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giovedì 7 dicembre 2017

A Colle Oppio Virginia Raggi sfratta la storia della destra romana


da linkiesta.it / di marco sarti

I vigili sono entrati a Colle Oppio alle cinque di mattina del 31 ottobre scorso. Dopo l’irruzione hanno chiuso per morosità la sede di Fratelli d’Italia, messo i sigilli al circolo e cambiato la serratura. Sgombrando in un colpo solo settant’anni di storia politica. È qui, a due passi dal Colosseo, che sorge uno dei luoghi più evocativi della destra italiana. In questa parte dell’Esquilino, dove Traiano aveva edificato le sue terme, si ritrovarono nel dopoguerra i primi esuli istriani e dalmati. 
Scappati a Roma dalle vendette titine, trovarono accoglienza in un locale interrato «che scavarono letteralmente a mani nude», racconta oggi il presidente del circolo Federico Mollicone. Con loro c’erano anche alcuni ex combattenti della Repubblica sociale, rappresentanti di un mondo sconfitto ma ancora vivo.

Nel 1948 a Colle Oppio apre una delle prime sezioni del Movimento Sociale. Viene ribattezzata “Istria e Dalmazia”: un luogo ideale più che una sezione di partito. Le difficoltà di quella comunità rispecchiano l’ambiente. La sede è un locale umido, senza finestre, si trova un metro e mezzo sotto il livello della strada. Tre stanze, bagno e sottoscala. «Uno spazio inadatto a qualsiasi attività pubblica, come ha certificato anche il Campidoglio» insiste Mollicone. «E tutti i giovani che negli anni a seguire sono cresciuti in questo circolo lo sanno bene. Siamo pieni di reumatismi». Qualche giorno fa lo scrittore Antonio Pennacchi ha rivelato di aver frequentato quella sezione durante la sua militanza nera. A Colle Oppio ci ha trascorso una notte nel 1966, “a guardia da temuti attacchi comunisti”. Un bel resoconto, pubblicato sul Fatto, racconta quella comunità e la sua piccola sede. «Solo mattoni sgarrupati sui muri e sulle volte, e secchi per la colla, tavoli e palanche su cui sedersi e manifesti della fiamma. Niente di più, niente d’artistico, solo - al massimo - qualche busto del Duce».

Adesso su quella storia ci sono i sigilli del Campidoglio. Ufficialmente la sindaca Virginia Raggi denuncia una vicenda di morosità, un immobile pubblico con un contratto d’affitto scaduto da quasi mezzo secolo. I militanti cacciati raccontano un’altra verità. La convenzione con il comune risale al 1959, c’è un contratto rinnovato fino al 1972. Poi di quegli accordi si è persa traccia tra i fascicoli conservati nei polverosi archivi capitolini. Fino a quando, sotto il commissario Tronca, l’immobile è tornato di attualità. Pochi anni fa Fratelli d’Italia e il Campidoglio hanno aperto un dialogo per trovare un’intesa economica. L’altra notte, mentre gli eredi del Msi ancora attendevano una risposta dagli uffici del Comune, è arrivato lo sfratto. «Ma non siamo morosi - racconta ancora Mollicone - Come dimostrano gli atti in nostro possesso abbiamo già sanato gli ultimi cinque anni, siamo in regola». È una vicenda di soprusi e potere, dicono i dirigenti di Fratelli d’Italia. Forse persino una vendetta politica. Nel solo centro storico di Roma ci sono quasi 600 immobili pubblici nella stessa situazione - locali di pregio ben maggiore - perché procedere con tanta urgenza a questo sgombro? «È un atto illecito che a pochi giorni dalle elezioni di Ostia colpisce la sede storica del principale partito di opposizione - tuona il presidente - Neanche in Corea del Nord...».

I ricordi tornano al secolo scorso. Per la destra romana questo è un luogo leggendario. Negli anni Cinquanta Colle Oppio diventa il riferimento per le organizzazioni giovanili che gravitano attorno al Movimento Sociale. Ma il ritrovo dei neofascisti è anche un punto di aggregazione per l’intero quartiere. I militanti di allora ricordano la creazione di una improvvisata balera, i tavoli di biliardino. Qualche anno più tardi sarà allestita anche una palestra di pugilato. È un modo per rimanere vicini alle radici popolari del rione, dove già sorgeva l’Audace di Primo Carnera. Negli anni Settanta Colle Oppio deve attraversare gli anni di piombo. Bombe e scontri, agguati e pestaggi. La violenza politica scandisce quel periodo drammatico. Chi conosce le vicende del circolo ricorda almeno tre attentati incendiari, ne seguirà un altro negli anni Novanta. È una storia di sangue che qui non hanno mai dimenticato. Militava a Colle Oppio Stefano Recchioni, una delle tre vittime di Acca Larentia. Era il 1978, ancora oggi nella sede di Fratelli d’Italia è conservato il calco della lapide di bronzo scolpita dalla madre del giovane.

«Per i neofascisti appassionati di Tolkien, quei ruderi sono diventati una nuova “Contea”» ha raccontato Luca Telese nel suo Cuori Neri. «E tutta la toponomastica del quartiere viene ridisegnata e ribattezzata secondo nomi e coordinate immaginarie che riecheggiano la cronaca, la politica, i punti cardine del loro vissuto. Per dire: la scalinata di piazza Iside è stata ribattezzata "scalinata Mantakas”, il confine della zona sicura - la cancellata di via Labicana che delimita il parco di Colle Oppio - è il “muro di Berlino”. Insomma, è la loro Contea. Ma una Contea che al pari delle più insicure cittadelle medievali si sente assediata: gli assalti alla sezione, la guerriglia con i rossi, con gli extraparlamentari di sinistra che si staccano dal corteo ogni volta che passano dalla vicina via Cavour, sono il pane quotidiano».

La storia di questo luogo si perde nelle leggende della destra. Secondo alcuni sarebbe nata proprio in questo circolo l’ostentazione della croce celtica. Il simbolo di una comunità militante che all’inizio, invano, gli stessi dirigenti del Msi provarono a vietare. Probabilmente non è neanche vero. Ma Colle Oppio è anche molto altro. Negli anni Ottanta la sezione diventa un’officina di idee. Avanguardia e tradizione. Cercando di superare il solito approccio nostalgico, si sviluppa l’attenzione per l’ecologia e l’associazionismo. Il circolo missino si lega alla figura di Fabio Rampelli, oggi capogruppo di FdI a Montecitorio, e diventa il luogo di aggregazione della comunità politica dei Gabbiani. Si sperimentano nuovi prodotti editoriali, crescono i gruppi musicali d’area. «Colle Oppio ha anticipato i tempi» racconta orgoglioso il presidente Mollicone. In qualche modo si vogliono tagliare i legami simbolici con un passato che i militanti non hanno vissuto, prima di tutto per motivi anagrafici. Si cercano di superare le contrapposizioni degli anni Settanta tra destra e sinistra. Si organizzano iniziative di solidarietà per i senzatetto del quartiere e nasce una collaborazione con la Caritas di don Luigi Di Liegro. Sono gli anni della metapolitica, la nascita delle strutture di volontariato e le associazioni culturali e ambientaliste. Su tutte Fare Verde, presieduta da Paolo Colli.

Una storia di parte, certo. Legata a un periodo lontano in cui la militanza aveva ancora un significato. Un percorso che arriva fino ai nostri giorni. «Colle Oppio è un santuario della destra, ma anche una comunità viva» spiega Mollicone. Oggi conta seicento iscritti, è il circolo di Fratelli d’Italia più numeroso del Paese. Ospita comitati di quartiere e associazioni. E come spiegano fin troppo orgogliosi i suoi militanti, rappresenta un argine al degrado del parco. «Colle Oppio non è un luogo di individualismi e carrierismo - insiste il presidente - ma il simbolo di una comunità che fa politica». Lo sfratto dei vigili è l’ultima pagina della vicenda. Adesso la comunità di destra si prepara all’ennesima battaglia, stavolta legale. Gli avvocati di Fratelli d’Italia stanno formalizzando gli atti per opporsi all’intervento del Campidoglio. Intanto si valutano gli estremi per procedere contro sindaco e comandante dei vigili per abuso d’ufficio. A mali estremi, qualcuno ha proposto persino di occupare l’immobile. «Siamo sereni ma determinatissimi - dice Mollicone - in ogni caso nessuno ci potrà togliere Colle Oppio».

lunedì 9 febbraio 2015

Buon compleanno soldato Paolo.



di Fabio Rampelli

(il 9 febbraio di tanto tempo fa)

Notte fonda. Squilla il telefono di casa, abito ancora con i miei genitori, rispondo io, a quest'ora capitano solo chiamate d'aiuto. Chi finisce in un commissariato, chi in questura, chi in ospedale, chi in prigione. Generazione bella e perseguitata, perennemente in trincea senza che ci sia più una guerra. Stavolta la notizia è un tuono, la voce fioca mi dice di andare subito al Policlinico Umberto I, Paolo è in coma. Mi si gela il sangue.

Non ricordo cosa stessi facendo, se stessi dormendo o fossi sul tavolo da disegno a preparare un esame, non ricordo nulla. Dalla memoria rattrappita non ho mai cavato granché su quelle ore d'ansia, rammento di essere uscito di corsa e di soppiatto e di aver schiantato la mia Simca Horizon contro un’auto in borghese della polizia, alla stazione. Farnetico qualcosa, estraggo la patente, l'aria si condensa nel freddo di quella notte ributtante. Giungo al Pronto soccorso, qualcuno strizza le spalle. Non riusciamo a vedere Paolo, ma lo sorvegliamo per sette giorni e sette notti per proteggerlo, rincuorarlo, resuscitarlo con la veglia e la preghiera. Seduti a terra in un corridoio squallido consumiamo stecche di sigarette, viveri, caffè, mentre la folla s'ingigantisce, la processione s'allunga. Quell'ospedale diventa il nostro quartier generale, è da lì che partono manifesti, volantini, murales, cortei nel cuore dell'Africano, il quartiere proibito che Paolo ha osato "violare" affiggendo manifesti, chiedendo l'esproprio di Villa Chigi e la sua restituzione ai cittadini.
 
Tutto sembra improvvisamente ridicolo, ma quella dolorosa agonia pare voler dare ancora un senso a ciò che un senso non ha.
Osservo i volti e penso che niente ci potrà più separare, niente potrà mai corromperci ora che altro sangue cementa le nostre vite.

Il coma persiste, gli animi ribollono, la proposta della vendetta riecheggia con la sua logica dell'occhio per occhio, la follia che ha guidato gli anni '70, come un vampiro, ha sete di altro sangue. Paolo non è un simpatizzante, ma un militante, un soldato. Lo ricordo a Colle Oppio arrivare con la sua moto dopo che una bomba aveva distrutto la sede, prendere i detriti con le mani e poi impugnare la scopa d'ordinanza e spazzare via quintali di polvere. Il silenzio era il suo idioma.
 
Mi viene in mente Campo de' Fiori, dove un innocente volantinaggio era diventato la solita "provocazione fascista". Le forze dell'ordine impaurite davanti a una schiera di ultracomunisti ci piantano lì. Noi in venti, con nessuna voglia di scappare e gli altri in corteo ad agitare mazze "democratiche". C'è voluta molta fantasia per tornare a casa sani e mentre tutti andavano via dopo averla scampata io e Paolo proteggevamo uno di noi cui non partiva la moto. Spingere, guardarsi indietro, cercare di prevedere se ce l'avremmo mai fatta. Roba da farsi raggelare il plasma. E poi le lotte studentesche, le prime emittenti televisive private, le ‘avveniristiche’ autogestioni di destra che fecero tanto rumore, la voglia di scuotere le coscienze dei giovani, appassionandoli ai valori. I primi vagiti di una 'comunità' che avrebbe voluto affermarsi superando le ideologie e rifiutando la guerra tra fazioni. Stop al disegno dei grandi burattinai al potere.

Lavora silenzioso nello sgabuzzino dove scrive manifesti a mano, capelli lunghi e arruffati, va in vacanza in tenda, è contro la pena di morte e, per questo, viene sbattuto fuori dalla sezione missina di viale Somalia, destino riservato a molti di noi. Quelli che la volevano, che erano anche razzisti e neofascisti, diventeranno statisti e ministri. Scherzi della democrazia.

La richiesta di vendetta prende corpo, alcuni si avvicinano, propongono, fanno finta di essere sicuri dell'identità degli assassini, solito schema, solita filastrocca. No, la risposta è che non si risponde, ci diano pure dei "vigliacchi", il "favore" non sarà restituito. La differenza rispetto al passato, è che stavolta vogliamo dare tutto e non prenderci rivincite, sferrare il colpo di grazia all'ipocrisia di un mondo costretto alle divise, ai saluti e alla difesa disperata del proprio spazio vitale, mettere sulle idee la nostra vita e non il contrario. Meritiamo più di un capriccio, di un gesto isterico, di una giustizia casareccia. Non ci aspettiamo che lo Stato consegni gli assassini alla galera, ancora una volta non accadrà, ma vogliamo fare del soldato Paolo l'ultima vittima di un conflitto fratricida che avrebbe ancora una volta reso più stabile un sistema corrotto nell'anima. 
Mai più altro sangue innocente, ma profumo di vittoria. Poche ore dopo lo avremmo giurato sul suo corpo esangue su cui un'infermiera aveva apposto un giglio bianco nel giorno del suo ventesimo compleanno, coincidenza incredibile... Auguri, Paolo, fino alla vittoria. Intenzione velleitaria per l'epoca eppure premonitrice di quanto in una manciata di anni sarebbe accaduto nella società. Sortilegio o presagio. 
I partiti tradizionali saltano per aria, i vecchi schemi caracollano sotto le pietre del muro di Berlino, la storia si rimette in moto e noi le stiamo sul collo. No, non è successo tutto perché alla richiesta di colpire presunti assassini abbiamo risposto 'picche', ne sono consapevole, ma è stata la cosa giusta da fare per essere sopra quella gigantesca onda rivoluzionaria successiva a tangentopoli.

In terapia intensiva improvvisamente il tempo inizia a correre, sembrano gli ultimi respiri... il cuore, la testa, la debilitazione. Prima dell'ultima crisi ci riversiamo ancora in strada, tutti insieme, per bagnare di lacrime l'asfalto ed esorcizzare la disperazione, in pugno le nostre bandiere. 
Quanti bambini riempivano quei veicoli. E mentre l'ospedale rimane deserto accade il miracolo. 
Sandro Pertini, presidente partigiano della Repubblica italiana, fa visita a Paolo, mette fine con un gesto imprevisto a decenni di orride esecuzioni. Sembrava quasi che Paolo lo stesse aspettando, qualche ora dopo muore e ci lascia per sempre alle nostre miserie quotidiane. L'indomani Giuliano Ferrara, allora di osservanza socialcomunista, scrive su un editoriale di Repubblica che "uccidere un fascista era reato", che anche se la vita politica di Di Nella era "deprecabile", occorreva dare la dignità al morto. Parole che oggi giudicheremmo offensive perché qualunque scelta ideale ha una dignità innanzitutto in vita e non solo quando viene sepolta sotto terra, ma un altro tassello al superamento delle contrapposizioni veniva posto dal quotidiano diretto da Eugenio Scalfari.

E' stato Paolo, sono stati la sua vita, la sua morte, la 'generazione invisibile' di cui era alfiere a proiettare la destra nel futuro, né Berlusconi, né Fini...
Ecco il testamento spirituale di Paolo Di Nella, gesti e parole destinati a segnare la fine di un incubo. 

La cappa di una guerra civile strisciante s'alza con il soffio che spira da questo sacrificio, nuovi fili d'erba si fanno strada in un prato ingiallito. Forse è il segnale che si può andare a scuola e all'università senza patemi, che si possono professare le proprie opinioni, presentare le liste studentesche senza essere linciati, parlare nelle assemblee senza subire spintonamenti o trovarsi con un bel cartello al collo a passeggiare per i corridoi, leggere liberamente i propri giornali preferiti, non vedersi irrompere dentro casa all'improvviso e senza motivo agenti di polizia mitra in pugno per paradossali perquisizioni, parlarsi al di là della destra e della sinistra... da persone a persone. Si schiudono le porte di un'altra era.

Il dolore è un fazzoletto di piombo che t'incappuccia il cuore, ti pesa dentro, le notti non sono più le stesse da allora, inizia la sfida esistenziale per ricostruire una normalità, difendere il diritto all'allegria, per non far vincere i seminatori di miseria e trasformare il ricordo in un sorriso. Turbine di pensieri, emozioni, eventi, decisioni tanto più grandi di quei ragazzi semplici sovraccarichi di responsabilità. Generazione invisibile che ha rovesciato gli schemi proprio il giorno in cui sarebbe stata perdonata, se avesse sbagliato ancora. Ecco perché la morte di Paolo è un pezzo speciale della nostra storia, un tassello della storia d'Italia, una sinfonia che irrompe all'improvviso con suoni grassi, violando la sua inclinazione al silenzio, come l'avesse preparata in vita per sentirla suonare nell'eternità.

Paolo è morto, camminiamo a testa bassa nei viali del Policlinico, alla ricerca della camera mortuaria, piove. Entriamo in un padiglione, c'intrufoliamo e troviamo il letto, c'è il lenzuolo da scoprire... Candido, rasato e col volto così simile a quel giglio bianco, il suo corpo magro s'incastona tra le pieghe.

Giuro, giuro che la porteremo sulla tua tomba, sarà guarnita come per le grandi occasioni, ma essenziale, perché la vittoria, quando la conquisti, non ha bisogno di commenti, né di labari, saluti, fronzoli. Lei è così, all'improvviso ti cade in braccio, quando meno te l'aspetti, quasi non ti viene voglia di festeggiare tanto ti appaga... No, non l'abbiamo ancora spuntata, si guadagnano e si perdono metri in questa sfida per riscattare l'Italia, una giostra infinita di luci e ombre che ci fanno compagnia. Qualcuno dei nostri amici ha perso il senso dell'orientamento, altri sono stati trasformati in spettri dalle forze del male, molti sono in sonno: guardano a distanza, fanno il tifo, strizzano l'occhiolino mentre allevano piccole creature, aspettano il segnale per riprendere il loro posto nella vallata.
 
Si cerca una nuova mappa, si costruisce un nuovo piano di volo, si plasmano altre sentinelle. Non ti muovere da lì, ti verremo a chiamare.

Buon compleanno, soldato Paolo.

lunedì 10 febbraio 2014

Buon compleanno soldato Paolo, fino alla Vittoria.


di Fabio Rampelli

Notte fonda. Squilla il telefono di casa, abito ancora con i miei genitori, rispondo io, a quest'ora capitano solo chiamate d'aiuto. Chi finisce in un commissariato, chi in questura, chi in ospedale, chi in prigione. Generazione bella e perseguitata, perennemente in trincea senza che ci sia più una guerra. Stavolta la notizia é un tuono, la voce fioca di Gianni mi dice di andare subito al Policlinico Umberto I, Paolo è in coma. Mi si gela il sangue.

Non ricordo cosa stessi facendo, se stessi dormendo o fossi sul tavolo da disegno a preparare qualche esame, non ricordo nulla. Dalla memoria rattrappita non ho mai cavato granché su quelle ore d'ansia, rammento di essere uscito di corsa e di soppiatto e di aver schiantato la mia Simca Horizon contro un’auto in borghese della polizia, alla stazione Termini. Farnetico qualcosa, estraggo la patente, l'aria che si condensa nel freddo di quella notte ributtante. Giungo al Pronto soccorso, qualcuno già strizza le spalle. Non riusciamo a vedere Paolo, ma lo sorvegliamo per sette giorni e sette notti per proteggerlo, rincuorarlo, resuscitarlo con la veglia e la preghiera. Seduti a terra in un corridoio squallido consumiamo stecche di sigarette, viveri, casse d'acqua, caffè, mentre la folla s'ingigantisce, la processione s'allunga. Quell'ospedale diventa il nostro quartier generale, è da lì che partono manifesti, volantini, murales, cortei nel cuore dell'Africano, il quartiere proibito che Paolo ha osato "violare" affiggendo manifesti e chiedere l'esproprio di Villa Chigi e la sua restituzione ai cittadini, proprio al suo confine. Tutto sembra improvvisamente ridicolo, ma quella dolorosa agonia pare voler dare ancora un senso a ciò che senso non ha.

Guardo Francesco e Giulio, Chicco e Pluto, Enrico, Massimo, Francesca, Roberta, Poldo, Cico, Ringo, Sciattol, Fabio e penso che niente ci potrà più separare, niente potrà mai corromperci ora che altro sangue cementa le nostre vite.

Il coma persiste, gli animi ribollono, la proposta della vendetta riecheggia con la sua logica dell'occhio per occhio, la follia che ha guidato gli anni 70, come un vampiro, ha sete di altro sangue, rifà capolino. Paolo non è un simpatizzante, ma un militante, un soldato. Lo ricordo a Colle Oppio arrivare con la sua moto dopo che una bomba aveva semidistrutto la sede, prendere la scopa d'ordinanza e mettersi a spazzare. Il silenzio era il suo idioma. Mi viene in mente Campo de' Fiori, dove un innocente volantinaggio era diventato la solita "provocazione fascista". Le forze dell'ordine impaurite davanti a una schiera di ultracomunisti ci piantano lì. Noi in venti, con nessuna voglia di scappare e gli altri in corteo ad agitare mazze "democratiche". C'è voluta molta fantasia per tornare a casa sani. E poi le lotte studentesche, le prime emittenti televisive private, le ‘avveniristiche’ autogestioni di destra che fecero tanto rumore, la voglia di scuotere le coscienze dei giovani, appassionandoli alle idee. I primi vagiti di una 'comunità' che avrebbe voluto affermarsi superando le ideologie e rifiutando la guerra tra fazioni. Stop al disegno dei grandi burattinai al potere.

Lavora silenzioso nello sgabuzzino dove scrive i suoi manifesti a mano, ha i capelli lunghi e arruffati, va in vacanza in tenda, è contro la pena di morte e, per questo, viene sbattuto fuori dalla sezione missina di viale Somalia, destino riservato a molti di noi. Quelli che la volevano, che erano anche razzisti e neofascisti, diventeranno statisti e ministri. Scherzi della democrazia. 
La richiesta di vendetta prende corpo, alcuni si avvicinano, propongono, fanno finta di essere sicuri dell'identità degli assassini, solito schema, solita filastrocca. No, la risposta è che non si risponde, ci diano pure dei "vigliacchi", il "favore" non sarà restituito. La differenza rispetto al passato, è che stavolta vogliamo dare tutto e non prenderci rivincite, sferrare il colpo di grazia all'ipocrisia di un mondo costretto alle divise, ai saluti e alla difesa disperata del proprio spazio vitale, mettere sulle idee la nostra vita. Meritiamo più di un capriccio, di un gesto isterico, di una giustizia casareccia. Non ci aspettiamo che lo Stato consegni gli assassini alla galera, ancora una volta non accadrà, ma vogliamo fare delsoldato Paolo l'ultima vittima di un conflitto fratricida. Mai più altro sangue innocente, ma profumo di vittoria. Poche ore dopo lo avremmo giurato sul suo corpo esangue su cui un'infermiera aveva apposto un giglio bianco nel giorno del suo ventesimo compleanno:auguri, Paolo, fino alla vittoria. Intenzione velleitaria per l'epoca eppure premonitrice di quanto in una manciata di anni sarebbe accaduto nella società. Sortilegio o presagio. I partiti tradizionali saltano per aria, i vecchi schemi caracollano sotto le pietre del muro di Berlino, la storia si rimette in moto e noi le stiamo sul collo.

In terapia intensiva improvvisamente il tempo inizia a correre, sembrano gli ultimi respiri... il cuore, la testa, la debilitazione. Prima dell'ultima crisi ci riversiamo ancora in strada, tutti insieme, per urlare la nostra rabbia e bagnare di lacrime l'asfalto, in pugno le nostre bandiere. Quanti bambini riempivano quei veicoli. E mentre l'ospedale rimane deserto accade il miracolo. Sandro Pertini, presidente partigiano della Repubblica italiana, fa visita a Paolo, mette fine con un gesto imprevisto a decenni di orride esecuzioni. Sembrava quasi che Paolo lo stesse aspettando, qualche ora muore e ci lascia per sempre alle nostre miserie quotidiane. L'indomani Giuliano Ferrara, allora di osservanza socialcomunista, scrive su un editoriale di Repubblica che "uccidere un fascista era reato", che anche se la vita politica di Di Nella era "deprecabile", occorreva dare la dignità al morto. Parole che oggi giudicheremmo offensive perché qualunque scelta ideale ha una dignità innanzitutto in vita e non solo quando viene sepolta sotto terra, ma un altro tassello al superamento delle contrapposizioni veniva posto dal quotidiano di Eugenio Scalfari. 

Ecco il testamento spirituale di Paolo Di Nella, gesti e parole destinati a segnare la fine di un incubo. La cappa di una guerra civile strisciante s'alza con il soffio che spira da questo sacrificio, nuovi fili d'erba si fanno strada in un prato ingiallito. Forse è il segnale che si può andare a scuola e all'università senza patemi, che si possono professare le proprie opinioni, presentare le liste studentesche senza essere linciati, parlare nelle assemblee senza subire spintonamenti o essere ricoperti di monetine, leggere liberamente i propri giornali preferiti, non vedersi irrompere dentro casa all'improvviso e senza motivo agenti di polizia mitra in pugno, parlarsi al di là della destra e della sinistra... da persone a persone. Si schiudono le porte di un'altra era.

Il dolore è un fazzoletto di piombo che t'incappuccia il cuore, ti pesa dentro, le notti non sono più le stesse da allora, inizia la sfida esistenziale per ricostruire una normalità, difendere il diritto all'allegria, per non far vincere i seminatori di miseria e trasformare il ricordo in un sorriso. Turbine di pensieri, emozioni, eventi, decisioni tanto più grandi di quei ragazzi semplici sovraccarichi di responsabilità. La morte di Paolo è un pezzo speciale della nostra storia, un tassello della storia d'Italia, una sinfonia che irrompe all'improvviso con i suoi suoni grassi violando la sua inclinazione al silenzio, come l'avesse preparata in vita per sentirla suonare nell'eternità.

Paolo è morto, camminiamo a testa bassa nei viali del Policlinico, alla ricerca della camera mortuaria, piove. Siamo in tre, uno di noi ha preso un'altra strada e si è perso di vista. Entriamo in un padiglione, c'intrufoliamo e troviamo il letto, c'è il lenzuolo da scoprire... Candido, rasato e col volto così simile a quel giglio bianco s'incastona il corpo magro del nostro fratello. Giuro, giuro che la porteremo sulla tua tomba, sarà guarnita come per le grandi occasioni, ma essenziale, perché la vittoria, quando la conquisti, non ha bisogno di commenti, né di labari, saluti, fronzoli. Lei è così, all'improvviso ti cade in braccio, quando meno te l'aspetti, quasi non ti viene voglia di festeggiare tanto ti appaga... No, non l'abbiamo ancora spuntata. 

Non ti muovere da lì. Buon compleanno, soldato Paolo.

martedì 22 ottobre 2013

A Ustica fu un missile (e ci fu depistaggio): storica sentenza della Cassazione


Fabio Rampelli
Ministri, militari e civili asserviti agli interessi stranieri vanno processati per altro tradimento.
Trentatré anni fa un missile fu sparato contro un aereo dell'Itavia da un caccia non identificato uccidendo 81 persone innocenti. Il governo dell'epoca depistò le indagini assecondando i voleri di potenze straniere invece di difendere la sovranità italiana e i diritti delle vittime e delle loro famiglie. Questa la verità accertata oggi dalla Cassazione, la stessa che Il 'Fronte della Gioventù' dell'epoca divulgò tra mille ostacoli. Ci fu nei cieli di Ustica una vera azione di guerra. Ora la verità emerga fino in fondo: il nostro popolo deve sapere se quel caccia era francese o americano, l'Italia deve reagire e processare per alto tradimento ministri, militari e civili protagonisti dei depistaggi, affinché tutti sappiano che chi tradisce l'Italia viene punito.

domenica 16 giugno 2013

Francesco Cecchin ricordato a 34 anni dalla morte a piazza Vescovio a Roma. Ma giustizia non è fatta…


da secoloditalia.it
«…e Francesco che è volato sull’asfalto di un cortile con le chiavi strette in mano, strano modo per morire…» cantava Francesco Mancinelli nella sua canzone «Generazione 1978», dedicata ai ragazzi uccisi negli anni di piombo, vittime del comandamento “uccidere un fascista non è reato”, ai tempi non solo predicato dalla sinistra ufficiale, ma purtroppo praticato dai gruppi armati dell’ultrasinistra come Potere Operaio,autore del rogo di Primavalle. A Francesco Cecchin, giovane militante romano del Fronte della Gioventù assassinato nel 1979 da persone rimaste sempre ignote, è dedicata anche un’altra bellissima canzone degli Imperium, “Sera di giugno”. I fatti, avvenuti 34 anni fa, la notte tra il 28 e il 29 maggio 1979, sono stati raccontati molte volte. Francesco era un ragazzo che aveva non ancora 18 anni e che militava nel Fronte della Gioventù di via Migiurtinia, al quartiere cosiddetto Africano, al tempo controllato quasi militarmente dal Pci e dai gruppi fiancheggiatori. Via Migiurtinia a sua volta era un circolo emanazione della sezione del Msi di viale Somalia 5, la Trieste-Salario, il cui animatore e segretario è stato per molti anni Natale Gianvenuti, oggi scomparso. Il circolo di via Migiurtinia era mal tollerato dagli intolleranti della sinistra, che sin dal giorno della sua inaugurazione provocarono scontri per impedire la sua apertura. Sì perché on quegli anni gli anticomunisti non avevano diritto a fare politica e in realtà nemmeno ad esistere. “Uccidere un fascista non è reato”, certo, ma anche “i covi fascisti si chiudono col fuoco”, e così accadde proprio per via Migiurtinia, che dopo qualche anno fu costretta alla chiusura, malgrado l’”eroismo” dei suoi militanti. E proprio questa circostanza ricordò a Francesco Cecchin un dirigente del Pci della zona, Sante Moretti, che, come lui stesso ricordò tempo dopo, disse che via Migiurtinia l’avevano chiusa e avrebbero fatto chiudere anche la Trieste Salario. Ma quella non ci sono riusciti.
Tornando a quel 1979, Francesco Cecchin aveva una piena sintonia anche con l’emergente gruppo di Terza Posizione, molto attiva nel quartiere, ma aveva confidato a Marcello De Angelis, dirigente della formazione, che non gli sembrava corretto abbandonare il Fronte per passare a Terza Posizione, pur rimanendo in ottimi rapporti. Tanto è vero che poche ore dopo il suo omicidio, effettuato, come ricorda la sorella Maria Carla, che era con lui quando fu rincorso e ucciso, da uomini adulti e non da ragazzi come lui, i militanti della Trieste Salario si rivolsero proprio a Marcello De Angelis per realizzare un manifesto, poiché sapeva disegnare e scriveva canzoni. Così, ricorda De Angelis, «a casa mia, in quattro (c’erano degli amici di Francesco della Triesta Salario), lavorammo sul manifesto che poi è diventato famoso e che è quello che termina con la frase “Lui vive, lui combatte”. C’è anche un altro particolare che vale la pena raccontare, su questo manifesto. Inizialmente sarebbe dovuto essere stampato in serigrafia alla sezione del Msi di viale Somalia, ma poi, per intervento di Gianfranco Fini, allora segretario nazionale del Fronte della Gioventù, si mise a disposizione la rotativa del Secolo d’Italia che “sfornò” quei manifesti che tutti conosciamo a migliaia e migliaia, e che ancora oggi vengono affissi nelle strade di Roma. Ricorda De Angelis: «E quella fu la prima volta che vidi una mia creazione uscire in serie da una rotativa, fu una grande emozione…». Sappiamo tutti che le indagini, come dice la stessa sentenza della magistratura, furono superficiali e peggio, e che per questo non si è riusciti a risalire agli assassini. Ma il colpevole è il clima di quei tempi, a Roma, a Milano, dappertutto in Italia, che incitava all’odio di parte e che non permetteva a chi non fosse di sinistra di esprimersi né tantomeno di avere agibilità politica.  Così, lo spazio per la libertà di parola andava conquistato: ed era quello che al Trieste Salario facevano i giovani militanti del Fronte, come ricordano oggi due attivisti di allora, Fabrizio Bruschelli e Flavio Amadio, tra i primi a giungere sul luogo dell’omicidio. «Alle sinistre dava molto fastidio quello che facevamo nel quartiere, il nostro impegno sociale, per il verde – dicono – perciò cercavano di farci tacere in tutti i imodi. Pestaggi, aggressioni, intimidazioni di ogni tipo, attentati alle nostre sedi». Proprio qualche giorno prima del suo assassinio Francesco Cecchin era stati circondato da una ventina di attivisti comunisti con cui aveva avuto una discussione per una storia di affissioni di manifesti. I giovani del Fronte li attaccavano, e i comunisti li coprivano quando non li strappavano.
Altri tempi? Non tanto, se in occasione dell’intitolazione dei giardini di piazza Vescovio a Francesco Cecchin, voluta da Gianni Alemanno, ai tempi anche lui dirigente del FdG, intitolazione avvenuta nel febbraio dello scorso anno, il Pd e l’Anpi sono insorti in modo vergognoso e incomprensibile contro un’iniziativa civile e pacificatrice. Il martire va ricordato, per loro, solo se di sinistra, altrimenti deve vigere la marxiana “damnatio memoriae”. I giardini sono stati intitolati e oggi 15 giugno centinaia di amici vecchi e nuovi di Francesco Cecchin, riuniti nel Comitato di piazza Vescovio, hanno presentato agli abitanti del quartiere la suggestiva stele di marmo che ricorda il giovane diciassettenne assassinato tanti anni fa da chi non la pensava come lui. Il Comitato ha anche intenzione di apporre vicino il monumento una piccola targa di rame con una breve spiegazione e ricordo. L’unica cosa certa è che si tratta dell’ennesimo omicidio politico senza colpevoli: la corte infatti sentenziò nelle motivazioni che Francesco non si gettò nel vuoto per fuggire, poiché tra l’altro conosceva benissimo quel cortile, ma fu picchiato e poi buttato esanime di sotto, e quella caduta di oltre quattro metri ne decretò la fine dopo 17 giorni di agonia. Una lapide lo ricorda in via Montebuono, proprio davanti al cortile dove fu buttato in quella sera di Primavera dai suoi carnefici. C’è scritto così: «Mai più ruberete la sua voce e fermerete i suoi passi. Per lui ora parla il vento. Come mare è il suo cammino. Francesco Maria Cecchin, caduto per la rivoluzione. Il popolo lo onora».