martedì 6 giugno 2017
Prima i Romani
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Virginia Raggi
mercoledì 31 maggio 2017
Vittoria!
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lunedì 29 maggio 2017
La questione migranti che portò Roma al collasso
La cattiva gestione dell'ondata migratoria di
Goti, nel quarto secolo, generò le ostilità alla base della Battaglia di
Adrianopoli, l'inizio della fine per l'Impero Romano d'Occidente. Una
vicenda da cui avremmo da imparare.
da focus.it
Il 9 agosto del 378 d.C., ad Adrianopoli, in Tracia - nella moderna
provincia turca di Edirne - si consumava una delle peggiori sconfitte
militari mai subite dai romani: il massacro di 30 mila soldati
dell'impero, guidati da Flavio Giulio Valente, perpetrato dai Goti, al
seguito del re guerriero Fritigerno. Secondo gli storici, quella
disfatta segnò l'inizio della catena di eventi che avrebbe portato alla
caduta dell'Impero Romano d'Occidente, nel 476.
Ripercorrere oggi gli eventi che portarono alla battaglia di
Adrianopoli è interessante: secondo una lettura dei fatti di allora
pubblicata su Quartz,
all'origine della strage ci sarebbe stata la cattiva gestione, da parte
dei romani, di un'imponente ondata migratoria di Goti avvenuta due anni
prima. Gli stessi Goti che si sarebbero trasformati nei carnefici delle
legioni dell'Urbe.
In fuga dalla guerra. Nel 376 d.C.,
racconta lo storico Ammiano Marcellino, i Goti furono costretti ad
abbandonare i propri territori (nell'attuale Europa orientale) spinti
dagli Unni, "la razza più feroce di ogni parallelo", che premeva da nord
sui loro confini. Il loro arrivo, "come un turbine, dalle montagne,
come se fossero saliti dai più segreti recessi della Terra per
distruggere tutto quello che capitava a tiro", provocò un bagno di
sangue tra i Goti che decisero - come fanno oggi i siriani - di fuggire.
Richiesta di asilo. I Goti, guidati
da Fritigerno, chiesero allora ai Romani di potersi stabilire in Tracia,
al di là del Danubio: una terra fertile con un fiume che li avrebbe
protetti da un'invasione unna. Quell'area era governata dall'imperatore
Valente, al quale i Goti promisero sottomissione a patto che avessero
potuto vivere in pace, coltivando e servendo i romani come truppe
ausiliarie. In segno di gratitudine, Fritigerno si convertì anche al
cristianesimo.
Viaggio della speranza. Inizialmente
le cose sembrarono funzionare: i Romani, nei confronti delle popolazioni
sottomesse, esercitavano abitualmente una strategia inclusiva.
Preferivano farne cittadini romani e assimilarne la cultura, per evitare
future ribellioni. Decine di migliaia di Goti (forse oltre 200 mila)
guadarono il Danubio di giorno e di notte, imbarcandosi su navi e
scialuppe di fortuna; molti di essi, per il gran numero, annegarono, e
furono trascinati via dalle correnti.
Corruzione e soprusi. In base agli
accordi, i Goti arrivati in Tracia sarebbero stati coscritti
nell'esercito romano e avrebbero ottenuto la cittadinanza. Ma gli
ufficiali militari che dovevano garantire loro supporto e provviste -
un'antica rete di supporto ai migranti - si rivelarono
corrotti e approfittarono dei mezzi stanziati per i nuovi arrivati,
vendendo le provvigioni al mercato nero. Ridotti alla fame, i Goti
furono costretti a vendere i figli come schiavi e a comprare carne di
cane dai romani.
L'epilogo e la memoria (corta). Le
ostilità tra le due popolazioni crebbero. Il risentimento covato dai
Goti li portò dal desiderare di divenire romani al desiderio di
annientare i romani. Fu con questa rabbia covata a lungo che
sterminarono gli eserciti di Valente. E la battaglia fu l’inizio della
valanga che travolse l’Occidente. Tanto che molti storici assumono il 9
agosto 378 come data spartiacque tra l’antichità e il Medioevo.
Nella gestione dei flussi migratori, oggi, ci si prospettano due
strade: quella dell'inclusione, e quella del rifiuto e del
respingimento. Se è vero che la storia è magistra vitae, abbiamo già visto una volta dove porta la seconda via.
martedì 23 maggio 2017
29 anni fa moriva Giorgio Almirante: innovatore, maestro di stile e democrazia
da secoloditalia.it
Ventinove anni fa l’Italia e il mondo della Destra storica e di opposizione di governo davano l’addio a Giorgio Almirante, (scomparso a sole 24ore di distanza da Pino Romualdi) un leader d’alto rango che, per ricordarlo attraverso le parole di Marcello Veneziani,
saggista e scrittore che, tra i tanti esponenti politici e culturali
che ne hanno omaggiato la memoria e ripercorso le tappe politico-sociali
nella Mostra voluta e organizzata nei mesi scorsi dalla Fondazione An dedicata
alla storia del Movimento Sociale, di lui ha detto: «Parlava, e nelle
sue parole avvertivi una storia, una sensibilità, una cultura. Era il Noi che rappresentava una continuità, non un Io
che parlava di sé. Il suo era un dialogo con la coscienza e per questo
colpiva chiunque lo ascoltasse. Ha portato l’italianità nella politica,
restituito dignità al Tricolore, alla bandiera, recuperato il senso
della Patria».
Giorgio Almirante, la grande lezione dell’uomo e del politico
Un uomo che
ha incarnato la tenacia e l’onestà intellettuale applicate a una
politica di “vecchio stampo”, militante e ideologica, ancora lontana
dagli scandali di corruzione e tangenti, compromessi e tornaconto
individuali. Un politico capace di coniugare, nell’impegno
quotidiano, tenacia e fermezza e indiscutibile capacità di tenere unita
una comunità ancora emarginata, discriminata, vittima del terrorismo
imperante dei feroci anni Settanta, quando parlare da un pulpito non
violento in un momento in cui molti si incamminavano nel tunnel buio
della lotta armata contro il sistema, non era facile. Anzi, era quasi
impossibile. Eppure Almirante, protagonista assoluto della storia
italiana e della Destra nazionale, è riuscito a dispetto di tutto e di
tutto a rimanere nell’alveo di una civile competizione democratica. Non
per niente, tra i tanti che a lui hanno riconosciuto doti politologiche e
lungimiranza strategica, in particolare Montanelli disse che «il leader del Msi era il solo uomo politico cui potevi stringere la mano senza timore di sporcartela».
Giorgio Almirante, ricordi e lezioni di vita e di politica
E non solo: «Era un uomo schietto, intento a cambiare radicalmente
l’impostazione culturale delle istituzioni che amava profondamente» ha
ribadito una volta di più la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni,
che in un suo personale ricordo dedicato ad Almirante ha anche detto:
«Se oggi si può parlare di pacificazione, si può chiudere una pagina
della storia nazionale e aprirne una nuova, lo si deve anche al suo
contributo politico e morale. Gli piaceva dire “noi possiamo guardarti
negli occhi” e l’Italia, soprattutto in questo momento ha un disperato
bisogno di persone che possano dire al popolo: “Possiamo guardarti negli
occhi». E se Altero Matteoli esponente di Forza Italia ha a più
riprese sostenuto come, «di fronte alla politica attuale ricordare la
figura di Almirante mette i brividi. Lui, Berlinguer… sembra di parlare
di secoli fa. Erano gli anni del grande scontro di idee, dei confronti
sanguigni ma corretti, oggi è tutta una marmellata indistinta», Ignazio La Russa (FdI)
lo ha spesso ricordato in questo episodio che molto racconta dell’uomo e
del politico: «Ricordo perfettamente un giorno di autunno, pioveva a
dirotto, in cui Almirante piombò in sezione: ci avvertirono poco prima,
davanti a due-trecento ragazzi iniziò a parlare, parlare, parlare non
curante della pioggia battente. Sapeva bene che l’esempio vale molto
più delle parole, così iniziò il invitandoci a “inventare” un nuovo
linguaggio, a svecchiare le vecchie liturgie, poi si interruppe e
disse, “che fate con questi ombrelli, toglieteli”. Parlò
ininterrottamente per cinquanta minuti sotto l’acqua»…
Un esempio ancora oggi insuperato
Anche per questo, allora, in anni in cui la politica sembra aver
smarrito progettualità ambiziosa e profondità di pensiero, riveduta e
corretta dalla banalità imperante dei talk show divenuti malgrado tutti –
addetti ai lavori compresi – la terza Camera dello Stato in cui
chiacchiericcio e insulti hanno la meglio; in un momento storico in cui
il pensiero di un’Europa che non c’è e di una comunità continentale
unita non solo geo-monetariamente ma politicamente è una chimera che
svilisce all’ordine del giorno valore e senso della Nazione. In cui gli
italiani perdono ad ogni settimana che passa un pezzo di orgoglio e di
dignità, autorevolezza e incisività, la lezione di Almirante impartita
con passione e sacrificio, si fa più vivida, vibrante e necessaria che
mai. I suoi discorsi. Il suo stile. La sua pacatezza e passionalità
dialettica, la sua educazione, eleganza e gentilezza, la sua
impareggiabile ironia e uno stile da uomo di Stato d’altri tempi
(politici) ancora ineguagliabile, svettano in un presente immiserito da
una politica politicante intrisa di demagogia e autoreferenzialità.
Un innovatore puro, maestro di democrazia e pacificazione
Un innovatore puro che, come ha detto a più riprese e in diverse occasioni commemorative Maurizio Gasparri
proponendo del leader della Destra una diversa lettura, in uno dei suoi
appassionati ricordi di Giorgio Almirante rivolto «a quanti lo hanno
troppo sbrigativamente giudicato un nostalgico» ha ricordato come,
quanto e perché il numero del Msi «fu maestro di democrazia e di
pacificazione» che «con il presidenzialismo voleva un coinvolgimento più
ampio dei cittadini nelle scelte fondamentali della vita dello Stato e
della democrazia governante». E ancora: «Almirante invitò costantemente
alla pacificazione tra gli italiani. E lo fece durante gli anni di
piombo, in un tempo ancora non sufficientemente lontano dagli odi e dai
rancori della guerra civile. Lo voglio ricordare oggi che di
pacificazione si torna a parlare in altri contesti, di grande polemica e
di scontro politico, ma certamente diversi dai tempi cruenti degli anni
di piombo durante i quali parlare della pacificazione era un atto di
grande coraggio».
«Non rinnegare né restaurare» nell’indicazione del futuro
E allora, in conclusione, ci piace rievocarne personalità politica e particolarità personali anche con le parole di Franco Mugnai,
presidente della Fondazione An, che ormai qualche tempo fa, in
occasione di un convegno tenutosi nella sala della Regina, a
Montecitorio, per la chiusura del centenario della nascita di Giorgio
Almirante promosso dalla Fondazione che porta il suo nome, richiamando
una frase che lo rese famoso, ha detto: «Non rinnegare né restaurare.
Era il suo pensiero, il filo conduttore della sua azione, la filosofia
politica di una vita intera, il monito rivolto ai giovani. Ai quali
Almirante amava indicare il futuro. Un Futuro da costruire con passione e
sacrificio, senza mai recidere le proprie radici. Una lezione per
tutti. Un esempio di democrazia. Uno stile di vita».
lunedì 22 maggio 2017
sabato 20 maggio 2017
Le immagini, i filmati e i racconti: omaggio dei compagni d'avventura
da il giornale.it
Trieste. «La sveglia è chiamata poco dopo le
5. (...) Fa freddo, l'erba è umida e c'è una nebbiolina brinosa tutto
attorno. Riteniamo opportuno iniziare la giornata con un sorso di
whisky, che fa l'effetto di una fiammata in gola» scrive Almerigo Grilz il 18 maggio 1987 sul suo diario di guerra dell'ultimo reportage in Mozambico.
«In pochi minuti la colonna è in piedi. I
soldati, intirizziti nei loro stracci sbrindellati raccolgono in fretta
armi e fardelli. (...) Il vocione del generale Elias (...) li incita a
muoversi: Avanza primera compagnia! Vamos in bora!. In no time siamo in
marcia». Per Almerigo sarà l'ultimo giorno di appunti. All'alba del 19
maggio, il proiettile di un cecchino gli trapasserà la
nuca mentre filma la scomposta ritirata dei guerriglieri della Renamo
respinti dai governativi nell'attacco alla città di Caia. Grilz è il
primo giornalista italiano caduto in guerra dopo la fine del secondo
conflitto mondiale.
Trent'anni dopo Gian Micalessin e chi vi
scrive, i suoi compagni di avventura nei reportage, gli dedicano a
Trieste, la città dove è nato, la mostra fotografica Gli occhi delle
guerra - da Almerigo Grilz alla battaglia di Mosul. Un'esposizione unica
in Italia con 90 pannelli su 35 anni di reportage dall'invasione
israeliana del Libano nel 1982 fino al caos della Libia, la terribile
guerra in Siria e la sanguinosa battaglia contro il Califfo in Irak. La
mostra e il catalogo contengono anche le foto scattate da Almerigo
nel corso della sua breve, ma intensa attività in Afghanistan, Etiopia,
Filippine Mozambico, Iran, Cambogia e Birmania. L'esposizione, che si
inaugura oggi alle 18.30 con l'assessore alla Cultura di Trieste,
Giorgio Rossi, al civico museo di guerra per la pace Diego de Henriquez
rimarrà aperta fino al 3 luglio.
Della mostra fa parte una selezione delle pagine più significative delle agende (Guarda la gallery con le immagini)
che Almerigo Grilz utilizzava per annotare con precisione ogni momento
dei suoi reportage corredando il tutto con disegni e mappe dettagliate.
La futura vocazione e la passione del giornalista emerge pure dalle
pagine dei Diari del giovane Grilz con un Almerigo adolescente che
disegnava scene di battaglie storiche e descriveva gli avvenimenti della
sua Trieste. Il pubblico potrà sfogliare anche le bozze del fumetto Almerigo Grilz - avventura di una vita al fronte (Ferrogallico editore), dalla passione politica al giornalismo, che verrà pubblicato in settembre.
Un percorso nella memoria di un giornalista
scomodo e volutamente poco ricordato per il suo attivismo a destra, nel
Fronte della gioventù, negli anni Settanta, che non a caso Toni Capuozzo
ha definito l'«inviato ignoto». Oggi alle 19.30
Almerigo verrà ricordato a Trieste anche in via Paduina davanti a quella
che è stata la sede nel Fronte, l'organizzazione giovanile del
Movimento sociale italiano.
Al museo de Henriquez accanto alle foto
scorrono i filmati realizzati da Almerigo con la cinepresa Super 8. E
l'invito in studio nel 1986 di Ambrogio Fogar nel programma Jonathan
dimensione avventura dove Grilz con Egisto Corradi, storica colonna del Giornale e Maurizio Chierici del Corriere della Sera parlano del mestiere di inviato di guerra e dei suoi pericoli.
I
video comprendono anche i reportage di oggi sui Paesi senza pace come
Afghanistan, Siria, Libia, Irak realizzati grazie al progetto del giornale.it, Gli Occhi della guerra e al sostegno dei nostri lettori. E non manca il documentario L'Albero di Almerigo (guarda il video) che racconta la ricerca e il ritrovamento in Mozambico dell'antico albero ai piedi del quale riposa Almerigo Grilz.
La
mostra nel trentennale della sua scomparsa vuole essere anche un
tributo ai reportage in prima linea, in un periodo di media in crisi e
un omaggio non solo a Grilz, ma a tutti i giornalisti che hanno perso la
vita sul fronte dell'informazione per raccontare le tragedie dei
conflitti.
Nel 1986 in Mozambico, un anno prima di morire, Almerigo
annotava sul suo diario: «Mi sporgo fuori per filmarli: non è facile,
occorre stare appiattiti a terra perché le pallottole fischiano
dappertutto. Alzare troppo la testa può essere fatale».
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