mercoledì 18 marzo 2015

Ministero dello spreco pubblico...


Il "modus operandi criminale" è fondato sui "reciproci rapporti di interesse illecito". È ora di porre rimedio all'emorragia economica causata da chi si arricchisce sfruttando opportunità pubbliche.
Chi ha rubato deve restituire i soldi ai cittadini!

martedì 17 marzo 2015

Les italienes ne combat pas.

Di Stefano Tozzi

Les italienes ne combat pas. Gli Italiani non combattono così affermava il Generale francese Oudinot prima di entrare nella Roma del 1849 dove era stata proclamata la Repubblica. Pensate un Generale della Repubblica di Francia che attaccava un’altra Repubblica perché gli equilibri geopolitici si scompaginavano nel quadro politico della Penisola Italica allora divisa in staterelli e considerata una mera espressione geografica. 

Les italiens ne combat pas, gli italiani non combattono, disse in tono derisorio ed invece quegli italiani, popolani romani, patrioti giunti da tutta Italia, monarchici, repubblicani, garibaldini combatterono eccome menando sonoramente le truppe francesi di quel Generale così tremendamente saccente. Le truppe si dovettero addirittura ritirare a Civitavecchia per attendere rinforzi dalla Corsica. “Generale!! Un monarchico che oggi va a combattere per la Repubblica!!. No caro Lei io oggi vado a combattere per l’Italia!”. 

Così Luciano Manara rispose ad un popolano che combatteva al Gianicolo. E gli italiani combatterono come leoni uno tra tutti il ragazzino poco più che ventenne Goffredo Mameli che proprio sul Gianicolo morì. Prima, gli italiani combatterono a Milano per 5 giorni di seguito, contro gli austriaci e proseguirono poi a Curtatone, Montanara, Custoza, Montebello, Monzambano. 

Lo fecero tanti anni dopo quando gli stessi bersaglieri vendicarono i caduti della Repubblica Romana entrando a Porta Pia e facendo diventare Roma Capitale d’Italia. Combatterono sul Carso, in riva al Piave nei deserti infuocati della Libia o sulle ambe del continente africano. Combatterono e si sacrificarono per lasciare a noi un’Italia unita e sovrana del proprio destino. Ne dobbiamo essere semplicemente all’altezza e cercare di essere buoni italiani contro chi vuole minare la nostra sovranità, contro i corrotti e i malfattori e contro i più sottili invasori. Uniti nella diversità, perché possiamo dividerci politicamente sulle questioni etiche e materiali ma solo Uniti saremo popolo e non più servi di nessuno. Il 17 marzo di ogni anno ci deve ricordare tutto questo perché amare la Patria è bello e rappresentarne ed incarnarne i valori è un privilegio che deve essere di tutti.

Oggi io sono Manara, Garibaldi, Mazzini, Cavour, il maestro del Libro Cuore di De Amicis, il brigante che combatteva per la terra ai contadini, il bersagliere a Porta Pia, sono gli irredentisti giuliano dalmati, Ettore Viola sul Grappa, Nazario Sauro impiccato per amore dell’Italia, il fante sul Carso e sulle ambe abbissine, sono Alceste de Ambris sindacalista rivoluzuonario che scrisse la Carta del Carnaro per i meravigliosi Legionari Fiumani e sono Berto Ricci morto volontario in Africa, sono Vittorio Bottego primo esploratore europeo nel deserto della Dancalia, sono Carmelo Borg Pisani irredentista maltese e Petru Giovacchini irredentista Corso, il parà ad El Alamein ed il marinaio della corrazzata Roma con l'alpino della Cunense, sono Salvo D’Aquisto e Paride Mori sono il partigiano antifascista della Osoppo ed il militare della RSI che ha difeso il confine orientale a Tarnova, sono l'emigrante nelle Americhe e nel resto del mondo che ha nostalgia dell'Italia, sono gli studenti ed i ragazzi caduti per Trieste Italiana nel 1953 e quelli del MSI che cadevano nelle strade negli anni ’70 con il tricolore nel cuore, sono il poliziotto caduto per mano della mafia, sono Enrico Mattei, il Craxi che a Sigonella si oppose agli Americani, sono i miei fratelli a Nettuno contro Bush, sono il volontario ambientalista Paolo Colli, sono Fabrizio Quattrocchi.

Sono il contadino, l’operaio, l’impiegato, il commerciante, l’artigiano e l’imprenditore, l'artista che hanno fatto crescere economicamente e prosperare la mia Nazione. Sono tutti loro e lo voglio essere tutti i giorni della mia vita così, semplicemente, con deferente rispetto nei loro confronti e di chi mi seguirà.

Concludo con questo pensiero tratto da un film che amo particolarmente e che la dice lunga su come la penso io sulla nostra identità nazionale: “Quando vi dicono che gente della mia terra è morta, diffidate, ha camminato molto nel mondo, per secoli, e può darsi che qualche volta gli venga il sonno pesante per la fatica, ma al momento di fare i conti si sveglia sempre, e i conti senza noi non si possono chiudere! Sembra un gioco ed è storia!” Oggi al Gianicolo abbiamo portato come Municipio una corona di fiori io ed il capogruppo di SEL ed eravamo contenti di questa coincidenza Uniti nella diversità, speriamo bene per il futuro dell'Italia Buona festa dell’Unità Nazionale

17 marzo festa nazionale!


lunedì 9 marzo 2015

Contro Renzi, con i Marò e con Stacchio: Fratelli d’Italia conquista Venezia

 secoloditalia.it

Venezia avvolta dal tricolore, con diecimila persone in piazza. La città lagunare si è presentata così nel giorno della riuscita manifestazione di Fratelli d’Italia. Il corteo, guidato da Giorgia Meloni e da Ignazio La Russa, contro la politica del governo Renzi e sui temi della sicurezza e contro il malaffare e la corruzione ha attraversato le vie e i calli della città. Partito dalla stazione ferroviaria  ha toccata vari punti della città lagunare fino a campo San Geremia dove è stato tenuto il comizio conclusivo. Alla manifestazione hanno partecipato  migliaia di persone. Una folta presenza popolare che ha confermato il successo della iniziativa. E confermato la voglia di opposizione che sale nel Paese nei confronti del governo guidato da Matteo Renzi.

Fratelli d'Italia con il benzinaio Stacchio

Più volte durante la manifestazione che Fratelli d’Italia ha tenuto questo pomeriggio a Venezia è risuonato il nome del benzinaio di Nanto Graziano Stacchio, che ha sparato nelle scorse settimane al rapinatore di una gioielleria, uccidendolo. “Graziano Stacchio ce l’ha insegnato, legittima difesa non è un reato” è lo slogan ripetuto dai partecipanti al corteo insieme all’invocazione “di uno Stato che protegga e non che condanni chi si difende”.

La crisi del Paese al centro dell'intervento della Meloni

Il tema del fisco, quello della immigrazione, la crisi profonda dalla quale si fatica ad uscire e che colpisce soprattutto il ceto medio e il mondo delle piccole  medie imprese, l’artigianato, il commercio, i problemi di ordine pubblico e il terrorismo internazionale alimentato dal fondamentalismo islamico sono stati affrontati da Giorgia Meloni nel comizio finale.

Il commovente ricordo dei Marò

Sul palco anche Gianluca Salviato, il tecnico veneziano che era stato rapito in Libia nei mesi scorsi, che ha concluso il suo intervento con la frase ‘Viva l’Italia’. Nel corteo, caratterizzato da striscioni, anche slogan in ricordo dei Marò trattenuti in India. In un’altra zona di Venezia, in campo Santa Margherita, contemporaneamente, gruppi dei centri sociali, formazioni della sinistra e rappresentanti dell’Anpi hanno dato vita a una ‘contromanifestazione’. Le forze dell’ordine hanno seguito le due iniziative, secondo un piano predisposto dal questore Angelo Sanna.

giovedì 5 marzo 2015

Budapest ricorda alla Casa del Terrore i 100 milioni di vittime del comunismo


da secoloditalia.it

Si chiama Terror Háza, Casa del Terrore. Quell’indirizzo, Andrássy út 60, a Budapest, evoca torture, stragi, massacri ed eccidi. E’ il simbolo, tremendo, dei 100 milioni di morti ammazzati dalle dittature comuniste in tutto il mondo. 

Ed è qui, attorno a questo palazzetto ungherese a tre piani in stile neorinascimentale costruito alla fine del 1800, che, da 15 anni a questa parte, ogni 25 febbraio, si raccolgono migliaia di persone per celebrare solennemente la Giornata Nazionale delle vittime del Comunismo. Era il 2000 quando il Parlamento ungherese decise che doveva ricordare in maniera tangibile le vittime dell’Olocausto compiuto in nome dell’ideologia comunista, quei cento milioni di morti ammazzati che sono la vergogna dell’umanità.

Fu deciso di fissare una data, appunto il 25 febbraio, a ricordare il primo atto che darà il via a un eccidio di massa. Il 25 febbraio del 1947, infatti, Bélá Kovács, segretario generale del Partito dei piccoli proprietari, fu arrestato dai sovietici e deportato in Russia dove venne incarcerato per otto anni e costretto ai lavori forzati. Da lì in poi la strada fu in discesa per i boia comunisti il cui metodo di pulizia etnica divenne la cifra di quella dittatura determinata e spietata.

E cosa meglio di quel palazzetto poteva restituire tutto il dolore, la sofferenza, le tragedie che le vittime del Comunismo furono costrette a sopportare? Per 11 anni, dal 1945 al 1956, lì, in quell’edificio, che si affaccia sull’angolo dell’alberato viale Andrássy – la strada più bella di Budapest dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco – e via Csengery, si insediò la Polizia politica prima e l’Államvédelmi Hatóság, l’Autorità di sicurezza dello Stato, poi.

Quella casa del terrore dove furono torturati gli ungheresi.

A migliaia passarono di lì: entrarono con i propri piedi, uscirono morti ammazzati. 

Nel peggiore dei modi. Incarcerati, venivano torturati fino allo sfinimento. Morivano così, nelle mani dei propri aguzzini. Le loro foto stampate sulle formelle smaltate in bianco e nero cementate sul bugnato dell’edificio a seguirne il perimetro come un cimitero in mezzo alla città sono una via crucis a perenne testimonianza delle brutalità che milioni di persone furono costrette a subire in nome dell’ideologica comunista. Il cornicione, una lastra scatolata di ferro scuro che aggetta sulla strada sottostante incombendo su visitatori e passanti con quella doppia scritta intagliata, Terror, sta lì a ricordare le responsabilità di un regime mondiale che ha fatto 15 volte più vittime della Shoah e che prevedeva l’eliminazione sistematica di chi non si allineava.

Oggi le sale espositive del museo della casa del Terrore realizzato all’interno di quell’edificio che inghiottì per sempre le vite di migliaia di persone, si snodano su tre piani che ruotano intorno a un cortile centrale dove è collocato un carro armato sovietico T54 che emerge dall’acqua simile a quelli con i quali i sovietici invasero l’Ungheria nel 1956, e le foto di migliaia di vittime. Oltre a filmati d’epoca, testimonianza delle deportazioni, sono stati ricostruiti fedelmente alcuni ambienti del palazzo e ogni sala ha il suo tema: dalla duplice occupazione alla camera delle torture a quella del sarto Gabor Peter, temutissimo capo dell’AVH, la polizia segreta ungherese. 

Ma certo la parte più suggestiva è, soprattutto, quella delle celle sotterranee, un intrico di cunicoli e di labirinti, nel seminterrato del palazzo, dove i prigionieri venivano a lungo torturati e poi uccisi. E’ per loro, per ricordarne le terribili sofferenze fino alla morte per mano comunista, che ogni 25 febbraio si celebra solennemente a Budapest, attorno alla Casa del Terrore, la Giornata Nazionale delle vittime del Comunismo. A monito ci sono quelle parole che, meglio di qualunque altra, evocano cosa ha davvero rappresentato quel luogo: «Quando dalla cantina di via Andràssy 60 venni condotto al primo interrogatorio serio – disse l’abate Vendel Endrédy che ha passato 6 anni in cella d’isolamento – pregai Dio almeno per un’ora, perché cancellasse i nomi dei miei amici dalla mia memoria».

mercoledì 4 marzo 2015

Cesare Battisti verrà espulso dal Brasile!





 da repubblica.it

SAN PAOLO - L'ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo, Cesare Battisti, sarà espulso dal Brasile. Lo ha annunciato per primo il sito Estadao, citando fonti giudiziarie. "Siamo stati informati della decisione ma ancora non c'è una data", ha detto l'avvocato di Battisti Igor Sant'Anna Tamasauskas citato dal sito. Il governo federale brasiliano gli aveva concesso lo status di rifugiato politico nel 2009. Il legale ha sottolineato come con questa sentenza si cerchi di "modificare una decisione del Tribunale Supremo federale e del presidente della Repubblica". Fu nell'ultimo giorno del suo mandato che il presidente Lula rifiutò la richiesta di estradizione presentata dall'Italia.

Secondo quanto scrivono anche altri quotidiani, tra cui O globo, il giudice federale di Brasilia, Adverci Rates Mendes de Abreu, ha accolto una richiesta della Procura federale per considerare nullo l'atto del governo per la concessione del soggiorno a Battisti. "Si tratta del caso di un cittadino straniero con una situazione irregolare che, in quanto condannato per crimini nel suo Paese di origine, non ha diritto a rimanere in Brasile. Pertanto annullo l'atto di concessione della residenza di Cesare Battisti in Brasile e chiedo che venga applicato il procedimento di espulsione", ha sentenziato il giudice federale. "Gli istituti di espulsione e estradizione sono ben distinti. L'espulsione non contraddice la decisione del presidente della Repubblica di non estradare, visto che non è necessaria la consegna del cittadino straniero al suo Paese di origine, in questo caso l'Italia, potendo essere espulso verso un altro Paese disposto ad accoglierlo", ha precisato.

Il magistrato ha deciso che si può iniziare la procedura di espulsione verso la Francia o il Messico, i Paesi attraverso i quali l'ex terrorista passò dopo la fuga in Italia e dove visse prima di arrivare in Brasile. La sentenza non è stata ancora pubblicata, ma, dopo la pubblicazione, sarà possibile presentare ricorso. I legali di Battisti, Pierpaolo Cruz Bottini e Igor Sant'Anna Tamasauskas, però possono ricorerre in quattro istanze, fino al Tribunale supremo e hanno detto che presenteranno appello. I tempi per una decisione definitiva potrebbero quindi essere lunghissimi.  

Le reazioni. "La corte federale brasiliana ha ordinato l'espulsione di un criminale e di un assassino come battisti. Lo aspettiamo a braccia aperte", ha scritto su Twitter Giorgia Meloni.

"Speriamo che ora Cesare Battisti sconti le sue pene", ha commentato il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri (Fi). "Finalmente Cesare Battisti sarà estradato dal Brasile. Abbiamo vinto un'importante battaglia contro i tanti, i troppi che lo hanno coperto e difeso in questi anni. Adesso speriamo paghi il conto", ha dichiarato in una nota Daniela Santanché di Forza Italia. "L'estradizione di Battisti è un atto dovuto, un atto di giustizia verso tutte le vittime del terrorismo", ha affermato il leader dei Moderati Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd. "Un'estradizione arrivata fin troppo tardi" conclude Portas. "Speriamo che la decisione del giudice Federale brasiliano sull'estradizione di Battisti metta fine alla latitanza ingiusta e dorata di un omicida", così su Twitter il segretario del Psi, Riccardo Nencini.


Membro del gruppo dei Pac, Battisti è stato condannato in Italia in via definitiva a due ergastoli e a svariati anni di carcere per 4 omicidi compiuti negli anni '70, insurrezione armata, possesso illegale di armi, rapina e furto. Ha vissuto per anni latitante in Francia, grazie alla cosiddetta "dottrina Mitterand". Quando nel 2004 le autorità francesi lo arrestarono e concessero l'estradizione verso l'Italia, Battisti riuscì a fuggire rifugiandosi in Brasile. Fu arrestato a Rio de Janeiro nel 2007. La richiesta di estradizione proveniente dall'Italia venne rifiutata nel gennaio 2009 dall'allora ministro della Giustizia, Tarso Genro, che creò un'aspra polemica fondando la sua decisione sul timore di una presunta persecuzione di Battisti in Italia per le sue idee politiche.

La Corte Suprema annullò nel novembre dello stesso anno la delibera di Genro concedendo l'estradizione, condizionata però alla decisione finale di Lula, che decise invece per il no all'estradizione. Decisione ratificata con la concessione della libertà all'ex membro dei Proletari armati per il comunismo concessa dal Supremo Tribunale Federale l'8 giugno 2011. 
 

domenica 1 marzo 2015

La Lega a Roma: tanta Meloni, poco Salvini




 da tribunaitalia.it

#RENZIACASA – In una Piazza del Popolo quasi gremita di persone, sfilano sul palco gli ospiti di Matteo Salvini: dal rappresentante degli esodati Claudio Ardizio, al pescatore ligure Lorenzo Viviani, passando per Gianni Tonelli, presidente nazionale del sindacato di polizia Sap

A parlare c’è anche Simone Di Stefano, esponente di Casapound. Insomma, la destra sociale italiana e romana al gran completo. Appare in un videomessaggio anche Marine Le Pen, e a concludere il comizio c’è proprio lui, Salvini, l’aspirante leader del centrodestra. Ma a rubare la scena è stata Giorgia Meloni, Presidente dei Fratelli d’Italia. Con la solita veemenza che la contraddistingue, non ha risparmiato nessuno. Da Marino (a cui segretamente – ma neanche tanto- vorrebbe sottrarre la poltrona di sindaco di Roma), al Presidente del Consiglio (“Renzi è il figlio segreto di Vanna Marchi”), passando per le istituzioni europee, accusate di non prestare attenzione alle esigenze dei popoli del vecchio continente.

CHI E’ IL VERO LEADER? - Il discorso di Salvini è risultato noioso, monotono. Usa le stesse parole per esporre gli stessi concetti, somigliando sempre più al suo nemico Renzi. Ma a differenza del leader del Carroccio, l’ex sindaco di Firenze qualche volta cambia il tono di voce, non martellando le orecchie degli ascoltatori insistendo sulla stessa nota. Matteo Salvini avrà forse convinto chi voleva convincere, ma un vero politico si vede anche nella verve che mette per esprimere i propri pensieri. E’ sembrato quasi stanco, infiacchito, spossato, con una voce fastidiosamente gracchiante. Tutto il contrario la Meloni, che col suo tono squillante e vivace ha saputo colpire gli astanti e attirare l’attenzione anche di chi la ascoltava per semplice curiosità.

“Basta sbarchi, l’ISIS controlla le coste libiche. Vogliono mandarci Prodi? Mandiamoci Prodi, così gli introduce l’euro e li uccidiamo in qualche mese”, così esclama parlando della situazione libica. I temi sono inevitabilmente gli stessi di Salvini, ovviamente, ma lo stile e lo spirito sono profondamente diversi.

“L’unico Nazareno che rispettiamo è Gesù”, ha commentato la Meloni, che fa dell’ironia un suo punto di forza. Ironia che non sorride a Salvini, che ha saputo solo inventare una misera battuta: “Non dite vaffanculo che se no Renzi ci mette sopra una tassa” 
Isis, patto del Nazareno, ma non solo.

Colpisce proprio dove voleva colpire, quella sinistra odiata e con la puzza sotto il naso che, culturalmente, non può non attaccare: “Basta tasse, ci stanno ammazzando! Lo so che alla sinistra piacciono tanto, anche se poi l’intellighenzia della sinistra, uno come Gino Paoli, nasconde i soldi in Svizzera per evadere il fisco. Soldi presi in nero dalle feste dell’Unità”.

Non poteva non regalare qualche parola anche al sindaco Marino: “Marino verrà posizionato fra le catastrofi della storia millenaria della città appena dopo il sacco dei Lanzichenecchi e l’incendio di Nerone. Non vogliamo vedere Roma ridotta così”.

Insomma, più che la consacrazione di Salvini, oggi è stata la giornata di Giorgia Meloni. Ma questo, spetterà agli elettori di destra deciderlo.