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mercoledì 14 febbraio 2018

Italianità


Quest’anno ricorre il centenario della vittoria della I Guerra Mondiale, in seguito alla quale l’Istria, Zara e poi Fiume entrarono a far parte del territorio italiano, completando il processo risorgimentale unitario.
 
Per ricordare questa ricorrenza abbiamo deciso di interrogarci non soltanto sulla storia del confine orientale ma su quell’elemento che ci rende popolo: l’italianità.
 
Un’identità fatta di lingua, cultura, tradizione, storia comune, comune sentire, che rappresenta il presupposto stesso per l’amore per la nostra terra e per la nostra gente.
 
Un’identità che interessò anche quanti, in Istria e Dalmazia, in seguito alla II Guerra Mondiale, non potendo accettare di sentirsi ospiti in casa propria decisero – anche in conseguenza delle persecuzioni titine – di rifugiarsi nella Madrepatria. Abbiamo perciò voluto sottolineare come sia importante riscoprire questo legame, in virtù del quale centinaia di migliaia di istriani hanno scelto la destinazione del proprio esilio.
 
Abbiamo provato a raccontare tutto questo in un manifesto in cui Nazario Sauro, l’eroe italiano e istriano della Grande Guerra, compare al fianco di Dante Alighieri, simbolo indiscusso e invidiato della nostra grande identità nazionale.
 
Ad accomunare i due personaggi, le cui vite furono temporalmente e geograficamente così distanti, fu proprio la comune appartenenza e dedizione all’italianità, al comune sentire della grande famiglia degli italiani che prescinde dal tempo, dallo spazio e dai confini degli Stati.

"Comitato 10 Febbraio"

mercoledì 10 febbraio 2016

10 Febbraio • Giornata del Ricordo •


Oggi ci troverete per le strade del ricordo. 
Li' dove giunsero molti di quegli splendidi italiani. 
Italiani due volte, per nascita e per aver voluto restare italiani 
di fronte alla tragedia dell'occupazione 
delle loro terre e delle loro case. 
Noi non li dimenticheremo mai e li onoreremo sempre!

lunedì 8 febbraio 2016

«Togliatti e il Pci complici delle foibe»



Riportiamo questa bell'intervista di due anni fa alla giornalista e storica dell’arte Carla Isabella Elena Cace, esule di terza generazione, autrice di «Foibe ed esodo. L’Italia negata» (edizioni Pagine)

da iltempo.it

Un libro per «illuminare» l’oblio planato per decenni sulle foibe e sugli esuli istriani, giuliani e dalmati; per riempire le pagine vuote che gli storici «marchiati» con un simbolo a senso unico non hanno mai voluto scrivere; per risvegliare il ricordo di quanti patirono la furia comunista senza che la loro patria, l’Italia, tendesse la mano per accoglierli. Un libro intitolato «Foibe ed esodo. L’Italia negata» (edizioni Pagine), scritto dalla giornalista e storica dell’arte Carla Isabella Elena Cace, esule di terza generazione, che a 10 anni dall’istituzione del «Giorno del Ricordo» ha voluto sigillare la fine di un’epoca: l’epoca del silenzio e della verità negata, della storia fasulla e omertosa e delle menzogne divulgate per decenni. Il libro verrà presentato oggi alle 17 a Palazzo Ferrajoli, in piazza Colonna 355.

C’è un’Italia negata, un’Italia di vittime ignorate e di giovani, donne e vecchi «oscurati» per comodità storica e politica.
«L’eccidio dei connazionali di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia è stato il più grande dopo l’Unità d’Italia. Ed è surreale che sia stato cancellato dalla coscienza nazionale. L’Italia aveva perso la guerra e quelle popolazioni hanno pagato il prezzo di una guerra che era di tutti gli italiani. Vivevano su un terra di confine e sono stati risucchiati dalla potenza del maresciallo Tito. Dobbiamo dire con chiarezza che la strage di questi italiani è avvenuta per mano di comunisti jugoslavi».

Nel dedicare il libro a suo nonno, Manlio Cace, ufficiale medico esule da Sebenico, lei parla di «congiura del silenzio». Da parte di chi?
«Per capirlo basta leggere i carteggi di Palmiro Togliatti con altri funzionari del Partito comunista dai quali si evince chiaramente la linea tenuta dal leader del Pci. Nel 1942 da Radio Mosca, Togliatti invitava gli italiani ad unirsi ai partigiani jugoslavi. Questa cos’è se non complicità nella pulizia etnica e nelle stragi delle foibe? Il Pci fu sempre contrario ad ascoltare le ragioni dei giuliano-dalmati, per motivi ideologici e per non incrinare l’amicizia con i popoli jugoslavi. Il loro silenzio successivo fu assoluto. Il Pci ha avuto il monopolio della cultura italiana, quindi dell’istruzione e della coscienza storica. Sono stati loro, complice l’atteggiamento da Ponzio Pilato della Dc, a decidere il racconto della nostra nazione, che cancellò una strage di proporzioni bibliche non ancora svelata. Della "congiura del silenzio", non va dimenticato, ha parlato anche il presidente Napolitano».

Nel libro le responsabilità vengono assegnate anche a una Dc «consociativamente» silenziosa, agli anglo-americani che «lasciarono fare» in nome della realpolitik, ma anche alla Cgil.
«È innegabile. Quando gli esuli tornarono in Italia vissero un dramma nel dramma. L’accoglienza per loro fu spesso spaventosa, soprattutto in certe zone più ideologizzate, come l’Emilia Romagna. Arrivati a Bologna, ad accoglierli c’erano militanti e simpatizzanti del Pci ma anche del «sindacato rosso», che li definivano "cosiddetti esuli" e li accusavano di fuggire non per evitare di vivere sotto una dittatura comunista ma perché collusi col fascismo».

A dieci anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha cancellato i fondi per i viaggi degli studenti su quei Luoghi della Memoria.
«Io mi vergogno del sindaco Marino. Tagliare completamente i fondi per i Viaggi della Memoria è una scelta di una gravità inaudita. Negli ultimi anni la presenza di studenti interessati e vogliosi di conoscere era in costante aumento. Interrompere questo viaggio di preparazione culturale è un’imperdonabile offesa».

Simone Cristicchi, per aver portato in scena il dramma delle foibe con «Magazzino 18», su cui nel libro ci si sofferma, è stato «assalito» anche da alcuni ragazzi che hanno interrotto il suo spettacolo giudicandolo «revisionista».
«In certi ambienti di radicale militanza politica si vive per dogmi. Non ci si interroga, si vive "contro" ogni cosa. E poi approfondire richiede impegno intellettuale, mentre è molto più semplice scagliarsi contro qualcosa. Non vogliono abbandonare la loro ideologia né riconoscere che questi morti sono morti italiani».

Achille Occhetto, che ha guidato il partito comunista nella sua fase conclusiva, ha «confessato» di non aver mai sentito parlare delle foibe prima dell’89.
«Non credo che Occhetto non sapesse. Probabilmente non aveva compreso col cuore, forse sapeva ma è passato velocemente alla pagina successiva senza comprendere il dramma che gli si stava parando davanti».

Lo stesso Occhetto ha ammesso di essersi commosso assistendo a «Magazzino 18» allo stesso modo in cui si commosse leggendo il diario di Anna Frank.
«L’arte raggiunge il cuore. Possiamo fare mille conferenze e dibattiti, ma i freddi numeri della storia e delle cifre non potranno mai avere lo stesso effetto. L’arte fa commuovere, come fa commuovere Magazzino 18. La storia degli esuli arriverà al cuore dagli italiani quando diventerà spettacolo, romanzo, opera artistica».

Cosa deve cambiare affinché non accada più che migliaia di vittime innocenti vengano dimenticate dalla storia?
«Non bisogna mai stancarsi di raccontare, scompaginare questi lunghi anni di silenzio. Oggi siamo al punto di partenza, non di arrivo. Solo battendosi e lottando, la verità sulle foibe e sugli esuli verrà a galla. Il mio libro è parte di questa battaglia».

domenica 7 febbraio 2016

Tutto questo è Italia


TUTTO QUESTO È ITALIA

Ricordo un popolo che amava la sua terra e che la scelse, nonostante tutto. Nonostante le persecuzioni ad opera dei partigiani titini da una parte e il rifiuto da parte dell’Italia di tutelarlo ed accoglierlo. La scelse con coraggio e amore perché era così follemente giusto e naturale. Scelse di non rinnegare la propria terra riconquistata e difesa, perché l’Istria, la Dalmazia e Fiume erano, sono e continueranno ad essere italiane per cultura, storia e tradizioni.

Quell’Italia che portiamo tutti noi nel cuore e che leggendone la storia ci fa emozionare. Quell’Italia che deve la sua esistenza ai nostri avi, i quali lottarono per difenderne ogni singolo centimetro, anche il più sperduto.

Ecco perché siamo italiani; perché noi apparteniamo all’Italia, tanto quanto l’Italia appartiene a noi, perché siamo uniti imprescindibilmente da un amore smisurato per la sua storia, le sue montagne, i suoi fiumi, le sue cattedrali.

Con il coraggio di Nazario Sauro e seguendo i passi di Gabriele D’Annunzio che, con quella “banda di matti” degli Arditi, lottò per difendere la città di Fiume e il Golfo del Quarnaro e riconsegnarle all’Italia, la continueremo a proteggere con lo stesso spirito dei ragazzi del ’53, scesi nelle vie di Trieste per ribadire che quella era casa loro e che niente e nessuno avrebbe potuto togliergliela, o cambiarne l’identità e i confini.

Noi siamo sempre qui, dalla parte di tutti quei giovani italiani che amano quel tricolore, pronti ad alzare barricate contro chi vorrebbe infangarlo e insultarlo, minandone la sacralità. Non ci fermeranno.

Non ci fermeremo.
Mai!

sabato 6 febbraio 2016

Io non scordo


Sono iniziati stamani, al liceo Cavour, 
i volantinaggi per la giornata del Ricordo.
 
Ricordo migliaia di uomini, donne, anziani e bambini 
lasciati morire nel buio di una foiba.
 
Ricordo studenti, operai e maestri torturati ed uccisi 
dalle milizie jugoslave nel Nord-est d'Italia.
 
Ricordo quegli assassini ancora impuniti, assolti dalle loro accuse 
per aver operato in ambito extra-nazionale.
 
Ricordo i 350 mila esuli di Fiume, Istria e Dalmazia 
costretti ad abbandonare la propria Terra.
 
Ricordo migliaia di persone scomparse nel nulla 
che le nostre scuole fanno finta di dimenticare.
 
Ricordo il silenzio degli editori e di professori faziosi 
affinché le nuove generazioni non sapessero, affinché non imparassero.
 
Il 10 Febbraio di ogni anno, nella Giornata del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata è proprio agli studenti che è dato il compito di non dimenticare mai più e di riattaccare le pagine strappate dal grande libro della storia Nazionale!
 
Oggi ci troverete dalle 16 a Piazza Cola di Rienzo!
 
Noi non scordiamo!

lunedì 23 novembre 2015

Gorizia, dagli Archivi la verità: oltre 800 infoibati


http://ilpiccolo.gelocal.it

Esaminate dalla Lega Nazionale le carte ignorate dagli storici, emergono 1024 deportati. Si salvarono in 200 


GORIZIA L’elenco dei goriziani tornati dalle deportazioni titine conta circa duecento persone ed era a disposizione di tutti già dal 1996. Era sufficiente andare a cercarlo. Ufficialmente in 19 anni di desecretazione a nessuno storico è venuto in mente di farlo e ammesso che qualcuno lo ha abbia fatto, le informazioni sulle foibe ha deciso di tenerle per sé. A mettere il naso negli archivi romani e togliere la polvere dalle carte è stata la Lega Nazionale.

Il presidente Luca Urizio, insieme al ricercatore Ivan Buttignon, ha passato una settimana nei fondi del ministero dell’Interno, della presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero degli Affari esteri a controllare documenti su documenti. Nel corso di questa missione bipartisan resa possibile grazie al supporto operativo del senatore democratico Alessandro Maran e al contributo del Comune di Gorizia, Urizio e Buttignon hanno trovato la lista completa di quanti erano stati deportati dall’esercito jugoslavo nel maggio 1945 e, con essa, anche quella di chi riuscì a far ritorno dall’inferno.

Sulla copertina timbrata dall’Ufficio informazioni dello Stato maggiore del regio Esercito si legge: “Gli elenchi allegati si riferiscono a n. 1023 persone scomparse da Gorizia (…). Si ignora se dette persone siano state deportate in Jugoslavia dai partigiani di Tito o se siano state uccise e gettate nelle foibe. I nomi sono stati segnalati dalle famiglie degli scomparsi a un nostro informatore che, risiedendo tuttora a Gorizia, desidera mantenere l’incognito”.

La data è quella del primo ottobre 1945. Per il momento il numero esatto di coloro che sono tornati non verrà reso noto perché prima di pubblicare i dati, i ricercatori vogliono concludere le verifiche incrociate con il Comitato dei congiunti dei deportati in Jugoslavia. In nome della verità storica, la Lega Nazionale è in ogni caso intenzionata a mettere i documenti a disposizione della collettività quanto prima. La data più probabile è quella del 10 febbraio, Giorno del Ricordo.

«Abbiamo organizzato la trasferta per dare finalmente ai nostri concittadini molte risposte che storici e ricercatori non sono stati in grado di fornire anche dopo la desecretazione dei documenti avvenuta fin dal 1996, 50 anni dopo il tragico periodo storico che ha sconvolto la nostra città», osserva Urizio. «Dopo giorni di intense ricerche – aggiunge il presidente della Lega Nazionale - siamo rientrati a Gorizia con oltre mille documenti fotografici, molti del tutto inediti».

Urizio sottolinea che sono stati ritrovati, in particolare, molti materiali legati al dramma delle foibe. Tra essi ce ne sono alcuni già apparsi in quello che lui definisce «un libello» privo dei riferimenti ai fascicoli dell'archivio in cui erano stati conservati. «Evidentemente non volevano che si trovassero quelli accanto», è il suo sospetto. «Ho fondati motivi per affermare che volevano che non si trovassero le carte. Si è spesso parlato di segreti di Stato, ma non ce n’erano. Si giocava semplicemente sulle spalle dei martiri e delle loro famiglie».

Per il presidente del sodalizio le liste dei deportati prelevati da Gorizia e di quelli rientrati successivamente in città «permetteranno finalmente di chiudere le polemiche sul monumento al Parco della Rimembranza». Oggi sono 665 i nomi scolpiti sulla lapide. A quelli ne mancherebbero circa 150.

«Riconosco che alle volte le polemiche sono nate a ragione, ma non bisogna per questo strumentalizzare la tragedia. Non è che se i numeri sono maggiori o minori, la tragedia vale di più o di meno. La tragedia è tragedia. Ad essere importante è la storia». Tra gli altri documenti ne sono emersi centinaia “secondari” con testimonianze e rapporti sulle violenze subite dagli italiani nel periodo compreso tra il 1943 e il 1946. Molte informazioni sono considerate di primaria importanza per rileggere nel giusto contesto quel periodo storico.


giovedì 2 aprile 2015

Lo schiaffo dell'Europa agli esuli istriani e dalmati: "Nessun risarcimento"




 da ilgiornale.it


Strasburgo rigetta senza motivazioni la richiesta dei profughi scacciati dalle terre orientali d'Italia e depredati dei loro beni dalle armate titine


Non c'è pace per gli esuli istriani, giuliani e dalmati. Dopo settant'anni di lotte per vedersi riconosciuta la restituzione dei beni confiscati dagli jugoslavi in seguito alle occupazioni degli anni Quaranta, l'ultimo schiaffo arriva da Strasburgo. 

Settimana scorsa, infatti, la Corte dei Diritti dell'Uomo ha rigettato definitivamente la richiesta di risarcimento degli esuli italiani.

Negli anni dal 1944 al 1947 centinaia di migliaia d'italiani vennero costretti ad abbandonare terre da sempre italiane, come le coste dalmate e istriane, oltre alle grandi città e alle isole. Per chi non veniva infoibato o rinchiuso nei campi di concentramento jugoslavi, c'era una sola alternativa: la fuga. Spesso abbandonando ogni cosa, lasciata alla mercé delle orde titine. Che, imitate dai vari governi jugoslavi, incamerarono ogni cosa con la scusa delle riparazioni di guerra dovute dall'Italia alla Jugoslavia in base al trattato di pace di Parigi del 1947.

Di risarcimento per gli esuli di fatto non si parlò fino al 1975, quando il trattato di Osimo, fissando definitivamente il confine orientale alla linea su cui si attesta ancor oggi, stabilì il pagamento di un indennizzo all'Italia a compensazione di quanto perso in quegli anni - si parlò allora di 110 milioni di dollari, versati poi effettivamente per poco più di un decimo del totale.
Il debito venne ereditato poi da Croazia e Slovenia. Alla fine gli esuli, esasperati da decenni di promesse a vuoto, hanno trascinato la questione davanti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo. Che, come racconta Il Piccolo, ha rigettato senza motivazioni il ricorso presentato un anno fa.

Per gli esuli e per le loro famiglie è davvero l'ultima speranza che svanisce: quello di Strasburgo, infatti, era l'ultimo grado di appello. Oltretutto, nota puntiglioso il quotidiano triestino, la relatrice della Corte di Strasburgo proviene da un Paese dell'ex Jugoslavia, la Macedonia: si tratta della slava Mirjiana Lazarova Trajkovska. Nel frattempo, spiegano i rappresentanti degli esuli, il governo italiano latita: secondo le ultime dichiarazioni rilasciate oltre un mese fa in occasione del Giorno del Ricordo, l'Italia sarebbe "orientata" ad incassare quanto versato da Croazia e Slovenia.

"Tutti se ne lavano le mani, a partire dallo Stato italiano - commenta il direttore dell’Irci (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano- dalmata) di Trieste Piero Delbello - Ma anche la Ue dimostra di non essere l'Europa dei popoli, ma l'Europa degli affari e dei banchieri. E da questa non mi posso aspettare nessuna tutela dei popoli."

domenica 8 febbraio 2015

Aperta a Roma la Casa del Ricordo


da romait.it

Era il 7 febbraio 2013 quando, nell’Aula Giulio Cesare del Campidoglio, venne firmato il primo protocollo d’intesa tra Roma Capitale, l’ANGVD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) e la Società di Studi Fiumani (nata nel 1923 e ricostituita a Roma nel 1960, proprietaria dell’Archivio Museo Storico di Fiume), per la nascita della “Casa del Ricordo”.

L'intesa, sottoscritta dall’allora sindaco Gianni Alemanno, dalla presidente del Comitato provinciale dell'ANGVD, Donatella Schürzel, e dal presidente della Società di Studi Fiumani, Amleto Ballarini, nelle intenzioni dei firmatari, avrebbe dovuto suggellare  una stretta collaborazione con l’Amministrazione di Roma Capitale e, soprattutto, portare alla realizzazione della “Casa del Ricordo”. 

 “Cari soci e amici, – aveva scritto in una nota di allora il Comitato provinciale dell’ANVGD di Roma – l’evento di oggi pomeriggio alle 17,00 con la consegna delle chiavi della Casa del Ricordo, sita in via di S. Teodoro a Roma, al nostro Comitato Provinciale romano unitamente alla Società di Studi Fiumani, è un grande successo e un risultato che sino ad ora solamente noi siamo riusciti ad ottenere, grazie alla collaborazione attiva e all’impegno, condotto sino in fondo dal Consiglio comunale e dal sindaco Alemanno che ha mantenuto le sue promesse. Naturalmente, seguirà a tempo debito un’inaugurazione ufficiale di questo prestigioso sito, posto nel cuore di Roma, centralissimo e raggiungibile da parte di chiunque, che rappresenterà nel tempo un luogo dove poter ospitare quanti siano esuli, discendenti e soprattutto cittadini, provenienti da qualunque luogo e desiderosi di conoscere una parte di storia d’Italia molto importante, guardando al futuro”.

L’auspicata inaugurazione, che in seguito al cambio di Amministrazione ha subito un notevole slittamento, arriva a due anni di distanza dalla consegna simbolica delle chiavi della struttura, mettendo la parola fine ad una lunga e discussa gestazione. 

Dopo che nel 2014 la scure della spending review si era inesorabilmente abbattuta sul budget destinato ai “Viaggi del Ricordo” verso il confine orientale italiano (attualmente ripristinati per 150 studenti romani) - determinandone la cancellazione in nome del contrasto agli sperchi e del contenimento della spesa pubblica - il clima politico si era arroventato. Eliminati i fondi per i viaggi in Istria e Dalmazia (e dimezzati quelli per Auschwitz), con il risultato di aver tolto a centinaia di giovani l’anno la possibilità di incontrare gli esuli e visitare le foibe, si era temuto che nuovi colpi di spugna potessero portare al naufragio della “Casa del Ricordo”. 

Eventualità che, con l’appuntamento di domani, è definitivamente scongiurata.

martedì 19 agosto 2014

Vergarolla, la strage dimenticata.


da futuroquotidiano.com
Ci sono molte vicende oscure della storia che il potere ha voluto paludare. 
Esistono ingiustizie che ancora gridano verità. Non si contano i morti cancellati per calcoli internazionali. Per molti si tratta di inevitabili “corsi e ricorsi della storia” che non ci toccano da vicino. Eppure tutto questo – e molto altro – hanno vissuto i nostri connazionali sul confine orientale d’Italia prima e dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Istria, Fiume e Dalmazia: nomi di regioni e città che forse non dicono molto alle giovani generazioni ma che, fino a pochi decenni fa, sono state parti integranti dello Stivale. 
Grazie all’istituzione della “Legge del Ricordo”, nel 2004, si è in parte fatto luce sulla loro storia e, soprattutto, sono stati riconosciuti dalle Istituzioni gli eccidi delle foibe ed il conseguente esodo di circa 350.000 italiani. Ma oltre sessant’anni di silenzio sono difficili da colmare e le drammatiche “storie nella Storia” – completamente dimenticate – sono tutt’oggi numerose. Una in particolare. Della più grande strage di connazionali in tempo di pace della storia della Repubblica italiana, infatti, finora se ne è parlato pochissimo e soltanto in specifici ambienti culturali. 

L’innegabile e recente merito di averlo portato alla ribalta nazionale è di Simone Cristicchi e Jan Bernas, attraverso un toccante brano dello spettacolo “Magazzino 18”.

La storia


Domenica 18 agosto 1946. La Guerra è da poco finita e l’Istria è occupata dai comunisti del maresciallo Tito. Da anni è in atto la stagione del terrore e della pulizia etnica ai danni degli italiani. Il “lungo esodo” è già iniziato. Ma non da Pola che, ancora, è amministrata dalle truppe britanniche. La morte in questa città viene portata a Vergarolla, una famosa spiaggia gremita di partecipanti in occasione delle locali gare di nuoto. Inizia tutto con un grande boato: scoppiano alcune mine antinave incustodite. Vengono letteralmente polverizzate intere famiglie, il mare si tinge di rosso al punto che per molto tempo nessuno mangerà più pesce: più di un centinaio i morti, di cui solo 64 identificati. Altrettanti i feriti. 
Non mancano gli atti di eroismo: il dottor Micheletti perde i due figli, ma continua a prestare soccorso per oltre 48 ore. Sarà poi esule, per non trovarsi un giorno a “curare gli assassini della sua prole”.

Le ragioni dell’attentato

Raccontata così, la tragedia potrebbe sembrare una di quelle tante sciagure che avvengono di tanto in tanto. La guerra è cessata da oltre sedici mesi e le mine potrebbero essere esplose per caso. Ma non è la sorte a decidere in questa circostanza. Documentazioni e prove inconfutabili dimostrano che si è trattato, infatti, di una azione delle squadre di sabotatori dell’Ozna, la polizia segreta di Tito. L’intera Pola ha sentimenti italiani, infatti, e la cittadinanza aspira a restare legata alla Madrepatria. Tutti confidano sulle dichiarazioni di principio degli americani, secondo le quali ogni popolo dovrebbe avere “il diritto di poter decidere in piena autonomia del proprio destino”. La riunione di tanta gente sulla spiaggia, al momento della deflagrazione, non è dovuta solo alla gara tenuta della Società “Nautica Pietas Julia”, ma è l’occasione di una manifestazione di italianità. 
La stessa “Arena di Pola”, il quotidiano cittadino, reclamizza l’evento come filo-italiano.

Le indagini mancate e i documenti ritrovati


All’epoca, sul reale movente e sugli esecutori del vile attentato terroristico si indagò poco e male. Nessuno, forse, aveva la reale intenzione di individuarne con chiarezza le dinamiche. Ci sono volute decine di anni perché dagli archivi inglesi uscisse una documentazione capace, da sola, di fare piena luce. Il comando inglese diede mandato ad una Commissione d’inchiesta di individuare le responsabilità della strage. Quest’ultima giunse a concludere che le mine erano in stato di sicurezza, poiché disattivate e che alcuni testimoni, fra i quali anche un inglese, asserivano che poco prima dell’esplosione avevano udito un piccolo scoppio e visto un fumo blu correre verso le mine. Pertanto, nella relazione finale fu espresso il parere che “gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute”. Esistono carte, poi, tratte dal “Public Record Office” di Londra tali da togliere ogni dubbio su quei fatti. Della documentazione fa parte una dettagliata informativa, datata 19 dicembre 1946, in cui si imputa chiaramente all’Ozna la paternità della strage. Il messaggio per gli italiani di Pola doveva essere chiaro e forte: restare e accettare il regime comunista, oppure lasciare da esuli l’Istria. 
E ottengono il risultato voluto. Ne consegue, infatti, il tristemente celebre esodo dalla città, culminato nel febbraio del 1947 con i viaggi del piroscafo “Toscana”.

Conoscere per costruire un futuro migliore

Solo il 18 agosto 2011 è stata posta una stele con i nomi e l’età di quegli innocenti che ancora gridano una giustizia che è stata a loro negata. 
A tanti anni di distanza dalla strage è un nostro dovere ricordare. 
E bisogna farlo non solo per la dignità delle vittime, ma per costruire un futuro migliore, impossibile senza la piena consapevolezza del nostro passato.

Carla Cace

domenica 16 febbraio 2014

Rampelli: «Il Giorno del ricordo è un risultato portato a casa, ma sulla memoria condivisa resta molto da fare»


da secoloditalia.it

Ormai un quindicennio fa, Fabio Rampelli, oggi deputato di Fratelli d’Italia e allora capogruppo di An alla Regione Lazio, propose una commissione di esperti sui manuali di storia. L’iniziativa fu accolta dalle «anime belle dell’intellighenzia rossa», per dirla con le parole di Rampelli, come un tentativo di controllo politico sui libri scolastici. Era, in realtà, una richiesta di pluralismo, che si inseriva nella battaglia per consentire a famiglie e studenti la scelta dei libri su cui studiare, prevedendo la fine del testo obbligatorio. C’era, all’orizzonte, un altro obiettivo alto: il recupero alla memoria collettiva delle “pagine strappate” della nostra storia nazionale. Pagine che comprendevano anche la vicenda delle foibe e dell’esodo.
In occasione del Giorno del Ricordo del 2011 lei presentò alla Camera una mozione contro il libro di resto obbligatorio. Siamo ancora al punto zero?
No, non siamo al punto zero. Qualche manuale di storia ha finalmente rivisto la definizione di foibe su cui, ricordo, se ne sono lette di tutti i colori, dalla semplice definizione geologica di “dolina carsica” fino ad assurdità come l’attribuzione degli infoibamenti degli italiani ad un’azione dei nazisti. Si trattava di mistificazioni che adesso sono state corrette. Ma molto resta da fare.
Sulla divulgazione della storia delle foibe e dell’esodo o sui libri di testo?
Su entrambi, ma il punto è un altro, è il problema complessivo della memoria condivisa. L’istituzione del 10 febbraio è una conquista, la legge l’abbiamo portata a casa, ma non ci possiamo dire soddisfatti. Sui libri di testo, come scrivevo in quella famosa mozione, resta il problema della lettura critica della storia. Non bisogna avere paura della verità. La questione delle pagine della nostra storia distorte o completamente omesse non riguarda solo le foibe. Nessun libro parla del triangolo rosso e degli eccidi dei partigiani comunisti, nella stragrande maggior parte dei casi non viene fatta alcuna menzione delle decine di migliaia di soldati morti nella steppa sovietica, ad El Alamein, in Gracia, in Albania, Etiopia. È scandaloso che queste persone – che servirono la propria patria non da fascisti, ma da italiani, in un esercito regolare – siano state cancellate. Noi siamo in debito con loro, dovremmo celebrarli ogni anno e ricordarne l’eroismo. Non si può dimenticare qualcuno caduto per il proprio Paese solo perché in quegli anni c’era un regime e quindi automaticamente tutti quelli che hanno vestito una divisa vengono collocati ideologicamente a servizio di quel regime. Non funziona così e chi ha fatto funzionare così le cose ha commesso un errore gravissimo, perché ha contribuito a demolire l’amor di patria, il senso di appartenenza a una comunità nazionale.
Ci sono stati anni in cui sembrava che questo sentimento fosse stato riscoperto. Penso agli anni di Ciampi, alla reazione corale alla strage di Nassiriya. Secondo lei, c’è stato un arretramento?
Non credo ci sia stato un arretramento, credo che si facciano spot propagandistici a seconda della stagione. Il punto è sempre che continua a mancare – da parte dell’elite intellettuale, degli uomini di cultura, della politica, delle istituzioni – la volontà di trovare quel famoso filo rosso della memoria condivisa intorno al quale unire partigiani e repubblichini, volontari partiti in guerra e “traditori” che hanno seguito Badoglio. L’epoca delle contrapposizioni a un certo punto deve cessare e deve restare l’atto estremo di generosità di chiunque abbia combattuto per l’Italia. Se questo fosse stato chiaro, non avremmo celebrato solo per un anno il 17 marzo e avremmo anche noi un giorno della rimembranza per ricordare tutti i caduti che hanno combattuto per amore della patria, come c’è in Inghilterra. Se questo fosse stato chiaro, non avremmo assistito a episodi mortificanti in occasione di questo 10 febbraio e parlo prima di tutto di episodi di carattere istituzionale.
Lei ha scritto al presidente della Vigilanza Rai sulla messa in onda di Magazzino 18, lo spettacolo di Simone Cristicchi, in seconda serata…
Sì, e ho chiesto la convocazione del direttore generale e la riproposizione in prima serata, in modo che tutti, a partire dagli studenti, siano messi in condizione di vederlo. Ma non c’è solo questo. Al Gr è stata intervistata la presidente dell’Anpi di Trieste, che è come se il 25 aprile avessero intervistato il presidente dell’Unione combattenti e reduci della Rsi: non è il genere di approfondimento adeguato al momento. Oltre tutto, ha proposto una tesi così minimizzante da essere quasi negazionista. Il giorno dopo ci sono tornati, ma ormai il danno era stato fatto, c’era stata la mortificazione della comunità giuliano dalmata e istriana e di tutti gli italiani. Infine, la vicenda della circolare per le scuole: arrivata a presidi e insegnanti nel giorno stesso in cui si sarebbero dovuti svolgere gli approfondimenti, il 10 febbraio. Tranne chi aveva già una sua sensibilità, nessuno ha potuto approfittare della circostanza per lezioni alternative o integrative. Ma, al di là della ricostruzione storica, quello che sfugge è che questa è una comunità viva e vegeta e nessuno se la fila. Non c’è solo il 10 febbraio: non è stata interpellata quando la Croazia è entrata nell’Ue; non è stata al centro di trattative bilaterali per avere un risarcimento; nessuno ha chiesto scusa per il fatto che 350mila nostri esuli arrivarono sulla Penisola e furono trattati come appestati, per drammi come la morte di freddo di bambini di un anno nei campi profughi… Oggi abbiamo il risultato del 10 febbraio ma, ripeto, c’è ancora molto da fare. È assurdo che i cittadini italiani conoscano meglio la data delle rivoluzione di ottobre che la storia del loro popolo.

lunedì 30 dicembre 2013

Reportage. Nell’Istria dell’esodo rimosso ormai solo le pietre parlano italiano


da barbadillo.it

L’ingresso nell’Unione europea non ha provocato grandi entusiasmi popolari, almeno in apparenza. Un paio di bandiere blustellate, un mega cartellone dedicato all’Ue (ma con una incongruente bandiera americana) e i manifesti pubblicitari con i quali banche e società di carte di credito danno il benvenuto alla Croazia. Fin troppo facile ipotizzare che siano loro, i banchieri, i più felici dell’arrivo di “carne fresca” nel grande mercato di Eurolandia. I croati, da parte loro, sembrano già rassegnati: «Come primo effetto aumenteranno i prezzi, lo sappiamo», dice sconsolato Piero, un pensionato di origine italiana di Rovigno, in Istria.
Dobrodosli, benvenuti in Croazia! Anzi, in Istria, paradiso estivo per centinaia di migliaia di turisti del Nord e di molti Paesi dell’Est Europa, per i quali la penisola dell’alto Adriatico rappresenta il più vicino sbocco al mare. Ma le coste rocciose e incontaminate di Rovigno (Rovinj), Pola (Pula), Promontore (Premantura) e Abbazia (Opatija) rappresentano una delle mete preferite anche per gli italiani, al secondo posto dopo i tedeschi nella classifica dei villeggianti che approdano in Istria e Dalmazia.
Ad attirare i nostri connazionali sono le acque cristalline, le centinaia di isole e isolotti, la bellezza della natura incontaminata e i prezzi ancora abbordabili, anche se ormai molto vicini a quelli dell’Europa occidentale. Pochi turisti italiani, invece, sembrano attratti dall’incredibile viaggio nella nostra storia e memoria collettiva che può regalare anche un soggiorno di pochi giorni nelle terre istriane. Ai vacanzieri distratti potrà sembrare curioso il bilinguismo ufficiale che regna nei principali Comuni della penisola, così come la bandiera tricolore affiancata sulle facciate dei municipi a quelle di Croazia, Unione europea e della provincia dell’Istria.
Ma si tratta appunto di bilinguismo di facciata, introdotto da alcuni anni proprio per evitare guai in vista dell’ingresso in Europa. La tutela delle minoranze è uno dei requisiti richiesti da Bruxelles ai nuovi Stati membri.Così in molti Comuni istriani ora l’italiano viene insegnato anche a scuola ed è facile, nelle località turistiche, imbattersi in camerieri, baristi e negozianti che parlano la nostra lingua con diverse gradazioni: dalle dieci frase indispensabili per condurre una trattativa commerciale auna conoscenza quasi perfetta dell’idioma di Dante. Al quale, per inciso, è dedicata una bella piazza di Pola.
Tuttavia, grattando appena la lucida patina di superficie, è possibile percepire tracce di un’antica ostilità anti-italiana. Dal cameriere che ostentatamente ti dice di non parlare la nostra lingua, all’operatore del parcheggio che risponde in inglese anche alle domande più facili, alla panettiera che finge di non capire e si rifiuta di tagliare in due un trancio di pizza, alle edicole che non tengono copie de La Voce, il quotidiano della minoranza italiana stampato a Pola e Fiume. «Sold out», esaurito, ti dice in inglese l’edicolante del corso principale del capoluogo istriano: il sospetto è che non lo voglia nemmeno tenere. Del resto anche in tempi recenti il giornale ha ricevuto minacce e intimidazioni, così come la sede della Comunità degli italiani di Pola, più volte oggetto di vandalismi; mentre a Parenzo (Poreč) e Rovigno sono stati date alle fiamme le bandiere tricolori.
Girovagando per Pola, tra l’Arena romana, il tempio di Augusto e le le strette vie del centro storico, è facile imbattersi in lapidi bilingui che ricordano, in italiano e croato, i partigiani uccisi dalle truppe “nazifasciste”, le redazioni dei giornali filo-titini, la rivolta degli operai comunisti dei cantieri navali polesi. Non una parola, però, sulle decine di migliaia di italiani costretti a lasciare la città nel 1946 a causa delle violenze dei partigiani jugoslavi, tutte vittime – così come migliaia di altre famiglie italiane di Fiume e della Dalmazia – di uno dei più gravi casi di “pulizia etnica” in Europa. Senza contare quelli finiti nelle foibe, sfuggiti alle liste degli esuli imbarcati sul piroscafo “Toscana”.
Su quella nave, insieme a migliaia di persone che abbandonavano tutto e che non sarebbero mai stati risarcite, c’era anche uno dei figli più illustri di Pola, il cantautore Sergio Endrigo. Al quale oggi è intitolato un bel giardino nel centro della città, per ironia del destino non distante da quello dedicato al carnefice delle genti italiane, il maresciallo Tito.
Al viaggiatore sprovveduto l’Istria croata propone una visione fittizia e deformata della storia, che poi è quella che per oltre cinquant’anni ha regnato incontrastata anche in Italia. Il che, a ben vedere, è pure peggio. Così può capitare, passeggiando nei pressi della cattedrale di Pola, di imbattersi in un piccolo giardino nel quale si incontra una targa piuttosto enigmatica: «Vergarola 18.08.1946 13 h.». Per scoprire l’arcano è sufficiente una ricerca su internet e si viene a sapere che la lapide, posta solo nel 1997 dopo molte insistenze da parte della comunità italiana e altrettante resistenze da parte della maggioranza croata, anche se non lo dice esplicitamente commemora le ottanta vittime della strage di Vergarola, avvenuta il 18 agosto del 1946 su una spiaggia di Pola.
In una città posta sotto l’amministrazione militare angloamericana, nella quale gli italiani erano ancora in schiacciante maggioranza, quel giorno era in corso la tradizionale gara natatoria organizzata dalla società canottieri Pietas Julia, che il quotidiano locale L’Arena di Pola definiva come una sorta di manifestazione di italianità. All’improvviso ventotto mine antisbarco accatastate ai bordi dell’arenile esplosero, provocando il crollo dell’edificio della società canottieri e la morte di decine e decine di persone. L’inchiesta delle autorità britanniche non individuò i responsabili, ma stabilì che i residuati bellici non avrebbero mai potuto esplodere da soli.
Il messaggio alla comunità italiana arrivò forte e chiaro: l’esilio o la morte. E a quel punto più dell’80 per cento dei polesani di origine italiana scelse di abbandonare la propria città. Sul piroscafo “Toscana” c’era anche l’adolescente Sergio Endrigo, che molti anni dopo dedicherà all’esodo forzato degli italiani d’Istria una popolare canzone, in apparenza rivolta al pubblico dei bambini: L’arca di Noè, che giunse terza al Festival di Sanremo del 1970. «Partirà la nave, partirà. Dove arriverà, questo non si sa. Sarà come l’arca di Noè, il cane, il gatto, io e te». Ad ascoltare bene il testo, tuttavia, la disperazione dell’esilio emerge in tutta la sua drammaticità.
Storie lontane, che forse interessano pochi. Anche se di recente la stampa croata ha bollato come «provocazione irredentista» la presenza dei rappresentanti del “Comune di Pola in Esilio” alla celebrazione delle vittime di Vergarola. Il futuro è nell’Europa, nel crescente turismo sulle coste croate, negli scambi commerciali. E quel che resta della comunità italiana dell’Istria sembra tutt’altro che attratta dalle tentazioni revansciste che invece, bisogna ammetterlo, ancora animano le associazioni dei profughi in Italia. Anche perché i non molti italiani che nel 1946-47 scelsero di restare lo fecero per ignavia o convinzione politica nel comunismo jugoslavo, e in entrambi i casi furono indotti a tagliare le proprie radici e a subire un intenso processo di slavizzazione.
Difficile pensare che a sessantacinque anni di distanza, oltretutto in Paese democratico benché fortemente nazionalista, riemerga oggi una forte coscienza italiana. A Pola solo il 5 per cento si dichiara di madrelingua italiana, a fronte dell’88 per cento di croati. E nell’intera Istria la comunità italiana non supera il 10 per cento della popolazione totale. Rispetto ai tempi della Jugoslavia di Tito sono stati fatti molti passi avanti: esiste un formale bilinguismo, in molti paesi della costa l’italiano viene insegnato a scuola, l’associazionismo ha ripreso a funzionare e un Comune importante come Rovigno, fulcro del turismo istriano, ha un sindaco di origine italiana, Giovanni Sponza.
Però non c’è da farsi illusioni: a dispetto di quanto cantava anni fa La Compagnia dell’Anello, nell’Istria del 2013 “solo” le pietre sembrano ancora parlare italiano.

martedì 6 agosto 2013

L'ordine scellerato della sinistra: dimenticare le vittime delle Foibe


da ilgiornaleditalia.org
Nella Roma di Marino si punta a cancellare il segno dell'esilio giuliano-dalmata. Storace: 'Spettacolo squallido, ennesimo schiaffo alla Storia del nostro Paese'
Cancellare la Casa del Ricordo. O quanto meno renderla marginale, farla ricadere in quel tunnel della storia dalla quale era stata tratta fuori a fatica, dopo decenni. Un macabro parallelo con quella fine che tanti italiani hanno conosciuto, nel profondo di una foiba. E' la storia che arriva dal Municipio I di Roma 
"La Roma di Ignazio Marino si  e’ esibita  con uno squallido spettacolo nel municipio più importante; infatti, la  bocciatura da parte della maggioranza che sostiene la  presidente Alfonsi  dell’emendamento che prevedeva di inserire nelle politiche del  Municipio  I  delle collaborazioni con istituzioni storiche, come la Casa della Memoria e la Casa del Ricordo,  e’ l’ennesimo  schiaffo alla storia del nostro Paese.  
Dimenticare  le vittime delle foibe non  può più rappresentare oggi  solo il becero cinismo che ha contraddistinto la storia della sinistra italiana,  ma bensì un atto barbaro di disumana gravità che va condannato senza esitazioni.
Oggi, con la decisione del Municipio I,  ritorna  l’oblio sul sangue versato…"
E' quanto dichiara in una nota Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra 
"La Roma di Ignazio Marino si  e’ esibita  con uno squallido spettacolo nel municipio più importante; infatti, la  bocciatura da parte della maggioranza che sostiene la  presidente Alfonsi  dell’emendamento che prevedeva di inserire nelle politiche del  Municipio  I  delle collaborazioni con istituzioni storiche, come la Casa della Memoria e la Casa del Ricordo,  e’ l’ennesimo  schiaffo alla storia del nostro Paese.  Dimenticare  le vittime delle foibe non  può più rappresentare oggi  solo il becero cinismo che ha contraddistinto la storia della sinistra italiana,  ma bensì un atto barbaro di disumana gravità che va condannato senza esitazioni.Oggi, con la decisione del Municipio I,  ritorna  l’oblio sul sangue versato…", dichiara in una nota Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra 
Sergio Marchi, capogruppo de La Destra nel parlamentino del centro storico, ricostruisce la vicenda: "La maggioranza di centro sinistra, o più esattamente di sinistra centro vista la presenza nel governo locale di Sel e Lista civica per Marino insieme al Pd, ha presentato al consiglio del primo Municipio, o come si chiama ora Municipio centro storico, le proprie linee programmatiche. Un libro dei sogni, con alcune ‘perle’ come la pedonalizzazione forzata dei Fori imperiali, rispetto al quale abbiamo espresso convintamente il nostro voto contrario. Qualche emendamento dei tanti presentati dall’opposizione è stato pure accolto, ma proprio qui è intervenuto un fatto grave, che denunciamo dalle colonne del Giornale d’Italia e rispetto al quale chiediamo allo stesso Sindaco di porre prontamente rimedio. Nel programma di consiliatura che ci è stato dato, nelle politiche culturali veniva citata la valorizzazione della Casa della Memoria, mentre nessun cenno si faceva alla Casa del Ricordo, struttura presente e funzionante proprio nel territorio del primo Municipio, dedicata al dramma troppo spesso dimenticato degli Italiani caduti vittime nelle Foibe per mano delle truppe comuniste del maresciallo Tito. Ripetiamo per l’ennesima volta che non si tratta di fare confronti o paragoni tra drammi tra di loro non confrontabili, ma di ricostruire il più possibile una memoria storica condivisa per creare finalmente una coscienza nazionale che superi le barriere ideologiche di un interminabile dopoguerra. Proprio grazie al Segretario de La Destra Francesco Storace, all’epoca alla guida della Regione Lazio, venne introdotta la Giornata del Ricordo, che si celebra il 10 Febbraio; ora quella giornata è tutelata da una Legge nazionale, votata con una larga maggioranza trasversale dal Parlamento italiano. La Destra insieme alle altre forze di centrodestra presenti in Municipio, Fratelli d’Italia e PDL, ha sottoscritto un emendamento per rimediare alla omissione della maggioranza, ed inserire anche la Casa del Ricordo tra le strutture da valorizzare nell’ambito del territorio, e più in generale del circuito culturale cittadino. Risultato? Il Pd si astiene, ma guarda caso Sel e la Lista civica per Marino votano contro, insieme al Movimento Cinque stelle, e l’emendamento è bocciato. Una brutta pagina per la democrazia, e un segno che una certa sinistra ideologica è dura da sconfiggere. Iniziamo male, e ricordiamo a tutti che chi governa oggi a Roma rappresenta il 65 per cento dei votanti al ballottaggio, quindi non più del 25 per cento dei Romani. Su temi così delicati, è presunzione grave pensare di poter decidere per tutti, con il rischio di riaprire ferite che vogliamo per sempre chiuse. Chiediamo alla sinistra più responsabile e democratica di rimediare all’errore, se di errore si tratta. Siete ancora in tempo. Se no, l’errore diventerà una scelta politica, e nessuno ci potrà chiedere di rinunciare a lottare con tutte le nostre forze per difendere la memoria di tutti gli Italiani, e dunque per la nostra libertà", conclude Marchi.

lunedì 10 giugno 2013

Inaugurata a Roma la prima “Casa del Ricordo” per i martiri delle foibe e gli esuli



da secoloditalia.it

La Casa del Ricordo, la prima d’Italia, ora ha una sede in via di San Teodoro a Roma, per non dimenticare i martiri delle foibe istriane e dell’esodo delle popolazioni giuliano-dalmate dalle loro terre nell’immediato dopoguerra. «Guai al popolo che perde pezzi di memoria», ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno dopo aver tagliato il nastro inaugurale della sede. Antonio Ballarin, presidente associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ha ringraziato il sindaco dicendo che «ha mantenuto la promessa e questa Casa del Ricordo è la prima in Italia». «Se non avessimo tenuto fede al protocollo firmato sarebbe mancato qualcosa al mio primo mandato: è un obiettivo umano, non politico», ha aggiunto Alemanno. All’inaugurazione si è giunti attraverso un lungo ma proficuo impegno che ha visto coinvolta l’amministrazione capitolina e le associazioni degli esuli. L’ultimo atto per perseguire questo obiettivo si è svolto a febbraio, quando si è celebrato in Campidoglio, nell’aula di Giulio Cesare, il nono Giorno del Ricordo dei Martiri delle Foibe istriane e dell’Esodo delle popolazioni giuliano-dalmate. Nell’occasione infatti fu firmato il protocollo d’intesa cui faceva riferimento il sindaco, tra Roma Capitale e l’Anvgd (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) e la Società di Studi Fiumani, per la nascita della Casa del Ricordo. A quella cerimonia, l’ultima prima della realizzazione del museo, erano presenti, oltre al sindaco, Giorgio Marsan, vice presidente Comitato Provinciale Anvgd, Gianluigi De Palo, assessore capitolino alle Politiche della Famiglia all’Educazione e ai Giovani, Gianluigi Amleto Ballarini, presidente Società Studi Fiumani e Sergio Schürzel, esule da Rovigno d’Istria. Come si ricorderà, dopo decenni di oscuramento, il Giorno del Ricordo (10 febbraio) fu stato istituito con legge 30 marzo 2004, con l’obiettivo di conservare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati dalle loro terre. Da tempo le organizzazioni Anvgd (fondata nel 1947, l’associazione maggiormente rappresentativa sul territorio nazionale e della Capitale degli italiani fuggiti dall’Istria, Fiume e Dalmazia) e la Società di Studi Fiumani (nata nel 1923 e ricostituita a Roma nel 1960, proprietaria dell’Archivio Museo Storico di Fiume), hanno avviato una stretta collaborazione con l’amministrazione di Roma Capitale. Conoscenza storica della tragedia, convegni, mostre, viaggi nei luoghi della memoria e manifestazioni di commemorazione in occasione del 10 febbraio, sono i progetti su cui si è già cominciato a lavorare per onorare l’intesa.