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mercoledì 14 febbraio 2018

Italianità


Quest’anno ricorre il centenario della vittoria della I Guerra Mondiale, in seguito alla quale l’Istria, Zara e poi Fiume entrarono a far parte del territorio italiano, completando il processo risorgimentale unitario.
 
Per ricordare questa ricorrenza abbiamo deciso di interrogarci non soltanto sulla storia del confine orientale ma su quell’elemento che ci rende popolo: l’italianità.
 
Un’identità fatta di lingua, cultura, tradizione, storia comune, comune sentire, che rappresenta il presupposto stesso per l’amore per la nostra terra e per la nostra gente.
 
Un’identità che interessò anche quanti, in Istria e Dalmazia, in seguito alla II Guerra Mondiale, non potendo accettare di sentirsi ospiti in casa propria decisero – anche in conseguenza delle persecuzioni titine – di rifugiarsi nella Madrepatria. Abbiamo perciò voluto sottolineare come sia importante riscoprire questo legame, in virtù del quale centinaia di migliaia di istriani hanno scelto la destinazione del proprio esilio.
 
Abbiamo provato a raccontare tutto questo in un manifesto in cui Nazario Sauro, l’eroe italiano e istriano della Grande Guerra, compare al fianco di Dante Alighieri, simbolo indiscusso e invidiato della nostra grande identità nazionale.
 
Ad accomunare i due personaggi, le cui vite furono temporalmente e geograficamente così distanti, fu proprio la comune appartenenza e dedizione all’italianità, al comune sentire della grande famiglia degli italiani che prescinde dal tempo, dallo spazio e dai confini degli Stati.

"Comitato 10 Febbraio"

lunedì 23 novembre 2015

Gorizia, dagli Archivi la verità: oltre 800 infoibati


http://ilpiccolo.gelocal.it

Esaminate dalla Lega Nazionale le carte ignorate dagli storici, emergono 1024 deportati. Si salvarono in 200 


GORIZIA L’elenco dei goriziani tornati dalle deportazioni titine conta circa duecento persone ed era a disposizione di tutti già dal 1996. Era sufficiente andare a cercarlo. Ufficialmente in 19 anni di desecretazione a nessuno storico è venuto in mente di farlo e ammesso che qualcuno lo ha abbia fatto, le informazioni sulle foibe ha deciso di tenerle per sé. A mettere il naso negli archivi romani e togliere la polvere dalle carte è stata la Lega Nazionale.

Il presidente Luca Urizio, insieme al ricercatore Ivan Buttignon, ha passato una settimana nei fondi del ministero dell’Interno, della presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero degli Affari esteri a controllare documenti su documenti. Nel corso di questa missione bipartisan resa possibile grazie al supporto operativo del senatore democratico Alessandro Maran e al contributo del Comune di Gorizia, Urizio e Buttignon hanno trovato la lista completa di quanti erano stati deportati dall’esercito jugoslavo nel maggio 1945 e, con essa, anche quella di chi riuscì a far ritorno dall’inferno.

Sulla copertina timbrata dall’Ufficio informazioni dello Stato maggiore del regio Esercito si legge: “Gli elenchi allegati si riferiscono a n. 1023 persone scomparse da Gorizia (…). Si ignora se dette persone siano state deportate in Jugoslavia dai partigiani di Tito o se siano state uccise e gettate nelle foibe. I nomi sono stati segnalati dalle famiglie degli scomparsi a un nostro informatore che, risiedendo tuttora a Gorizia, desidera mantenere l’incognito”.

La data è quella del primo ottobre 1945. Per il momento il numero esatto di coloro che sono tornati non verrà reso noto perché prima di pubblicare i dati, i ricercatori vogliono concludere le verifiche incrociate con il Comitato dei congiunti dei deportati in Jugoslavia. In nome della verità storica, la Lega Nazionale è in ogni caso intenzionata a mettere i documenti a disposizione della collettività quanto prima. La data più probabile è quella del 10 febbraio, Giorno del Ricordo.

«Abbiamo organizzato la trasferta per dare finalmente ai nostri concittadini molte risposte che storici e ricercatori non sono stati in grado di fornire anche dopo la desecretazione dei documenti avvenuta fin dal 1996, 50 anni dopo il tragico periodo storico che ha sconvolto la nostra città», osserva Urizio. «Dopo giorni di intense ricerche – aggiunge il presidente della Lega Nazionale - siamo rientrati a Gorizia con oltre mille documenti fotografici, molti del tutto inediti».

Urizio sottolinea che sono stati ritrovati, in particolare, molti materiali legati al dramma delle foibe. Tra essi ce ne sono alcuni già apparsi in quello che lui definisce «un libello» privo dei riferimenti ai fascicoli dell'archivio in cui erano stati conservati. «Evidentemente non volevano che si trovassero quelli accanto», è il suo sospetto. «Ho fondati motivi per affermare che volevano che non si trovassero le carte. Si è spesso parlato di segreti di Stato, ma non ce n’erano. Si giocava semplicemente sulle spalle dei martiri e delle loro famiglie».

Per il presidente del sodalizio le liste dei deportati prelevati da Gorizia e di quelli rientrati successivamente in città «permetteranno finalmente di chiudere le polemiche sul monumento al Parco della Rimembranza». Oggi sono 665 i nomi scolpiti sulla lapide. A quelli ne mancherebbero circa 150.

«Riconosco che alle volte le polemiche sono nate a ragione, ma non bisogna per questo strumentalizzare la tragedia. Non è che se i numeri sono maggiori o minori, la tragedia vale di più o di meno. La tragedia è tragedia. Ad essere importante è la storia». Tra gli altri documenti ne sono emersi centinaia “secondari” con testimonianze e rapporti sulle violenze subite dagli italiani nel periodo compreso tra il 1943 e il 1946. Molte informazioni sono considerate di primaria importanza per rileggere nel giusto contesto quel periodo storico.


giovedì 2 aprile 2015

Lo schiaffo dell'Europa agli esuli istriani e dalmati: "Nessun risarcimento"




 da ilgiornale.it


Strasburgo rigetta senza motivazioni la richiesta dei profughi scacciati dalle terre orientali d'Italia e depredati dei loro beni dalle armate titine


Non c'è pace per gli esuli istriani, giuliani e dalmati. Dopo settant'anni di lotte per vedersi riconosciuta la restituzione dei beni confiscati dagli jugoslavi in seguito alle occupazioni degli anni Quaranta, l'ultimo schiaffo arriva da Strasburgo. 

Settimana scorsa, infatti, la Corte dei Diritti dell'Uomo ha rigettato definitivamente la richiesta di risarcimento degli esuli italiani.

Negli anni dal 1944 al 1947 centinaia di migliaia d'italiani vennero costretti ad abbandonare terre da sempre italiane, come le coste dalmate e istriane, oltre alle grandi città e alle isole. Per chi non veniva infoibato o rinchiuso nei campi di concentramento jugoslavi, c'era una sola alternativa: la fuga. Spesso abbandonando ogni cosa, lasciata alla mercé delle orde titine. Che, imitate dai vari governi jugoslavi, incamerarono ogni cosa con la scusa delle riparazioni di guerra dovute dall'Italia alla Jugoslavia in base al trattato di pace di Parigi del 1947.

Di risarcimento per gli esuli di fatto non si parlò fino al 1975, quando il trattato di Osimo, fissando definitivamente il confine orientale alla linea su cui si attesta ancor oggi, stabilì il pagamento di un indennizzo all'Italia a compensazione di quanto perso in quegli anni - si parlò allora di 110 milioni di dollari, versati poi effettivamente per poco più di un decimo del totale.
Il debito venne ereditato poi da Croazia e Slovenia. Alla fine gli esuli, esasperati da decenni di promesse a vuoto, hanno trascinato la questione davanti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo. Che, come racconta Il Piccolo, ha rigettato senza motivazioni il ricorso presentato un anno fa.

Per gli esuli e per le loro famiglie è davvero l'ultima speranza che svanisce: quello di Strasburgo, infatti, era l'ultimo grado di appello. Oltretutto, nota puntiglioso il quotidiano triestino, la relatrice della Corte di Strasburgo proviene da un Paese dell'ex Jugoslavia, la Macedonia: si tratta della slava Mirjiana Lazarova Trajkovska. Nel frattempo, spiegano i rappresentanti degli esuli, il governo italiano latita: secondo le ultime dichiarazioni rilasciate oltre un mese fa in occasione del Giorno del Ricordo, l'Italia sarebbe "orientata" ad incassare quanto versato da Croazia e Slovenia.

"Tutti se ne lavano le mani, a partire dallo Stato italiano - commenta il direttore dell’Irci (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano- dalmata) di Trieste Piero Delbello - Ma anche la Ue dimostra di non essere l'Europa dei popoli, ma l'Europa degli affari e dei banchieri. E da questa non mi posso aspettare nessuna tutela dei popoli."

domenica 8 febbraio 2015

Aperta a Roma la Casa del Ricordo


da romait.it

Era il 7 febbraio 2013 quando, nell’Aula Giulio Cesare del Campidoglio, venne firmato il primo protocollo d’intesa tra Roma Capitale, l’ANGVD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) e la Società di Studi Fiumani (nata nel 1923 e ricostituita a Roma nel 1960, proprietaria dell’Archivio Museo Storico di Fiume), per la nascita della “Casa del Ricordo”.

L'intesa, sottoscritta dall’allora sindaco Gianni Alemanno, dalla presidente del Comitato provinciale dell'ANGVD, Donatella Schürzel, e dal presidente della Società di Studi Fiumani, Amleto Ballarini, nelle intenzioni dei firmatari, avrebbe dovuto suggellare  una stretta collaborazione con l’Amministrazione di Roma Capitale e, soprattutto, portare alla realizzazione della “Casa del Ricordo”. 

 “Cari soci e amici, – aveva scritto in una nota di allora il Comitato provinciale dell’ANVGD di Roma – l’evento di oggi pomeriggio alle 17,00 con la consegna delle chiavi della Casa del Ricordo, sita in via di S. Teodoro a Roma, al nostro Comitato Provinciale romano unitamente alla Società di Studi Fiumani, è un grande successo e un risultato che sino ad ora solamente noi siamo riusciti ad ottenere, grazie alla collaborazione attiva e all’impegno, condotto sino in fondo dal Consiglio comunale e dal sindaco Alemanno che ha mantenuto le sue promesse. Naturalmente, seguirà a tempo debito un’inaugurazione ufficiale di questo prestigioso sito, posto nel cuore di Roma, centralissimo e raggiungibile da parte di chiunque, che rappresenterà nel tempo un luogo dove poter ospitare quanti siano esuli, discendenti e soprattutto cittadini, provenienti da qualunque luogo e desiderosi di conoscere una parte di storia d’Italia molto importante, guardando al futuro”.

L’auspicata inaugurazione, che in seguito al cambio di Amministrazione ha subito un notevole slittamento, arriva a due anni di distanza dalla consegna simbolica delle chiavi della struttura, mettendo la parola fine ad una lunga e discussa gestazione. 

Dopo che nel 2014 la scure della spending review si era inesorabilmente abbattuta sul budget destinato ai “Viaggi del Ricordo” verso il confine orientale italiano (attualmente ripristinati per 150 studenti romani) - determinandone la cancellazione in nome del contrasto agli sperchi e del contenimento della spesa pubblica - il clima politico si era arroventato. Eliminati i fondi per i viaggi in Istria e Dalmazia (e dimezzati quelli per Auschwitz), con il risultato di aver tolto a centinaia di giovani l’anno la possibilità di incontrare gli esuli e visitare le foibe, si era temuto che nuovi colpi di spugna potessero portare al naufragio della “Casa del Ricordo”. 

Eventualità che, con l’appuntamento di domani, è definitivamente scongiurata.

martedì 19 agosto 2014

Vergarolla, la strage dimenticata.


da futuroquotidiano.com
Ci sono molte vicende oscure della storia che il potere ha voluto paludare. 
Esistono ingiustizie che ancora gridano verità. Non si contano i morti cancellati per calcoli internazionali. Per molti si tratta di inevitabili “corsi e ricorsi della storia” che non ci toccano da vicino. Eppure tutto questo – e molto altro – hanno vissuto i nostri connazionali sul confine orientale d’Italia prima e dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Istria, Fiume e Dalmazia: nomi di regioni e città che forse non dicono molto alle giovani generazioni ma che, fino a pochi decenni fa, sono state parti integranti dello Stivale. 
Grazie all’istituzione della “Legge del Ricordo”, nel 2004, si è in parte fatto luce sulla loro storia e, soprattutto, sono stati riconosciuti dalle Istituzioni gli eccidi delle foibe ed il conseguente esodo di circa 350.000 italiani. Ma oltre sessant’anni di silenzio sono difficili da colmare e le drammatiche “storie nella Storia” – completamente dimenticate – sono tutt’oggi numerose. Una in particolare. Della più grande strage di connazionali in tempo di pace della storia della Repubblica italiana, infatti, finora se ne è parlato pochissimo e soltanto in specifici ambienti culturali. 

L’innegabile e recente merito di averlo portato alla ribalta nazionale è di Simone Cristicchi e Jan Bernas, attraverso un toccante brano dello spettacolo “Magazzino 18”.

La storia


Domenica 18 agosto 1946. La Guerra è da poco finita e l’Istria è occupata dai comunisti del maresciallo Tito. Da anni è in atto la stagione del terrore e della pulizia etnica ai danni degli italiani. Il “lungo esodo” è già iniziato. Ma non da Pola che, ancora, è amministrata dalle truppe britanniche. La morte in questa città viene portata a Vergarolla, una famosa spiaggia gremita di partecipanti in occasione delle locali gare di nuoto. Inizia tutto con un grande boato: scoppiano alcune mine antinave incustodite. Vengono letteralmente polverizzate intere famiglie, il mare si tinge di rosso al punto che per molto tempo nessuno mangerà più pesce: più di un centinaio i morti, di cui solo 64 identificati. Altrettanti i feriti. 
Non mancano gli atti di eroismo: il dottor Micheletti perde i due figli, ma continua a prestare soccorso per oltre 48 ore. Sarà poi esule, per non trovarsi un giorno a “curare gli assassini della sua prole”.

Le ragioni dell’attentato

Raccontata così, la tragedia potrebbe sembrare una di quelle tante sciagure che avvengono di tanto in tanto. La guerra è cessata da oltre sedici mesi e le mine potrebbero essere esplose per caso. Ma non è la sorte a decidere in questa circostanza. Documentazioni e prove inconfutabili dimostrano che si è trattato, infatti, di una azione delle squadre di sabotatori dell’Ozna, la polizia segreta di Tito. L’intera Pola ha sentimenti italiani, infatti, e la cittadinanza aspira a restare legata alla Madrepatria. Tutti confidano sulle dichiarazioni di principio degli americani, secondo le quali ogni popolo dovrebbe avere “il diritto di poter decidere in piena autonomia del proprio destino”. La riunione di tanta gente sulla spiaggia, al momento della deflagrazione, non è dovuta solo alla gara tenuta della Società “Nautica Pietas Julia”, ma è l’occasione di una manifestazione di italianità. 
La stessa “Arena di Pola”, il quotidiano cittadino, reclamizza l’evento come filo-italiano.

Le indagini mancate e i documenti ritrovati


All’epoca, sul reale movente e sugli esecutori del vile attentato terroristico si indagò poco e male. Nessuno, forse, aveva la reale intenzione di individuarne con chiarezza le dinamiche. Ci sono volute decine di anni perché dagli archivi inglesi uscisse una documentazione capace, da sola, di fare piena luce. Il comando inglese diede mandato ad una Commissione d’inchiesta di individuare le responsabilità della strage. Quest’ultima giunse a concludere che le mine erano in stato di sicurezza, poiché disattivate e che alcuni testimoni, fra i quali anche un inglese, asserivano che poco prima dell’esplosione avevano udito un piccolo scoppio e visto un fumo blu correre verso le mine. Pertanto, nella relazione finale fu espresso il parere che “gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute”. Esistono carte, poi, tratte dal “Public Record Office” di Londra tali da togliere ogni dubbio su quei fatti. Della documentazione fa parte una dettagliata informativa, datata 19 dicembre 1946, in cui si imputa chiaramente all’Ozna la paternità della strage. Il messaggio per gli italiani di Pola doveva essere chiaro e forte: restare e accettare il regime comunista, oppure lasciare da esuli l’Istria. 
E ottengono il risultato voluto. Ne consegue, infatti, il tristemente celebre esodo dalla città, culminato nel febbraio del 1947 con i viaggi del piroscafo “Toscana”.

Conoscere per costruire un futuro migliore

Solo il 18 agosto 2011 è stata posta una stele con i nomi e l’età di quegli innocenti che ancora gridano una giustizia che è stata a loro negata. 
A tanti anni di distanza dalla strage è un nostro dovere ricordare. 
E bisogna farlo non solo per la dignità delle vittime, ma per costruire un futuro migliore, impossibile senza la piena consapevolezza del nostro passato.

Carla Cace