domenica 31 marzo 2013

Marò liberi subito!


Lo scandaloso affaire dei due marò...


Intervista di Giovanna Canzano a Fernando Termentini, Generale della Riserva dell'Esercito Italiano e autore di numerosi scritti in materia.

…“Non tralascerei, inoltre, l’ipotesi che i due marò siano stati anche usati per risolvere “problemi di condominio” interni al governo e maturati nel corso di questi tredici mesi. Peraltro è impensabile che un presidente del Consiglio affermi che non era stato informato dal ministro Terzi sull’iniziativa di non far rientrare in India i due militari (Secolo IX – 22 marzo 2013, pag. 4) e il segretario De Mistura faccia dichiarazioni in contrasto con le decisioni del suo Ministro”… (Fernando Termentini)

Giovanna Canzano - Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono stati ‘riconsegnati’ all’India violando il Dettato costituzionale. Chi si ha assunto la responsabilità potrebbe aver commesso un reato?
Fernando Termentini – Credo proprio di sì in quanto il pubblicizzato impegno dell’India di non applicare la pena di morte come ripetuto varia volte dal ssegretario agli Esteri De Mistura e motivo premiante per far decidere il governo a farli rientrare in India credo sia ininfluente rispetto ai vincoli imposti dalla Costituzione per la non estradizione nei Paesi ove è prevista la pena di morte. Peraltro una dichiarazione del genere non cancella una legge ed in India è il codice penale a prevedere la pena di morte e un pseudo impegno dell’esecutivo non può condizionare il potere giudiziario.

L’articolo 698 del codice di procedura penale, vieta l’estradizione quando c’è il rischio, che l’estradato, può essere sposti ad un procedimento che non assicura il rispetto dei diritti fondamentali.
Esatto, e il disposto di legge non tutela solo i cittadini italiani ma tutti coloro che al momento della richiesta si trovano sul territorio italiano. A titolo di esempio neanche un Indiano potrebbe essere estradato in India se rischiasse di essere condannato a morte. I due Marò, invece, sono stati estradati tre volte. La prima a Koci il 18 febbraio 2012, la secondo facendoli rientrare al termine della licenza natalizia e la terza ora. Naturalmente queste mie sono affermazioni dettate dal buon senso non essendo un accademico di Diritto Penale, ma proprio per questo le ho affidate alla valutazione di esperti costituzionalisti per individuare la strada che permetta di attivare un’attenta valutazione delle specifico da parte della Magistratura. Un’iniziativa a cui credo parteciperanno moltissimi altri cittadini.

La garanzia formale che non verrà applicata la pena di morte è insufficiente alla concessione dell’estradizione, come da sentenza n. 223 del 27 giugno 1996 della Corte Costituzionale.
Esattamente, un impegno seppure ufficiale di un governo non può sostituire né tantomeno cancellare ciò che è sancito per legge dello Stato.

L’Italia non è in guerra, tantomeno non lo è con l’India, e la nota 5 al 4° comma dell’articolo 27, che compare sul sito del Quirinale, spiega e puntualizza che la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali - “Protocollo n. 6 sull’abolizione della pena di morte” (adottato a Strasburgo il 28 aprile 1983), reso esecutivo con legge 2 gennaio 1989, n. 8 (G.U. 16 gennaio 1989, n. 12, suppl. ord.), nonché legge 13 bre 1994, n. 589 su “Abolizione della pena di morte nel codice militare di guerra” (G.U. 25 bre 1994, 250) la pena di morte non è più in nessun caso ed in assoluto prevista dal nostro Ordinamento».
Infatti, e non capisco come un attento europeista come l’attuale presidente del Consiglio usi due pesi e due misure nell’applicare le prescrizioni europee. Stretto osservatore delle regole se si tratta di garantire sicurezza alla stabilità economica bancaria e per non urtare la suscettibilità di alleati come la Germania ed altri Stati membri di cui importanti figure fanno parte di “Club” come la Bieldberg o la Trilaterale. Altrettanto impegno, invece di disattendere le raccomandazioni dell’Europa in tema di pena di morte. Un Unione che peraltro oggi attraverso suoi portavoce ha ammesso di non conoscere a fondo le problematiche relative agli avvenimenti che riguardano i nostri due marò, affermazioni che, se non vado errato, sono palesemente in contrasto con quanto varie volte assicurato dal premier Monti e dal ministro Terzi sul fatto che “l’Europa seguivano giorno dopo giorno le vicende e la baronessa Asthon era in costante contatto con il nostro premier”.

Perché riconsegnare i due marò e cosa nasconde questo provvedimento?
Una domanda a cui non è semplice rispondere. Sicuramente interessi di natura economica da parte italiana ma che potevano essere gestiti con precisi ammonimenti all’India interessata a consistenti aiuti economici europei. L’Unione infatti si è impegnata ad aiutare il governo indiano per ridurre la povertà del Paese attraverso una serie di misure che riguardano la sanità, l’eguaglianza dei sessi, l’accesso all’insegnamento primario con un progetto di Cooperazione destinato a durare nel tempo ed a cui partecipa l’Italia come Stato membro. Non tralascerei, inoltre, l’ipotesi che i due Marò siano stati anche usati per risolvere “problemi di condomino” interni al governo e maturati nel corso di questi tredici mesi. Peraltro è impensabile che un presidente del Consiglio affermi che non era stato informato dal ministro Terzi sull’iniziativa di non far rientrare in India i due militari (Secolo IX – 22 marzo 2013, pag. 4) ed il segretario De Mistura faccia dichiarazioni in contrasto con le decisioni del suo ministro. Se come dirigente dello Stato non fossi stato a conoscenza di iniziative importantissime di un mio funzionario non avrei dovuto fare altro che dare le dimissioni dall’incarico.

martedì 26 marzo 2013

Ungheria, la svolta rivoluzionaria



da azionetradizionale.com

Nonostante i suoi 48 anni Orbán è l’unico reduce dei movimenti di opposizioni anticomunisti degli anni Ottanta ancora in attività, ma soprattutto l’unico politico est-europeo che osa ancora opporsi all’idea di un’Europa post-comunista trasformata in gigantesca piattaforma commerciale al servizio della locomotiva tedesca. La formazione culturale e politica del primo ministro ungherese riflette la complessità del personaggio. Nato nel 1963 in una famiglia della tipica piccola borghesia di provincia, integrata e per nulla ostile al regime comunista, Orbán diventa un oppositore durante il servizio militare, compiuto nel 1981-82, negli anni plumbei della “piccola guerra fredda”, quando l’esercito ungherese, nonostante il paese soffra un pesante crisi di liquidità che lo porterà a un passo dalla bancarotta, continua a esercitarsi sull’ attacco al “nemico principale”, l’Italia. L’ottusità ideologica dei superiori e l’insensatezza della routine militare spingono il giovane Orbán a una rivolta generazionale ed esistenziale, prima ancora che politica.
Orbán e al suo movimento hanno un so che molto accattivante e paradossalmente rivoluzionario, i cui militanti non possono avere per statuto più di 35 anni e che viene considerato dalla “buona società” budapestina l’ala scanzonata della più rispettabile Alleanza dei democratici liberi (Szdsz), il partito dei dissidenti famosi in Occidente, da Gábor Demszky a György Konrád, da János Kis a Gáspár Miklós Tamás. Entrambi i partiti si collocano su una piattaforma ideologica confusa quanto accattivante: anticomunismo e filo-occidentalismo, sensibilità ai temi sociali ma liberismo economico, attenzione ai diritti umani e alle minoranze.
Orbán in un’epoca nella quale proprio a Bruxelles gli Stati membri difendono senza pietà i propri interessi nazionali.gode di una fama così negativa al di fuori dell’Ungheria? Il motivo di fondo sta nella diffusa ostilità pubblica (in privato molti politici europei concordano ma preferiscono non esporsi) ai postulati ideologici della sua svolta conservatrice, dall’impegno per le comunità ungheresi d’oltreconfine alla centralità della visione cristiana nei rapporti sociali, dalla difesa e promozione della famiglia tradizionale alla critica del relativismo culturale liberale.
La scelta del premier di centrodestra magiaro scatena l’ira della stampa internazionale e dell’Unione europea. L’Ungheria non piace all’Europa. E il sentimento sembra essere reciproco. Il premier Viktor Orban pensa più al proprio popolo, piuttosto che ai vertici dell’Unione europea. E questo non piace a Bruxelles. L’ultima eclatante e, secondo alcuni, “oltraggiosa” mossa attuata dall’amministrazione del leader del partito di centrodestra, Fidesz, è stata quella di nominare un nuovo Governatore per la Banca Centrale Ungherese (Mnb). Il suo nome è Győrgy Matolcsy, Ministro dell’Economia. E’ Orban stesso ad annunciare la nomina, tramite i microfoni di Kossuth Radio. Il Wall Street Journal aveva già ipotizzato da tempo che potesse avvenire questo stravolgimento all’interno dell’Ue, tanto che aveva intervistato Matolcsy sulle sue intenzioni.“La Banca centrale e il Governo dovrebbero cooperare tra loro” aveva risposto ad una delle tante domande l’ex Ministro dell’Economia.
Ovviamente, la scelta ha fatto adirare la stampa europea. “La Repubblica” definisce il gesto del premier magiaro come “una gravissima sfida ai princìpi del mondo libero e delle istituzioni economiche e finanziarie, dalla Banca Centrale europea al Fondo Monetario Internazionale”. C’era da aspettarselo. Nessuno in Europa vede di buon occhio i tentativi di nazionalizzazione bancaria, che Orban da tempo sta tentando di mettere in atto. E tutti hanno già cominciato a scalciare, strepitare e battere i piedi per terra. Ma, fino a prova contraria, l’Ungheria è uno Stato sovrano e il suo Governo è stato eletto liberamente e democraticamente dal popolo, che ad oggi ancora si rivela dalla sua parte. Tra l’altro, anche il Giappone sta attuando le stesse politiche del premier magiaro. Sempre secondo “La Repubblica”, Matolcsy prende il posto di Andras Simor, banchiere apprezzato da personaggi come Mario Draghi e dal Governatore della americana Fed, Bernanke, oltre che da vari capi di Stato, come Angela Merkel ed Obama. Insomma, un uomo di cui i nostri paesi si dovrebbero vantare. Ma ad Orban questo non interessa. D’altronde c’è un limite al volere della Germania, degli Usa o della troika. E il premier magiaro non è neanche molto incline a rispettare le direttive europee, dato che da quando si è insediato sia la stampa internazionale, sia il mondo delle istituzioni occidentali, non hanno fatto altro che dargli addosso.Insomma, l’inserimento di Matolcsy ha acquisito un sapore di nazionalizzazione che non piace a Bruxelles. Ma il nuovo governatore della Magyar Nemetzi Bank ha già dato dimostrazione di essere la persona giusta per questo compito. Sempre nell’intervista rilasciata al Wall Street Journal, alla domanda sulle politiche finanziarie europee, ha dichiarato che è un errore iniettare denaro nel sistema bancario a basso costo dalla Bce, a meno che non ci sia un fine specifico. Praticamente, si tratterebbe indirizzare i finanziamenti su obiettivi ben determinati. Insomma, quello che hanno detto anche alcuni personaggi qui da noi, in Italia. Attuare una sorta di “spending review”, ovvero ridistribuire i fondi europei con una maggiore specificità. Ma a questo “La Repubblica” non ha fatto caso. Per qualche strana ragione, non si è fatto caso a quando Mario Monti “consigliò” i nomi di Luigi Gubitosi e Anna Maria Tarantola per la dirigenza della Rai. Ma quando si parla di Ungheria si devono seguire le direttive europee. E su chi le sfida il colpo di martello deve cadere con maggiore violenza.
figurano la limitazione dei poteri della magistratura, della libertà di stampa e dell’autonomia finanziaria delle università. Il pacchetto comporta anche la potenziale “criminalizzazione” dei senzatetto, prevede che le chiese debbano collaborare con lo stato, blinda la natura eterosessuale del matrimonio e impone – sempre in via potenziale – ai laureati che hanno ottenuto borse di studio di lavorare in Ungheria per un determinato periodo di tempo.
La stampa estera denuncia quasi all’unisono queste misure. Mentre il ministro degli esteri Janos Martonyi,che ha appena inviato una lettera a tutti gli omologhi europei, tende a rassicurare e sottolinea l’eccessivo baccano mediatico. A Budapest c’è chi è sceso o scenderà in piazza contro Orban e prenderà invece le sue difese. Bianco e nero, buoni e cattivi. L’Ungheria continua a dividere e a dividersi.
E’ sempre più evidente che gli obiettivi della BCE e della commissione europea, che ha il potere esecutivo vero e proprio (mentre il parlamento europeo è soltanto un organo consultivo, senza potere legislativo), divergono sempre di più dalla Volontà Sovrana del Popolo e l’Ungheria ci da l’esempio, mettendo la propria banca centrale sotto controllo diretto del governo.
Tra le altre modifiche introdotte:
Si parte con la Corte Costituzionale, il cui potere di controllo sulle leggi approvate in Parlamento viene fortemente limitato. In pratica non potrà più discutere sui contenuti, ma solo sulla forma. Isupremi giudici magiari inoltre non potranno più fare riferimento alle sentenze emesse in passato: un azzerramento della giurisprudenza costituzionale.
Viene ridotta la possibilità per i partiti politici di fare campagna elettorale attraverso i media nazionali, mentre per i singoli cittadini potrà essere ulteriormente limitata qualora dovesse ledere la “dignità della nazione ungherese”. Vietati i dibattiti elettorali su radio e televisioni private.Se i clochard saranno trovati a dormire per strada saranno perseguiti penalmente. In oltre Orban ha introdotto una ordinanza secondo la quale, chi ha ricevuto durante i suoi studi sostegni da parte del governo non potrà abbandonare il paese per gli stessi anni della durata degli stessi. Questa è un’operazione atta a preservare e incrementare la forza lavoro, che solo i giovani laureati posso dare. Nient’altro che investire sul futuro del paese.
Una costituzione che rimette al centro la famiglia, che ridona sovranità alla nazione, che limita i poteri della finanza, che difende la propria terra dalla speculazione internazionale e dall’invasore straniero.
L’Ungheria di Viktor Orban fa paura. Fa paura ai vertici della finanza internazionale, ai burattini di Bruxelles, ai paladini della libertà e della democrazia.

Almodòvar, Vendola e quei ridicoli stereotipi sul cinico uomo di destra che ama Chuck Norris e Topolino…



da secoloditalia.it
Per comprendere fino in fondo perchè Bersani non parli a Berlusconi e preferisca suicidarsi con Grillo, basta semplicemente trascorrere una serata al cinema. Solo lì, nel buio di una sala, si può cogliere in pieno tutta la banalità dell’eterno confronto politico sinistra/destra in Italia, destinato, anche in questa fase, ad arenarsi sui pregiudizi, gli steccati ideologi, i conformismi di chi preferisce alimentare le contrapposizioni per sentirsi migliore dell’altro, piuttosto che ragionare con gente che semplicemente la pensa diversamente, magari nell’interesse del Paese. Per esempio, basta andare a vedere l’ultimo film di Pedro Almodòvar, “Gli amanti passeggeri”, una metafora sincera della crisi economica spagnola e di un Paese che resta sospeso perché non sa, e nessuno glielo spiega, dove atterrare con un carrello in avaria. Un’autocritica che non risparmia la politica e finanche la monarchia, con punture di sciabola bipartisan, il tutto in salsa brillante e scapestrata, costruito su personaggi prevalentemente gay e avventure e psicodrammi paradossali, con ampio spreco di sesso orale e kamasutra acrobatici. Non il miglior film di Almodòvar, che parla delle donne molto meglio di come parli del suo essere donna, ma l’ispirazione, e qualche scena, valgono il prezzo del biglietto. Soprattutto perché a nessuno viene da chiedersi se quel mondo sospeso, popolato da coppie “omo”, sia di destra, di sinistra, italiano o spagnolo. Semplicemente, piace o non piace, non è necessario cadere nella trappola della catalogazione politica. Il giochino che invece riesce benissimo al cinema italiano, disperatamente ancorato agli stereotipi, a fronte di un encefalogramma di idee e spunti completamente piatto.  Negli interminabili (e truffaldini) trailers che ti costringono ad attendere l’inizio del film in sala ben venti minuti oltre l’orario programmato, si può scoprire però che stanno per uscire nuovi film di registi italiani. Come “Outing, fidanzati per sbaglio”, su una giovane coppia di amici etero che per accedere ai finanziamenti della Regione Puglia (ooh di meraviglia del pubblico, guarda caso proprio quella di Vendola!) deve fingere di essere gay. Che ideona, che genialata. Che tristezza. Trattasi però di classico film politicamente correttissimo su cui si sprecheranno le carezze dei critici dell’Unità, del Fatto e del Manifesto. Ma ancor più “politically correct” è “Passione sinistra”, altro magistrale capolavoro di banalità italiana in uscita. Anche qui, tenetevi stretti, c’è un’ideona originalissima, eh: la donna di sinistra (Valentina Oldoini) , culturalmente impegnata, fidanzata con un intellettuale studioso e colto, paladina di battaglie civili, animalista, sensibile e un po’ rivoluzionaria, che perde la testa per un cinico yuppie di destra (Alessandro Preziosi): uno che inizia le telefonate senza salutare, sta tutto il giorno a far soldi con i piedi sulla scrivania, non legge manco l’elenco telefonico, è un po’ razzista,  arrogante, qualunquista e ovviamente fidanzato con una “simpatica biondezza” che inciampa sui congiuntivi. Il copione non teme il ridicolo quando prevede che la ragazza, dopo il colpo di fulmine per il cinico di destra, per conquistarlo si prepari degli argomenti interessanti per lui. «I miti dell’uomo di destra? Chuck Norris e Topolino, non devo dimenticarlo!». Da questa sprezzante e surreale rappresentazione della realtà, fino alle cronache di certi giornali che spiegano il pienone di piazza del Popolo di sabato come un’ipnosi collettiva di gente sfigata e incolta, il passo è breve. E spiega benissimo il disprezzo intellettuale della Annunziata per gli “impresentabili” di destra.

Parigi, un milione e mezzo in piazza contro le nozze gay: la polizia carica e la sinistra applaude


da secoloditalia.it

Il governo di centrosinistra francese conferma che non tollera opposizioni di sorta su nessun argomento: prova ne sia la manifestazione contro le nozze gay di domenica violentemente repressa dalla polizia di Hollande. Il ministro dell’Interno, Manuel Valls, ha annunciato che sono sei i fermi confermati dalla polizia dopo i 98 effettuati negli incidenti al termine della manifestazione contro le nozze gay a Parigi. Valls – catalano naturalizzato francese che ha come merito principale quello di aver organizzato la campagna elettorale di Hollande – ha puntato ovviamente il dito contro militanti di estrema destra accusati aver lanciato bulloni contro le forze dell’ordine, il cui comportamento è stato – sempre secondo il ministro socialista – «controllato e professionale». Sono scesi in piazza in circa 300mila secondo la polizia di Hollande; erano invece quasi un milione e mezzo per gli organizzatori della manifestazione contro i matrimoni gay, la cui legge è in dirittura di arrivo. Per la seconda volta quest’anno, dopo la dimostrazione del 13 gennaio, parecchie centinaia di migliaia di persone hanno invaso il centro della capitale per rivendicare che il matrimonio può essere soltanto tra un uomo e una donna. Pronunciandosi quindi contro il via libera ai matrimoni gay da parte dell’assemblea nazionale, in attesa del via libera definitivo del Senato, atteso il mese prossimo, e la firma di François Hollande, per il quale tale questione è prioritaria. Come scrive il Figaro online, ci sono stati momenti di tensione: la polizia ha sparato lacrimogeni contro un centinaio di dimostranti che tentava di raggiungere i centralissimi Champs Elysees, considerati off limits dalla prefettura di Parigi che ha negato il permesso di manifestare sull’arteria più famosa della ville Lumière. Il corteo, partito con la Grande Arche de La Defense alle spalle, si è snodato per diversi chilometri lungo l’Avenue de la Grande Armee, dopo la Porte Maillot, fino all’arco di Trionfo dell’Etoile. Lì i Crs, i celerini parigini, hanno sparato lacrimogeni sull’avenue Foch, quella in cui si trovano alcuni tra gli appartamenti più prestigiosi della capitale. La questione è molto sentita in Francia, dove la popolazione è spaccata a metà: il governo però ha fatto sapere che nulla e nessuno potrà impedire che la legge passi. Il mese scorso, dopo una maratona di 10 giorni (e quasi 110 ore di dibattiti), oltre 5.000 emendamenti discussi e cortei di pro e contro nelle strade, i deputati hanno approvato la legge che autorizzerà le coppie dello stesso sesso a unirsi in matrimonio. La vittoria del sì è stata netta, con 329 voti a favore, contrari 229, 10 gli astenuti. Non è detto invece che passerà così ampiamente al vaglio del Senato, dove il dibattito comincerà il 2 aprile, ma dove la maggioranza di sinistra è più risicata e quindi il testo potrebbe subire qualche modifica ed essere costretto a tornare in assemblea. Inoltre è stata raccolta una petizione con oltre 500 mila firme contrarie.