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martedì 2 maggio 2017

1° maggio a Trieste, stelle rosse in piazza: l’oltraggio alle vittime delle Foibe


da secoloditalia.it

Bandiere con la stella rossa, il simbolo del comunismo, delle Br ma anche dei massacratori comunisti di Tito che fecero strage di tanti italiane nelle Foibe, al confine con la Jugoslavia, alla fine della Seconda Guerra Mondiale: in piazza, a Trieste, il Primo maggio, s’è visto anche questo, insieme a nostalgici della Falce e Martello, anarchici e centri sociali. Un oltraggio alla memoria di tutti gli infoibati, degli esuli giuliani e dalmati e di chiunque abbia vissuto quella tragedia nascosta per anni dalla storiografa ufficiale.

Con la stella rossa una provocazione sulle Foibe

«L’esposizione di questi simboli non piace alla stragrande maggioranza dei cittadini, che ricordano in Tito alla tragedia della Foibe e all’esodo giuliano-dalmata…». Con queste parole i consiglieri di maggioranza al Comune di Trieste, Claudio Giacomelli (Fratelli d’Italia), Paolo Polidori (Lega), Vincenzo Rescigno (Lista Dipiazza) e Piero Camber (Forza Italia) avevano cercato di impedire quello che, purtroppo, è accaduto anche quest’anno: l’oltraggio alla memoria della tante vittime delle Foibe, massacrate dai comunisti di Tito durante la “liberazione” della città da parte delle forze jugoslave al termine della Seconda Guerra Mondiale. I sindacati hanno avallato quella sfilata con “stelle” a cinque punte, utilizzata dal 1917 come un simbolo del comunismo e che nell’ideologia rossa rappresenta allo stesso tempo le cinque dita della mano del lavoratore e i cinque continenti, in relazione con l’internazionalismo marxista. Ma dalle parti di Trieste quella stella significa soprattutto il maresciallo Tito…

Il centrodestra aveva provato ad evitare la sfilata rossa

In piazza, il Primo maggio, c’eranole bandiere jugoslave e della Brigata Garibaldi, i vessili anarchici e di tutte le sigle comuniste, ma in tantissimi avevano anche le stelle rosse di carta portate al collo, mentre uno spezzone del corteo procedeva sotto le bandiere della resistenza curda contro l’Isis, a loro volta con stelle rosse. Nella mozione del centrodestra era tutto previsto: «Negli ultimi anni a Trieste, durante le manifestazioni in occasione del Primo maggio, Festa del Lavoro, tra cui il corteo curato dalle organizzazioni sindacali che si conclude in piazza Unità d’Italia, sono comparsi vessilli e bandiere celebranti la figura del maresciallo Tito, bandiere della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia e altre ostentazioni di stelle rosse, anche sul tricolore italiano». Da lì l’appello alla sensibilità collettiva, del tutto ignorata dai manifestanti.

«Una provocazione per inneggiare al massacratore Tito»

«La voglia di esporre la stella rossa in piazza Unità a Trieste proprio il Primo maggio è la consueta provocazione di chi inneggia al dittatore Tito e vuole manifestare sentimenti anti italiani», ha commentato Sandra Savino, parlamentare e coordinatrice di Forza Italia in Friuli Venezia Giulia. «Evidentemente – prosegue Savino – c’è la volontà di ricordare con affetto un dittatore che ha ucciso 11 mila italiani, un criminale che qualcuno considera un eroe. I titini hanno “liberato” Trieste con il solo scopo di occuparla e chi sostiene il contrario è semplicemente un bugiardo». «Purtroppo – conclude la parlamentare – esistono ancora personaggi che vogliono ricordare questi eccidi senza nessun rispetto e nessuna dignità. Il prossimo anno questo indegno spettacolo si riproporrà fino a quando lo Stato italiano non avrà il coraggio di vietare questa violenza alle vittime delle stragi tutine».

giovedì 27 aprile 2017

A bando le bandiere titine l'1 maggio: il Consiglio comunale vieta i simboli di Tito



da triesteprima.it

A bando le bandiere titine l'1 maggio: il Consiglio comunale vieta i simboli di Tito „La mozione urgente dei capigruppo di maggioranza è stata votata dai consiglieri di Fratelli d'Italia, Lista Dipiazza, Forza Italia e Lega Nord. Astenuta l'opposizione.

A bando le bandiere titine l'1 maggio: il Consiglio comunale vieta i simboli di Tito„«Negli ultimi anni a Trieste, durante le manifestazioni in occasione del Primo maggio, Festa del Lavoro, tra cui il corteo curato dalle organizzazioni sindacali che si conclude in piazza Unità d'Italia, sono comparsi vessilli e bandiere celebranti la figura del maresciallo Tito, bandiere della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia ed altre ostentazioni di stelle rosse, anche sul tricolore italiano».

Questa la premessa della mozione urgente presentata dai capigruppo di maggioranza in Consiglio comunale Claudio Giacomelli (FdI), Paolo Polidori (Ln), Vincenzo Rescigno (Ld) e Piero Camber (FI): «Simboli offensivi per la memoria storica della città e di insulto per il ricordo di quanti subirono persecuzioni, torture, infoibamenti e omicidi a partire dal 1 maggio 1945», scrivono nella mozione che chiede di «impegnare il sindaco a trasmettere il sentimento del Consiglio comunale di Trieste al prefetto, al questore e agli organizzatori della manifestazioni per il Primo maggio, invitando questi ultimi  a non ammettere episodi simili sino a isolare ed espellere dalle proprie manifestazioni le persone che si macchiassero di tali inqualificabili comportamenti e, qualora tali fatti si dovessero ripetere anche quest'anno in alcune manifestazioni, a invitare prefetto e questore a vietarle per l'anno 2018».

«Le bandiere con la stella rossa sono un pugno in faccia alla città e non può essere tollerato da chi organizza queste manifestazioni», commenta Giacomelli che chiede alla Giunta di non fare propria la mozione così da concedere al Consiglio l'espressione di voto, richiesta accolta dall'assessore Angela Brandi che spiega «che l’aula debba esprimersi, pur condividendo gli intenti e potendo fare propria la mozione».

«Ho presentato l’emendamento perché una manifestazione viene proibita dagli organi competenti per altri motivi, purtroppo - spiega Marco Toncelli (Pd) -. Credo che siano da rispettare tutte le sofferenze e vicissitudini della città, ma anche da lavoratore io non ho accettato quelle bandiere perché non c’entrano nulla con la festa dei lavoratori. Allo stesso tempo però vorrei votare una mozione che abbia un senso, una mozione attuabile: per questo vorrei eliminare il secondo punto della mozione».

«L’1 maggio sia festa dei lavoratori e non dell’occupazione titina», sottolinea Polidori. «È una mozione di civiltà e ogni anno purtroppo dobbiamo risollevare la questione. Ricordo la medaglia d’oro della bandiera di Trieste in contrasto con l’orrore subito in quei giorni», aggiunge Alberto Polacco (FI) seguito dal collega di partito Everest Bertoli: «Si tratta di insulti non a un gruppo politico, ma a una popolazione che in quei giorni ha subito una politica di terrore».

«Con la mia famiglia abbiamo sempre festeggiato il 30 aprile, giorno in cui il Cnl è insorto per far entrare la città in un progetto di Italia repubblicana - ha esordito Antonella Grim (Pd) -. Il giorno dopo è accaduto poi il fatto che ha ferito una parte della città. Sono consapevole delle ferite e sofferenze subite, ma credo che ancora una volta non sappiamo cercare di andare oltre e con questa mozione si voglia fare un uso strumentale di quelle ferite che per anni hanno diviso i cittadini di questa città».

Nel ricordare quanto fatto nel suo mandato da sindaco, Roberto Cosolini (Pd) ha spiegato di aver «inaugurato un monumento sul colle di San Giusto che ricorda le sofferenze di quei giorni, cosa che nessuno prima aveva fatto. Non voterò questa mozione perché ci sono le cose proibite dalla legge e quindi se c’è un reato si persegue. È folclore? È una provocazione?
Che questo debba portare all’isolamento ed espulsione fisica (che c’è sempre stato nel corteo), ma questa mozione contiene diverse cose: simboli titini, ma anche bandiere tricolore con le stelle rosse (simbolo delle brigate di garibaldi)».

Astenuti dal voto insieme al resto dell'opposizione anche il Movimento 5 stelle: «Vogliamo chiamarli dementi, persone da isolare, da condannare? Come credo siano da condannare persone che in altri cortei si rifanno a nazismo e fascismo - ha spiegato Paolo Menis -. Voi avete portato una mozione per difendere un vostro deputato e il suo diritto di parola (Salvini a Napoli, ndr) e ora chiedete di cancellare una manifestazione a causa di 5/10 deficienti, non credo sia un comportamento coerente».

La votazione ha dato esito positivo con 20 voti a favore (la maggioranza), 7 non voto (Movimento 5 stelle e Verdi/Psi) e rimozione del tesserino (quindi non hanno partecipato al voto) da parte del Partito democratico e Insieme per Trieste. 
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domenica 12 maggio 2013

È morto Ottavio Missoni. Signore della moda, soldato nella vita, memoria storica della pulizia etnica di Tito...



di Gloria Sabatini

Un signore, elegante fino all’ultimo, gli occhi azzurri rimpiccioliti dalle rughe portate con disinvoltura, l’immancabile gilet a righe “di famiglia”. A 92 anni è morto questa mattina Ottavio Missoni, nella sua casa in provincia di Varese. Dalla prima maglieria a status simbol della moda italiana, come lo definì la stampa americana negli anni ’70. 

All’apice dell’influenza internazionale di Missoni il Chicago Tribune parlò di «maglia sensazionale in Italia. Colori che sono una rivelazione di bellezza naturale». Scompare l’ultimo patriarca di una grande generazione di stilisti, la cui maison ancora oggi è in grado di dettare e tendenze del fashion internazionale. Nato nel 1921 a Ragusa, Ottavio è cresciuto a Zara fino a sette. «La città non esiste più, non c’è più nulla», ricorda nella sua ultima intervista, distrutta per l’80 per cento dai bombardamenti, resta solo nel suo cuore di esule, nel ricordo dei concittadini infoibati per ordine del maresciallo Tito.

Partecipò alla battaglia di El Alamein, dopo quattro anni vissuti in un campo di prigionia americano in Egitto, nel 1946 torna in Italia, a Trieste, dove si iscrive al Liceo Oberdan. Una vita fatta di sfide, di dolori e di successo, anche se lui, schivo, non usa mai la parola sfida, «ho fatto soltanto scelte di vita». Dai 16 ai 32 anni è stato più volte campione di atletica, nei 400 metri piani e a ostacoli: ha vestito 23 volte la maglia azzurra, ha conquistato 8 titoli italiani, l’oro ai mondiali studenteschi nel 1939. Quando riprese le competizioni, arrivò sesto alle Olimpiadi del 1948 e quarto agli europei del 1950. 

Fu ai giochi olimpici che conobbe sua moglie Rosita, con la quale lavorò gomito a gomito costruendo lo stabilimento e la casa di Sumirago, dove ancora adesso la famiglia vive e lavora, perché i Missoni si considerano artigiani (lei pensava ai modelli, lui ai tessuti). La Dalmazia, i suoi colori, i suoi sapori rivivono nelle sfumature e nei tocchi delle sue creazioni («certo se fossi in Finlandia, avrei creato un’altra moda). Dell’esodo giuliano-dalmata, un tabù per decenni e solo negli ultimi anni entrato ufficialmente nei testi di storia, ha sempre parlato come di «un’ autentica pulizia etnica». 

Fu combattente nella Seconda guerra mondiale e venne nominato Commendatore della Repubblica nel 1986. A guidare l’azienda oggi restano i figli Angela e Luca perché Vittorio non c’è più. È scomparso dallo scorso gennaio durante un viaggio ai Caraibi al largo delle isole venezuelane di Los Roques su una rotta maledetta. La vita ha “riservato” a Ottaviano anche lo strazio contro natura di sopravvivere al figlio.