismo, arroganza, uso spregiudicato del potere, correnti. È mancata la giusta chiave di lettura per mantenere alta la tensione ideale e morale, capace di rappresentarsi con una rettitudine esemplare nel governo della cosa pubblica. Poi non è possibile non parlare della decisione di Gianfranco Fini di entrare nel Pdl, mandando anni di lotte e di storia in malora. Noi eravamo presenti, ma ininfluenti, nessuno può rimproverarci quella scelta. E in ogni caso se la tensione morale e la capacità organizzativa della destra si fossero manifestate nel leader dell’epoca, anche il PdL poteva essere uno strumento idoneo... Ma c’erano altri interessi in gioco e tutto è finito con la casa di Montecarlo e i rapporti con il signor Corallo. Uno schifo.

C’è qualcosa che non rifarebbe?

Tutto quello che è accaduto prima di Alleanza Nazionale io lo rifarei. È stato un percorso lineare. Non ho mai accettato la logica dello scontro e quindi ho costruito, attraverso la comunità politica di cui sono espressione, il nostro presente. Ho avuto la forza di ribellarmi alle catastrofi di An e del Pdl. E con Giorgia Meloni abbiamo dato vita alla scommessa di Fratelli d’Italia.

Il Rampelli degli inizi è molto diverso dal Rampelli di oggi?

Nella carriera politica mi ci sono trovato per sbaglio. Avevo studiato, sono abilitato a svolgere la professione di architetto, che ho anche iniziato a praticare con soddisfazione, da disegnatore e poi da progettista, avevo altre prospettive. Ma nel 1993 esplose “Tangentopoli” e la destra ebbe l’immediato bisogno di candidare, al fianco di una classe dirigente che aveva dimostrato grande stoffa, tanta altra gente di diversa natura e provenienza. Ecco che prende forma, tra giovani che detestavano le istituzioni, credevano poco nella democrazia rappresentativa e avevano anche un pessimo rapporto con il Movimento sociale italiano, il desiderio di irrompere nei palazzi del potere per portarvi uno spirito nuovo. Vivemmo quella fase come fosse quasi un “assalto” alla cittadella del male. Bandimmo i “faccioni” sui manifesti in campagna elettorale e varammo la prima volta di una propaganda senza volti, tutti sintetizzati dal simbolo del gabbiano Jonathan Livingston, per un’esperienza quasi mitologica. Scegliemmo quell’immagine perché era quella con la quale per oltre dieci anni ricordammo Stefano Recchioni, militante di Colle Oppio ucciso nella Strage di Acca Larentia il 7 gennaio del 1978. Un po’ desideravamo portare i nostri ragazzi con noi, un po’ volevamo che ci proteggessero in quell’avventura “pericolosa”.

Come descriverebbe, finora, l’esperienza di Fratelli d’Italia?

La definirei un “capriccio” della politica italiana. Un impulso fondamentalmente irrazionale che si lega a una cultura politica millenaria. E che annoda insieme le tradizioni più profonde dei popoli, le identità e le culture che hanno permesso la costruzione della civiltà occidentale. Lo spirito solidaristico. Le capacità di mettere insieme tanti diversi per fare sintesi come ci insegnano gli antichi Romani. Mettere insieme questa roba in un partito non può essere che un capriccio. Poi i partiti, come diceva Robert Michels, nascono per rivoluzionare il mondo e affermare i propri principi, per poi ritrovarsi a esistere per preservare se stessi. È la storia dei partiti della Prima e della Seconda Repubblica. Fratelli d’Italia non ha ancora conosciuto questa fase e speriamo non la conosca mai.

Come vede la candidatura di Giorgia Meloni alla leadership del centrodestra?

Giorgia Meloni è uno dei leader del centrodestra. Quindi non si tratta di dare un giudizio dall’esterno. È nei fatti. Il suo indice di gradimento è elevatissimo. Probabilmente si tratta dell’unico leader del centrodestra capace di superare il proprio campo intercettando adesioni in tutti gli schieramenti. E penso che sia il perfetto punto di incontro di diversi elementi: proviene da un quartiere popolare, è stata la prima leader nazionale donna di un movimento giovanile, è preparata e ha profondità. Il fatto che abbia conservato la capacità di essere sempre autentica la fa molto apprezzare dalla gente, abituata a politicanti che non dicono mai la verità o che nascondono le proprie opinioni quando le ritengono scomode. È capace di essere mamma e militante: dolce e determinata. Ingredienti imprescindibili per una leadership.

Gira voce che a Roma il vero leader sia lei, è vero?

Penso di aver dimostrato quello che volevo realizzare con la mia militanza e non credo ci sia bisogno di appellativi. Non sono il leader di Roma, sono una persona che ha sempre combattuto con schiettezza e limpidezza per affermare i propri valori. Giorgia è romana come me e ha “numeri” davvero importanti e quindi, se ci dobbiamo attenere alla definizione scelta per questa domanda, la leader è lei, anche la leader romana. Io mi sento riferimento per un progetto di trasformazione della società e Giorgia Meloni è l’alfiere indiscusso di questo progetto.

Quanto spesso la Meloni viene da lei per un confronto? Magari per chiederle un consiglio…

Quando la politica è sana, tutti vanno da tutti. Ci si confronta sulle principali scelte, solo nei “partiti-azienda” o in quelli “ereditari” c’è uno solo al comando che come si sveglia la mattina prende decisioni e le propina ai sudditi. Giorgia viene da me molte meno volte di quanto io non vada da lei.

Lei è raramente sulle prime pagine dei giornali, eppure sembra che nella Capitale sia una potenza in quanto a potere decisionale su nomine e strategie…

Non sono una potenza, già l’ho detto. Questa suggestione rischia di inquinare il mio lavoro disinteressato per il “bene comune”. Magari potessi decidere delle nomine. Quando ho avuto questa opportunità ritengo di averla esercitata in modo assolutamente proficuo per la comunità. Purtroppo gli spazi sono sempre stati limitati perché sia Francesco Storace che Gianni Alemanno, dopo aver utilizzato le energie del mondo che gli portavo in dote, hanno cercato di uccidermi politicamente con tecniche bestiali e antidemocratiche. Ma capisco perfettamente che il modello di cui ero paladino facesse paura e che non fosse controllabile. Era efficace ma gli dava fastidio, perché era autonomo dal potere e si fondava sulla cultura del dono, su una trasparenza esemplare e sulla competenza. Oggi non ho il potere di nominare nessuno. Sto raramente sui giornali perché sono più un mediano di spinta. Non è che nella vita tutti possono fare i centravanti. Ognuno ha il suo ruolo e io sono soprattutto un uomo di fatica che porta la palla e cerca di valorizzare le persone della squadra. Sono anche una figura di contenimento rispetto agli avversari, sono bravo nell’interdizione. Ma, attenzione, sono un mediano che sa anche fare goal. Sui media un partito che nel 2013 aveva l’1.96 per cento non può mandare troppe persone…

Cosa non ha funzionato nel ballottaggio di Ostia?

Il sistema si è terrorizzato e ha messo in campo la più grande manovra per legare il grillismo all’elettorato di sinistra. Il clima assurdo ha radicalmente cambiato la campagna elettorale, tra il primo e il secondo turno, avvantaggiando platealmente la candidata del Movimento 5 Stelle, che comunque ha fatto perdere ai grillini il 17 per cento in un anno e mezzo. Nel primo turno, in una campagna quasi normale, le cose sono andate molto bene. Virginia Raggi è stata giudicata negativamente dal 70 per cento degli elettori che sono andati a votare, cui occorre aggiungere buona parte di coloro che sono rimasti a casa. La nostra candidata, Monica Picca, ha ottenuto un gigantesco risultato e, se i media non avessero “pompato” quotidianamente e positivamente Casa Pound, salvo poi criminalizzarla subito dopo, saremmo andati al secondo turno in vantaggio, cosa che sarebbe risultata clamorosa, in perfetto allineamento con la vittoria di Nello Musumeci in Sicilia. Occorre constatare che la vicenda del clan Spada e il clima avvelenato che si è materializzato, ci ha costretti a giocare in difesa. Ogni giorno ce ne era una… Perfino uno sconosciuto, poi risultato essere il fratello di Roberto Spada, che si è precipitato a scendere da casa per farsi immortalare al fianco di Giorgia Meloni. Insomma, la Raggi a Ostia è “andata una Spada”…

A Roma (e nel Lazio) FdI è l’elemento trainante delle coalizione. Merito dei vostri esponenti e della vostra tradizione o debolezza degli altri partiti di centrodestra?

Per noi è importante che il centrodestra, insieme, abbia la maggioranza. Il valore delle performance della coalizione è molto più importante del valore in sé di FdI. Non è una novità il nostro primeggiare, perché la destra nel Lazio e a Roma è sempre stata nel cuore dei cittadini per ragioni storiche. Un consenso che è risultato prioritario rispetto a quello di Forza Italia. La Lega non è significativa qui, paga lo scotto di campagne violentissime contro Roma ladrona e contro il Sud.

Quante possibilità ha Sergio Pirozzi di essere il candidato del centrodestra alle prossime elezioni regionali del Lazio?

Il 50 per cento. Quando ci sono persone efficaci che prendono l’iniziativa, si dice che il nemico da sconfiggere è solo dentro se stessi. Noi abbiamo espresso un giudizio positivo sulla persona. Probabilmente qualche attacco al centrodestra al suo posto me lo sarei risparmiato, ma c’è lo spazio per recuperare.

Che giudizio si è formato sull’ormai prossima tornata elettorale?

Solitamente non sono ottimista. Sono realista. Ma credo che, se non si raccontano favole e non si organizzano complotti, noi andremo a vincere le elezioni politiche largamente. Spero in un crollo del Movimento 5 Stelle perché oggi rappresenta il male assoluto di questo Paese.

Fratelli d’Italia è pronta a correre unita alle altre, variegate, anime del centrodestra?

Certamente sì. Se ogni tanto si ha l’impressione di opinioni diverse all’interno della coalizione è perché è normale che più partiti abbiano sensibilità diverse, altrimenti sarebbero un solo partito. Ed è legittimo che ognuno abbia una sua visione delle cose. Un accordo tra persone responsabili si trova sempre, se in ballo c’è il futuro dell’Italia.

Quante possibilità ha il centrodestra di ottenere alle prossime elezioni una maggioranza sufficiente per governare autonomamente?

Secondo me ce la possiamo fare. Le simulazioni che abbiamo prevedono che l’autosufficienza per esprimere un governo omogeneo si raggiunga conquistando sulla parte proporzionale un 40 per cento. Ora siamo intorno al 37 per cento. E il 70 per cento nei collegi uninominali, cifra apparentemente altissima ma in realtà vicina. Credo che il risultato sia alla portata e siamo smaniosi di misurarci con le criticità del nostro tempo, al servizio dell’Italia.

domenica 17 dicembre 2017

Il murales per Zicchieri torna al suo posto, la sorella: "Sono commossa"


da ilgiornale.it / di Elenz Barlozzari  

La scritta "sbianchettata" una settimana fa dagli operatori dell’Ama è tornata al suo posto. 
La sorella di Zicchieri è commossa. 

Sono le 19 passate da qualche minuto e il telefono di Barbara Zicchieri emette un suono. 

Le è appena arrivata una foto via WhatsApp: nero su bianco, sul muro di via Gattamelata, si legge “Mario Vive”. La scritta “sbianchettata” nemmeno una settimana fa dagli operatori dell’Ama è tornata al suo posto. Grazie a qualcuno che non si è firmato ma, evidentemente, ha molto a cuore il ricordo di suo fratello. Mario Zicchieri, alias “Cremino”, 17 anni ancora da compiere quando viene freddato a due passi dalla “sua” sezione, quella del Msi del Prenestino. Era un pomeriggio di fine ottobre di quarantadue anni fa. Da allora, sul luogo dell’omicidio, c’è scritto che Mario, per chi lo ama, non è mai morto.

Quando il decoro urbano ha passato un colpo di spugna su quella parete, per Barbara è stato uno choc. Aveva preso carta e penna, e aveva scritto una lettera aperta al sindaco di Roma Virginia Raggi. “Lei che ha la responsabilità di rappresentare Roma” dovrebbe “tener conto della storia”. Anche quella di Mario, “brutalmente assassinato dalle Brigate Rosse”. “Mio fratello – scrive Barbara – è una vittima di Stato” e “l’oltraggio di cancellarne la memoria, mi consenta, è un’offesa allo Stato”. Nessuna risposta.

La foto del “nuovo” murales di Mario rimbalza sui social già dalla prima mattinata di ieri, l’hanno pubblicata i ragazzi della sezione di Fratelli d’Italia di Colle Oppio (chiusa per ordine della stessa amministrazione che poi ha cancellato il ricordo di Zicchieri) e il deputato Fabio Rampelli l’ha rilanciata. A Barbara viene comunicato solo in serata, lo ha scoperto da pochi minuti quando ci risponde al telefono. È un fiume in piena. “Mi sono commossa, ho pianto ti giuro ho pianto, ero sicura che sarebbe stata ripristinata, non ne avevo avuto dubbi”, racconta. “In questo momento non riesco a dire di più, è un sentimento che va oltre le parole, è come se lì ci fosse ancora Mario, gli altri non possono capire, rivederla è stato come rivedere lui, senza non è la stessa cosa”.

Il primo pensiero è quello di avvisare la signora Maria Lidia, che oggi ha ottant’anni e ancora non si dà pace per quello che è successo a Mario. “Mia mamma – commenta – ancora non lo sa, appena glielo dico sarà felicissima”. Ed il secondo va a chi ha rifatto il murales: “Mi rendo conto che è stato un bel rischio, dirgli grazie è poco, ci hanno resi felici, può sembrare niente ma per noi è tanto”. Passata l’euforia, una domanda ricomincia a fare capolino, è sempre la stessa da giorni: “Perché – si chiede Barbara – proprio quella scritta? Sui muri c’è scritto di tutto e di più, io attendo ancora una risposta dalla Raggi, perché proprio la scritta di Mario?”. Alla famiglia Zicchieri, a Barbara, a Maria Lidia e agli altri parenti che da quasi mezzo secolo s’interrogano sulla verità di quel 29 ottobre di tanti anni fa, almeno questa risposta andrebbe data.

venerdì 15 dicembre 2017

Roma avrà una via dedicata a Lando Fiorini


In Campidoglio approvata la proposta di Fratelli d'Italia
per una via a Lando Fiorini al Giardino degli Aranci.
Roma non dimenticherà chi l'ha saputa raccontare come pochi! Ci piace ricordarlo così, con questa foto da giovane insieme all'indimenticabile Alberto Sordi, 2 icone di Romanità.
#fratelliditalia

COMUNE, DA CONSIGLIO OK A MOZIONE PER VIA INTITOLATA A LANDO FIORINI
(OMNIROMA)
Roma, 14 DIC

- Una via nei pressi della zona Aventino-Giardino degli Aranci sarà intitolata a Lando Fiorini, artista romano recentemente scomparso.
E' quanto prevede la mozione, presentata dal gruppo capitolino di Fratelli d'Italia, e approvata all'unanimità in assemblea capitolina questa mattina dopo l'apertura con un minuto di silenzio in memoria del cantante deceduto all'età di 79 anni.

giovedì 14 dicembre 2017

Il terremoto? Ormai non fa più notizia. C’è il fascismo da combattere…


da secoloditalia.it / di Sabrina Fantauzzi

Pericolo fascismo su tutti i media: tv, giornali, radio. Nel frattempo l’Italia centrale, già distrutta dal terremoto, deve provvedere a proteggersi dal freddo. Basta collegarsi su Facebook o cercare sulla rete i giornali locali per capire che cosa stia passando il popolo del cratere, quanta censura ci sia sui tg nazionali o sulla carta stampata. Insomma il terremoto non fa più notizia. 

C’è gente che mette la neve in padella per fare l’acqua calda e lavare i piatti. Famiglie che lasciano aperto nottetempo il rubinetto dell’acqua calda per evitare che le tubature gelino. 
C’è chi invece si dimentica di questo stratagemma e l’indomani sta senza acqua calda. 
Uno degli ultimi status, sulla bacheca Trijjy Pan (Rita di Grisciano, che insieme a Roberta Paoloni sono le pasionarie del cratere accumolese e amatriciano) informa: “Vento che fischia… tremore continuo rumori assurdi di lamiere…e ogni giorno rivivi gli incubi. 

Forse questo è un esperimento della Nasa per testare la sopportazione umana?”. 
Ma quale Nasa? Qui non funziona neppure l’elettrodomestico più amato del Paese, quello che negli anni ’50 costruì l’identità italiana post bellica, favorendo l’unificazione: la tv, la semplice tv. 
Sono due settimane che in alcune zone non si vede. Il segnale non arriva, così i vecchietti ora non hanno proprio più niente da fare… C’è chi, più giovane e vigoroso, è indaffarato con gli operai del Comune, perché si è scoperchiato il tetto, o i pannelli solari non funzionano e se non funzionano i pannelli solari non funziona l’acqua calda. 
Qualcuno combatte con la pozzanghera davanti casa che impedisce di uscire, altri con i listelli del parquet che si staccano. Tutti hanno una comune preoccupazione: la neve. 

La neve che sta arrivando. 
Il popolo del cratere vive, se è fortunato, in casette di 12cm di spessore. Da quelle parti il freddo può arrivare anche a meno 20. Le casette, nelle quali vivono questi italiani che hanno “avuto la sfortuna di sopravvivere sono costate allo Stato 6mila euro al metro quadrato. 
A una cifra simile a Roma  trovi appartamenti sulla Camilluccia o a Prati. Ma i media non ne parlano. Se queste casette (chiamate con un acronimo Sae, sistemazioni abitative di emergenza) le vai a comprare al Mercatone1, le trovi a 800 al metro quadrato. 

Certo, poi ci devi mettere gli arredamenti (che non sono proprio su misura, ma saranno dell’Ikea), mettici anche le opere di urbanizzazione…Insomma sembra difficile capire perché siano costate 6000euro al m2 e perché le amministrazioni siano ancora così in ritardo sulle consegne. 
Alcuni sindaci, di fronte al collasso strutturale, lamentano: “Noi lo avevamo detto che queste abitazioni potevano andare bene per il mare, ma non certo per zone di montagna”. 

Ci sono altri sindaci che hanno preferito prendere un intero quartiere Erp (edilizia residenziale pubblica) e consegnato chiavi in mano ai terremotati. Almeno stanno in una casa vera e propria. Non come quei poveri disgraziati di Accumoli, di Amatrice, e di Visso…dove ci sono ancora persone speranzose che vivono in roulotte. Ma di queste cose non parla nessuno. Dove stanno i grandi giornalisti d’inchiesta? Anzi, dove stanno i giornalisti… Sono impegnati in altro di più importante: il fascismo sta per tornare. 
Ma voi popolo del cratere che ne sapete? 
La tv non la vedete, i giornali non v’arrivano, internet neppure… Che ne sapete dell’aria da cittadella assediata dai fascisti che viviamo qui a Roma e nelle città del nord d’Italia. Gli antifascisti hanno fatto una manifestazione, a Como, chiamando a raccolta tutti i democratici d’Italia. Hanno sfilato tutti insieme, anche i ministri Graziano Delrio, Maurizio Martina, Roberta Pinotti, Andrea Orlando, Valeria Fedeli, Marianna Madia, la Camusso, segretario generale della Cgil e il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, candidato alle regionali. C’era ovviamente Matteo Renzi. Tutti a cantare l’inno partigiano “Oh bella ciao”. Chissà se qualcuno di loro avrà mai partecipato a una manifestazione pro-terremotati. 

Che poi, chiediamoci perché le manifestazioni a sostegno del popolo del cratere e della ricostruzione debbano farle solo chi ha subito il terremoto, come se fosse solo “cosa nostra”. Ma anche qui, tutti tacciono. Qui si spera solo che arriverà il giorno in cui scoppierà lo scandalo, in cui uscirà fuori tutto: le ruberie, i ritardi, le inefficienze. 

E i giornalisti che diranno allora? Li sentiremo dire “non lo sapevamo, nessuno mi ha avvisato”… “Mi mancavano le fonti”… No, colleghi, oggi le cose si sanno, si vedono, la gente parla e documenta tutto sui social e tramite i social. Perché i social, questi montanari, li usano eccome… Molto meglio loro che i tg nazionali pagati coi soldi pubblici dove la storia è sempre quella, va tutto bene madama la marchesa… Ma loro stavano combattendo il fascismo.