giovedì 2 aprile 2015

Lo schiaffo dell'Europa agli esuli istriani e dalmati: "Nessun risarcimento"




 da ilgiornale.it


Strasburgo rigetta senza motivazioni la richiesta dei profughi scacciati dalle terre orientali d'Italia e depredati dei loro beni dalle armate titine


Non c'è pace per gli esuli istriani, giuliani e dalmati. Dopo settant'anni di lotte per vedersi riconosciuta la restituzione dei beni confiscati dagli jugoslavi in seguito alle occupazioni degli anni Quaranta, l'ultimo schiaffo arriva da Strasburgo. 

Settimana scorsa, infatti, la Corte dei Diritti dell'Uomo ha rigettato definitivamente la richiesta di risarcimento degli esuli italiani.

Negli anni dal 1944 al 1947 centinaia di migliaia d'italiani vennero costretti ad abbandonare terre da sempre italiane, come le coste dalmate e istriane, oltre alle grandi città e alle isole. Per chi non veniva infoibato o rinchiuso nei campi di concentramento jugoslavi, c'era una sola alternativa: la fuga. Spesso abbandonando ogni cosa, lasciata alla mercé delle orde titine. Che, imitate dai vari governi jugoslavi, incamerarono ogni cosa con la scusa delle riparazioni di guerra dovute dall'Italia alla Jugoslavia in base al trattato di pace di Parigi del 1947.

Di risarcimento per gli esuli di fatto non si parlò fino al 1975, quando il trattato di Osimo, fissando definitivamente il confine orientale alla linea su cui si attesta ancor oggi, stabilì il pagamento di un indennizzo all'Italia a compensazione di quanto perso in quegli anni - si parlò allora di 110 milioni di dollari, versati poi effettivamente per poco più di un decimo del totale.
Il debito venne ereditato poi da Croazia e Slovenia. Alla fine gli esuli, esasperati da decenni di promesse a vuoto, hanno trascinato la questione davanti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo. Che, come racconta Il Piccolo, ha rigettato senza motivazioni il ricorso presentato un anno fa.

Per gli esuli e per le loro famiglie è davvero l'ultima speranza che svanisce: quello di Strasburgo, infatti, era l'ultimo grado di appello. Oltretutto, nota puntiglioso il quotidiano triestino, la relatrice della Corte di Strasburgo proviene da un Paese dell'ex Jugoslavia, la Macedonia: si tratta della slava Mirjiana Lazarova Trajkovska. Nel frattempo, spiegano i rappresentanti degli esuli, il governo italiano latita: secondo le ultime dichiarazioni rilasciate oltre un mese fa in occasione del Giorno del Ricordo, l'Italia sarebbe "orientata" ad incassare quanto versato da Croazia e Slovenia.

"Tutti se ne lavano le mani, a partire dallo Stato italiano - commenta il direttore dell’Irci (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano- dalmata) di Trieste Piero Delbello - Ma anche la Ue dimostra di non essere l'Europa dei popoli, ma l'Europa degli affari e dei banchieri. E da questa non mi posso aspettare nessuna tutela dei popoli."

martedì 31 marzo 2015

«ChemChina renderà Pirelli globale L’Italia deve attrarre investimenti»



L’acquisizione di Pirelli e di altre grandi aziende da parte di cinesi, indiani, ecc., non sono mere operazioni di mercato ma rientrano nelle strategie nazionali e militari di questi Stati. Il loro obiettivo, infatti, è comprare le società per impadronirsi della tecnologia, dei brevetti e del know how, per poi successivamente abbandonarle. Un tempo queste cose si facevano tramite azioni di spionaggio, ora si fanno con operazioni finanziarie. Uno Stato sovrano non lo consente, i nostri Governi fantoccio sì.

Giorgia Meloni


da corriere.it

La scelta di China National Chemical Corporation «era la migliore per la Pirelli». Marco Tronchetti Provera lo aveva capito tre anni fa, quando ha incontrato per la prima volta Ren Jianxin, e adesso che è stata avviata la svolta, con la firma degli accordi che sanciscono l’alleanza, è soddisfatto per essere riuscito ad assicurare il futuro del gruppo milanese imbarcando un socio con le spalle larghe e un accesso privilegiato a un mercato sterminato. «Cuore e testa resteranno in Italia» assicura Tronchetti, al quale il nuovo socio cinese ha chiesto di rimanere alla guida per altri cinque anni insieme all’attuale management. «ChemChina - racconta - si è dimostrata molto aperta nel considerare un valore il radicamento di uomini e tecnologie in Italia, valore che è stato garantito con apposite clausole negli accordi».
  
Eppure c’è chi lamenta che l’Italia ha perso un pezzo pregiato della sua industria
«Questa è un’operazione che rende Pirelli più forte, ne ribadisce il radicamento e rafforza il ruolo del management. Continuiamo a guidare noi, portando avanti i piani di sviluppo stabiliti e senza alcun rischio per l’occupazione, né in Italia né negli stabilimenti esteri». 

Qualcuno si è chiesto se il Fondo strategico o F2i non potessero rappresentare delle alternative per tenere Pirelli italiana.
«Non ha molto senso in questo caso invocare l’intervento di fondi pubblici per garantire l’italianità. Uomini, tecnologie e sede in Italia sono garantiti dagli accordi e il partner cinese ci rafforza in un mercato enorme».  

I sindacati dicono che se in Italia ci fosse stata una politica industriale Pirelli non avrebbe scelto un partner cinese.
«Mi preoccupano certi sussulti che sanno di antico. La vera politica industriale si fa creando le condizioni per attrarre investimenti, che creano posti di lavoro, dando spazio alla formazione e allo sviluppo di tecnologie per far leva sulle eccellenze che fortunatamente ancora esistono nel Paese. Se guardo fuori dall’Italia vedo che le case automobilistiche vanno a produrre in Gran Bretagna, in Germania e in Spagna. Solo ultimamente, per fortuna, Fca ha ripreso a creare posti di lavoro. Perché queste difficoltà in Italia? La risposta non può essere certo un nazionalismo di maniera che parla in modo superficiale di politica industriale». 

E la sua risposta qual è?
«In Italia è mancato un progetto per il futuro dell’industria. Oggi abbiamo la possibilità di diventare il Paese delle opportunità per gli italiani e gli stranieri. Se abbiamo perso competitività per molti anni è proprio perchè le scelte di politica industriale del passato hanno impoverito il Paese. Per decenni abbiamo sentito dire che piccolo è bello, ma il piccolo per crescere ha bisogno della dimensione, che porta a ragionare in grande tutti gli attori del mercato creando una società più aperta. L’Italia invece non ha creato le condizioni per attrarre i grandi e per far crescere le aziende medie. Quando un’azienda decide di uscire dall’Italia ci si dovrebbe chiedere perché. Certo, a pensarci i “lacci e lacciuoli” invocati da Guido Carli, erano nulla. Oggi c’è un nodo gordiano, di cui ha beneficiato chi conosceva le scorciatoie per evitare i nodi e la corruzione è dilagata. Troppo spesso, di fronte a un problema, si è fatta una nuova legge senza guardare a quelle che andavano eliminate perché la nuova potesse funzionare. E tutto è diventato sempre più complesso». 

Questo governo ha visione di politica industriale?
«Ha lo sguardo giusto sul mondo e l’agenda giusta. Il Jobs act è un atto di vera politica industriale».

Renzi era stato messo al corrente che stava negoziando con ChemChina. Ci sono state interferenze?
«Nessuna. Alla vigilia della firma ho spiegato al premier il progetto industriale. Ha colto che per Pirelli è una grande opportunità».  

Perché proprio ChemChina?
«Abbiamo scelto ChemChina perché non c’è sovrapposizione e ci consente di avere un accesso diretto al mercato cinese dei pneumatici giganti. La nostra intenzione era di stabilizzare il segmento “industrial” che in Pirelli ha una dimensione non ottimale. Il futuro per questo mercato, e non solo, è l’Asia e dunque è lì che stavamo guardando. Pirelli ha la tecnologia, prodotti competitivi e una redditività elevata, che potrà dare valore grazie anche alla capacità produttiva e alla presenza sul mercato di Aeolus (la controllata di ChemChina negli pneumatici, ndr ). Raddoppiamo da subito la produzione. A fianco di questo proseguirà la strategia di sviluppo nel segmento premium, che ha una crescita tripla rispetto al consumer, e in cui abbiamo investito molto in questi anni aprendo nuove fabbriche. Il mio compito sarà occuparmi del processo di riorganizzazione, rendere Pirelli più forte e solida e creare i presupposti per la continuità costruendo il percorso di successione».

Successione che slitta al 2021. Ha già individuato chi la sostituirà?
«In Pirelli sono importanti due caratteristiche: visione e capacità di gestione e oggi ci sono tante persone capaci nel gruppo. Io farò ciò che è utile all’azienda perchè continui su questo percorso, avendo il dovere, e in base agli accordi anche il diritto, di indicare il mio successore»

Cosa cambia adesso nell’alleanza in Russia?
«Pur diventando cinese il primo azionista, gli accordi in Russia sono tutti confermati. La Russia è importante per il mercato dei prodotti “winter” ed è diventata una base produttiva molto competitiva». 

I soci di Camfin venderanno o resteranno?
«Chi crede nel progetto ci seguirà in questo nuovo tratto di viaggio della Pirelli. Al momento tutti hanno deciso di proseguire».

Lei però non sarà più presidente della Pirelli in questo viaggio. Le dispiace?
«Mi fa sentire più giovane. Dopo una certa età diventano tutti presidenti».

mercoledì 25 marzo 2015

Stop Isis • Fiaccolata

Sabato 28 Marzo, ore 18,00 Metro Colosseo.
Fermiamo l'onda dell'odio.
‪#‎StopIsis‬

domenica 22 marzo 2015

Nel nome di Paolo Colli un convegno a Montecassino a dieci anni dalla morte


di Gloria Sabatini

Dieci anni. Tanti ne sono passati  (era il 25 marzo 2005)  da quando Paolo Colli,   fondatore e anima di Fare Verde, occhi celesti, sorriso sornione, energia incontenibile,  ci ha lasciati per una leucemia folgorante contratta in Kosovo.  Terra martoriata dove Poldo aveva organizzato tante iniziative di solidarietà dopo la guerra nella quale la Nato utilizzò armamenti all’uranio.

Domenica il ricordo di Paolo Colli

Domenica 22 marzo l’associazione ambientalista Fare Verde ne  ricorda la figura e l’impegno  con un convegno dal titolo “Paolo Colli dieci anni dopo: un futuro dalle radici profonde” che si svolgerà a partire dalle ore 10, a Montecassino, in provincia di Frosinone, davanti alla storica abbazia, nel corso dell’assemblea nazionale degli iscritti. “Non sarà il semplice ricordo di un uomo che ha dedicato la sua vita per l’ambiente e per gli altri – spiega Francesco Greco, presidente nazionale di Fare Verde – partiremo dal suo esempio costante per rilanciare battaglie in difesa dell’ambiente e di chi non vota,  gli animali, il mare, le generazioni future, i beni culturali e le tradizioni. Infine daremo nuove prospettive all’attività associativa: efficientamento energetico, “vuoto a rendere” degli imballaggi, lotta agli Ogm,  tutela e valorizzazioni dei prodotti agricoli tradizionali, ferma opposizione allo scellerato progetto del governo Renzi di sopprimere il Corpo Forestale dello Stato”.

Una storia che viene da lontano

Nata da una costola del Fronte della Gioventù di Roma, Fare Verde è stata vissuta fin dal principio come  un modo di essere, una missione, un’attività autonoma vissuta da decine di volontari ben al di là degli esperimenti mordi e fuggi dell’associazionismo cosiddetto “parallelo”,  che negli anni ’80 occupava le riflessioni dei giovani di destra. La natura come l’altra faccia del sacro, la sua conservazione vista come un dovere per tutelare un patrimonio unico da tramandare di padre in figlio. Un’avventura nella quale Paolo Colli si tuffò anima e corpo: camicie a quadretti,  jeans preistorici, superga taroccate ai piedi, borse di juta, agende in carta riciclata, sacchetti di compost a portata di mano. Bicicletta o scooter quasi mai in giacca e cravatta. Sempre fedele a se stesso anche quando divenne vicedirettore dell‘Arpa del Lazio. Nessuna differenza – dice chi ha avuto l’onore di conoscerlo – tra il quindicenne Paolo Colli fiduciario del Fronte della Gioventù  nel rosso liceo “Socrate” della Capitale e il quarantenne vicedirettore dell’Arpa Lazio e presidente di Fare Verde.

La battaglia contro i cotton fioc e gli incendi

Paolo Colli ha vinto la pluriennale lotta contro i cotton fioc che mandavano in tilt i depuratori e inondavano le nostre spiagge:  il divieto di produzione e commercializzazione dei bastoncini netta-orecchie  in materiale non biodegradabile è diventata legge nel 2002. Paolo Colli si è arrampicato sopra le vette ferite dai piromani per spegnere i fuochi della speculazione e delle mafie locali con decine di campi antincendio nel Lazio, in Campania, in Sicilia. Ha  guidato la battaglia per l’energia pulita con presìdi, picchetti, comizi, e con l’esempio ha messo all’angolo il finto ambientalismo di sinistra e i suoi cliché. Mai stanco, a macinare chilometri in macchina in giro per l’Italia. Sempre di corsa non ha trovato neppure il tempo per curarsi, per il trapianto di midollo – diceva- “non c’è fretta”.

mercoledì 18 marzo 2015

Ministero dello spreco pubblico...


Il "modus operandi criminale" è fondato sui "reciproci rapporti di interesse illecito". È ora di porre rimedio all'emorragia economica causata da chi si arricchisce sfruttando opportunità pubbliche.
Chi ha rubato deve restituire i soldi ai cittadini!

martedì 17 marzo 2015

Les italienes ne combat pas.

Di Stefano Tozzi

Les italienes ne combat pas. Gli Italiani non combattono così affermava il Generale francese Oudinot prima di entrare nella Roma del 1849 dove era stata proclamata la Repubblica. Pensate un Generale della Repubblica di Francia che attaccava un’altra Repubblica perché gli equilibri geopolitici si scompaginavano nel quadro politico della Penisola Italica allora divisa in staterelli e considerata una mera espressione geografica. 

Les italiens ne combat pas, gli italiani non combattono, disse in tono derisorio ed invece quegli italiani, popolani romani, patrioti giunti da tutta Italia, monarchici, repubblicani, garibaldini combatterono eccome menando sonoramente le truppe francesi di quel Generale così tremendamente saccente. Le truppe si dovettero addirittura ritirare a Civitavecchia per attendere rinforzi dalla Corsica. “Generale!! Un monarchico che oggi va a combattere per la Repubblica!!. No caro Lei io oggi vado a combattere per l’Italia!”. 

Così Luciano Manara rispose ad un popolano che combatteva al Gianicolo. E gli italiani combatterono come leoni uno tra tutti il ragazzino poco più che ventenne Goffredo Mameli che proprio sul Gianicolo morì. Prima, gli italiani combatterono a Milano per 5 giorni di seguito, contro gli austriaci e proseguirono poi a Curtatone, Montanara, Custoza, Montebello, Monzambano. 

Lo fecero tanti anni dopo quando gli stessi bersaglieri vendicarono i caduti della Repubblica Romana entrando a Porta Pia e facendo diventare Roma Capitale d’Italia. Combatterono sul Carso, in riva al Piave nei deserti infuocati della Libia o sulle ambe del continente africano. Combatterono e si sacrificarono per lasciare a noi un’Italia unita e sovrana del proprio destino. Ne dobbiamo essere semplicemente all’altezza e cercare di essere buoni italiani contro chi vuole minare la nostra sovranità, contro i corrotti e i malfattori e contro i più sottili invasori. Uniti nella diversità, perché possiamo dividerci politicamente sulle questioni etiche e materiali ma solo Uniti saremo popolo e non più servi di nessuno. Il 17 marzo di ogni anno ci deve ricordare tutto questo perché amare la Patria è bello e rappresentarne ed incarnarne i valori è un privilegio che deve essere di tutti.

Oggi io sono Manara, Garibaldi, Mazzini, Cavour, il maestro del Libro Cuore di De Amicis, il brigante che combatteva per la terra ai contadini, il bersagliere a Porta Pia, sono gli irredentisti giuliano dalmati, Ettore Viola sul Grappa, Nazario Sauro impiccato per amore dell’Italia, il fante sul Carso e sulle ambe abbissine, sono Alceste de Ambris sindacalista rivoluzuonario che scrisse la Carta del Carnaro per i meravigliosi Legionari Fiumani e sono Berto Ricci morto volontario in Africa, sono Vittorio Bottego primo esploratore europeo nel deserto della Dancalia, sono Carmelo Borg Pisani irredentista maltese e Petru Giovacchini irredentista Corso, il parà ad El Alamein ed il marinaio della corrazzata Roma con l'alpino della Cunense, sono Salvo D’Aquisto e Paride Mori sono il partigiano antifascista della Osoppo ed il militare della RSI che ha difeso il confine orientale a Tarnova, sono l'emigrante nelle Americhe e nel resto del mondo che ha nostalgia dell'Italia, sono gli studenti ed i ragazzi caduti per Trieste Italiana nel 1953 e quelli del MSI che cadevano nelle strade negli anni ’70 con il tricolore nel cuore, sono il poliziotto caduto per mano della mafia, sono Enrico Mattei, il Craxi che a Sigonella si oppose agli Americani, sono i miei fratelli a Nettuno contro Bush, sono il volontario ambientalista Paolo Colli, sono Fabrizio Quattrocchi.

Sono il contadino, l’operaio, l’impiegato, il commerciante, l’artigiano e l’imprenditore, l'artista che hanno fatto crescere economicamente e prosperare la mia Nazione. Sono tutti loro e lo voglio essere tutti i giorni della mia vita così, semplicemente, con deferente rispetto nei loro confronti e di chi mi seguirà.

Concludo con questo pensiero tratto da un film che amo particolarmente e che la dice lunga su come la penso io sulla nostra identità nazionale: “Quando vi dicono che gente della mia terra è morta, diffidate, ha camminato molto nel mondo, per secoli, e può darsi che qualche volta gli venga il sonno pesante per la fatica, ma al momento di fare i conti si sveglia sempre, e i conti senza noi non si possono chiudere! Sembra un gioco ed è storia!” Oggi al Gianicolo abbiamo portato come Municipio una corona di fiori io ed il capogruppo di SEL ed eravamo contenti di questa coincidenza Uniti nella diversità, speriamo bene per il futuro dell'Italia Buona festa dell’Unità Nazionale

17 marzo festa nazionale!