venerdì 17 novembre 2017

Goffredo Mameli morì a 21 anni per Roma. Il suo inno ora è nazionale



da corriere.it

Quando Goffredo Mameli scriveva le parole del suo inno, non poteva immaginare che 170 anni dopo sarebbe davvero diventato “il canto degli italiani” anche per il Parlamento repubblicano, da lui vagheggiato fin dallo storico telegramma a Mazzini: “Roma, Repubblica, venite!”. In questo lungo tempo, l’inno di Mameli è stato denigrato in tutti i modi possibili. Si dice sia retorico. 
Ma le parole sono retoriche quando sono contraddette dai fatti; quando i fatti le confermano, allora sono carne e sangue. Mameli era davvero pronto alla morte; infatti morì, a ventuno anni, nella difesa di Roma, confortato da Cristina Trivulzio di Belgioioso, altra grande italiana. 
Non fu ferito dai francesi ma da un commilitone, si obietta. A parte il fatto che non è per nulla certo, cosa cambierebbe? Forse che i fanti morti di tifo o di febbre spagnola nella Grande Guerra e gli alpini congelati in Albania e in Russia meritano meno la nostra pietà e la nostra riconoscenza dei caduti in combattimento? Si sostiene che abbia «rubato» le parole a un religioso, padre Atanasio Canata. E se anche fosse? «Il sangue gli appartiene» direbbe Cyrano. Il punto è che il Risorgimento, di cui Mameli fu volontario e spirito libero, è molto denigrato in un tempo di autocommiserazione nazionale, alimentata dalla Rete. Eppure, goccia a goccia, l’inno di Mameli — musicato da Novaro — è penetrato nell’animo della nazione. Ciampi ha fatto molto per questo. 
Persino i calciatori l’hanno imparato (anche se continuano a dire «corte» invece di coorte). Si è finalmente capito quel che appariva già chiaro, che «schiava di Roma» non è l’Italia ma la vittoria. E si comincia a cantare anche la seconda strofa: «Noi siamo da secoli calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi». C’è voluto oltre un secolo e mezzo; ma è sempre meno vero.

mercoledì 8 novembre 2017

Il 30 ottobre 1885 nacque Ezra Pound, il poeta che incantò i giovani di destra



di Gloria Sabatini

"Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui”. Chi tra gli adolescenti (di destra?), oggi quarantenni e cinquantenni, non ha esposto in camera un poster nero con il profilo argento di Ezra Pound e questa frase? Ormai celeberrima, diventata un motto, anche usa e getta, ma dal sicuro impatto emotivo.

Auguri Ezra Pound, Omero del 900

Oggi ricorre l’anniversario della nascita del poeta americano, nato il 30 ottobre 1885 a Hailey, nello stato dell’Idaho. Poeta, scrittore, nume immaginifico. Vittima sacrificale di un Occidente usuraio e miope, Pound visse nei pressi di Filadelfia sino a quando, nel 1925, non si trasferì in Italia, a Rapallo, dopo un viaggio in Europa compiuto con la famiglia dal quale tornò sedotto dal Bel Paese. Tanto sedotto che ne fece un altro con pochi dollari in tasca, perché – pensava il poeta americano – «per dare il meglio è necessaria qualche restrizione e per viaggiare deve stare tutto in non più di due valigie».

L’arresto e la prigionia

Visse in pieno l’Italia del Ventennio aderendo al Fascismo mussoliniano in nome di un superamento delle contraddizioni della destra e della sinistra («Mille candele insieme fanno splendore. La luce di nessuna candela danneggia la luce di un’altra. Così le libertà dell’individuo nello stato ideale e fascista») dove restò fino al 1945 dedicandosi alla stesura dei Cantos. Una produzione immensa, la sua: lettere, poesie, scritti di economia (quasi un’ossessione) e un mescolarsi di fluidi che lo avvicinano e lo allontanano dai “grandi” dell’epoca (nel 1914 diventa segretario di Yeats, altro gigante del Novecento, e impose la pubblicazione delle prime poesie di Eliot). I suoi discorsi, la sua lucida follia, l’adesione al Fascismo: troppo per essere tollerata dall’Italia e dall’Europa che stavano precipitando nel cratere della Seconda guerra mondiale. Così venne catturato dai partigiani, imprigionato e consegnato alle forze armate statunitensi. Per tre settimane Ezra Pound resta rinchiuso in una gabbia di ferro, esposto al sole di giorno e agli accecanti riflettori di notte. Trasferito poi sotto una tenda, gli viene concesso di scrivere. E finisce di comporre i Canti. Trasferito a Washington, fu dichiarato traditore e condannato alla pena di morte. Al processo, un vergognoso rito funebre ante mortem, venne dichiarato infermo di mente e rinchiuso per dodici anni nel manicomio criminale di Saint Elisabeth. Il «matto» aveva il diritto di ricevere visite, pur­ché concordate, ed era quoti­dianamente assistito dalla moglie. Nel 1958, finalmente liberato, si rifugiò a Merano dalla figlia Mary. Il 1 novembre 1972  morì a Venezia, che tanto amava.

Nume contro l’usura e la vanità

Di Pound, al quale venne negato il Premio Nobel per le sue simpatie “scorrette”,  è stato scritto quasi tutto, in Italia venne scandagliato nel pensiero e nell’anima da Giano Accame, cultore mai retorico di Ezra Pound, fu riletto da Pier Paolo Pasolini, culturalmente e politicamente, quanto di più lontano dal Poeta anti-iusura. Nume contro l’ombra di Wall Street che ha insegnato, a chi vuole ascoltare, che il contrario del mercato non è la democrazia, ma il tempio (The temple is holy because it is not for sale. Il tempio è sacro perché non è in vendita). Ma anche Poeta contro la vanità. “Strappa da te la vanità/ Quello che veramente ami rimane/il resto è scorie/Quello che veramente ami non ti sarà strappato/Quello che veramente ami è la tua vera eredita”.

martedì 7 novembre 2017

Sicilia, Mollicone: Vittoria Musumeci è omaggio a Borsellino. Cancellieri si vergogni. M5s totalitari e omeopatici al sistema mondialista


da fratelli-italia.it
 
Il più bel significato della vittoria di Nello Musumeci è certamente che questa avviene nel segno di Paolo Borsellino.
 
La coalizione che lo sostiene, la sua lista e Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia hanno vinto seguendo il suo esempio. “Sarà bellissima” era l’auspicio dell’indimenticabile magistrato antimafia rispetto alla Sicilia . E ora Borsellino è un simbolo più forte per tutti i siciliani che ci hanno dato fiducia e per gli italiani che ce la daranno. Cancelleri si dovrebbe vergognare di quello che ha dichiarato e chiedere scusa a Musumeci.

Fratelli d’Italia dalla Sicilia a Roma dimostra di essere traino della nuova alleanza e siamo contenti di vedere che anche chi aveva inizialmente espresso scetticismo verso la candidatura di Musumeci ora la rivendichi con orgoglio. Vuol dire che abbiamo tracciato una strada seguita da tutti i partiti della coalizione.

Ora occorre vincere a Roma e poi in Italia per fermare la deriva inquietante di un forza politica come i 5 Stelle a vocazione totalitaria. A Roma, infatti,  la Raggi chiude illegittimamente il circolo storico di Colle Oppio, ma perde comunque la metà dei voti nel X municipio in poco più di un anno, Di Maio rifiuta i confronti in tv e il movimento ha fatto della disinformazione e delle fakenews la propria arma politica. In realtà il M5S è omeopatico al sistema mondialista che vuole distruggere la politica.

domenica 5 novembre 2017

Colle Oppio (di A. Pennacchi). Raggi, solo un barbaro incolto può ignorare la storia della sede del Msi-An-FdI


da barbadillo.it

Lo scrittore Antonio Pennacchi, autore del romanzo cult “Il Fasciocomunista”, ha scritto per il Fatto quotidiano un commento sull’incivile scelta della giunta Raggi di mettere i sigilli alla sede postfascista di Colle Oppio
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I fasci stanno tutti incazzati perché la sindaca Raggi gli ha chiuso a Roma la storica sezione del Colle Oppio. Ci si erano messi dentro – in un paio di grotte ricavate da antichi ruderi abbandonati – già nel 1946, prima ancora di fondare il Msi. Anzi, si può dire che il Msi sia nato proprio lì. Ma lei adesso li ha sfrattati di notte con la forza dei vigili urbani, ha messo i sigilli e via, fuori dai piè: “Una situazione incancrenita. Non pagavano l’affitto dal 1972”. Non so se abbia anche detto affittopoli e un importante bene archeologico da restituire alla collettività. Ma certo: “Uno scandalo a cui è stato posto fine”, ha sentenziato l’assessora Castiglione. La Meloni da parte sua giura che non è vero: “L’affitto, anche se basso, lo abbiamo sempre pagato”. Ma non è questo, evidentemente, il punto.

Il punto è cosa rappresenta il Colle Oppio. Io da ragazzo chiedevo che si chiamasse così perchè ci vendevano gli oppiacei. Invece no. O meglio, sicuramente tra i prati e i cespugli del colle si sarà fatto e si farà forse tuttora – come in ogni giardino pubblico di questo mondo – anche spaccio e consumo di droga. Ma si chiamava così già dai tempi dell’Antica Roma – Mons Oppius – e Nerone ci costruì la Domus Aurea, la sua Casa d’Oro. Poi Traiano gliela sotterrò o buttò giù, e ci fece le terme sue. Col tempo sono cadute anche quelle e alla fine i fasci di Roma – tornati sconfitti dalla Rsi di Salò – nel 1946 ci si rifugiarono irriducibili per i loro primi incontri. È storia anche questa, pure se può non piacere.

Solo un barbaro incolto – senza scuola, senza storia, senza studi – può permettersi di disconoscere il ruolo fondamentale svolto dai partiti politici in questo Paese negli anni Cinquanta e Sessanta. 
Tutti i partiti, compreso il Msi, furono un primario fattore di integrazione sociale. Le sezioni erano piene di gente che discuteva e stava assieme. Ci si dilaniava, a volte, ci si scontrava. Ma tutti assieme costruirono quello straccio di democrazia che pure abbiamo e il miracolo economico e lo sviluppo di cui anche i grillini oggi vivono e godono. Un minimo di rispetto per i sentimenti e le passioni che in quei luoghi si sono dati e sedimentati, dovrebbe essere d’obbligo. A me piange il cuore ogni volta che passo per le Botteghe Oscure e le vedo vuote, senza più il Pci. Anzi, quel poco che ne rimane sta in mano a Renzi. E così per il Colle Oppio. Per quanto concerne il “bene archeologico”, non facciamo però ridere i polli. Io in quella sede – quando ero fascio – ci ho dormito una notte del 1966, a guardia con altri della sezione, da temuti attacchi comunisti; era il periodo degli incidenti all’università dopo la morte dello studente di sinistra Paolo Rossi. Poi c’ero tornato, qualche mese dopo, ad assalirla, direi, insieme ai Volontari del Msi di Alberto Rossi, detto il Bava. Quello era un partito fatto così: la dialettica interna spesso passava dalle parole ai fatti. Ma non trovammo nessuno. La sede era vuota. Aspettammo aspettammo e poi ce ne andammo. L’anno dopo invece, 1967, quelli mi hanno espulso dal partito loro e io passai a sinistra – che dovevo fare, se no, stavo senza partito? – estrema sinistra e questa storia sta tutta ne Il Fasciocomunista. Ma nella sede del Colle Oppio io giuro e rigiuro che non c’era un solo pezzo di marmo, statua, pittura o mosaico. Solo mattoni sgarrati sui muri e sulle volte, e secchi per la colla, tavoli e palanche su cui sedersi e manifesti della fiamma. Niente di più, niente d’artistico, solo – al massimo – qualche busto del Duce. Ma niente da far vedere ai turisti, se non – appunto – la storica sede del Msi. Dice: “Vabbè, ma sono antiche mura”. Ho capito, ma tutta Italia è piena di antichità, soggette poi a riuso. Pure S. Maria degli Angeli – fatti conto – sta dentro le Terme di Diocleziano (che non era poi uno tanto tenero coi cristiani). Perchè la Raggi non sgombra anche S. Maria degli Angeli? Dice: “Eh, ma lì c’è passato Michelangelo”. Embè? Pure qua c’è passato chissà quante volte Graziano Cecchini, quello del rosso a Fontan de Trevi. Dite alla Raggi – se proprio insiste – di fargli affrescare la sezione del Colle Oppio e stiamo pari. (dal Fatto quotidiano)
@barbadill

giovedì 2 novembre 2017

Colle Oppio, la Raggi, la memoria e la storia


di Giampaolo Rossi

LA COLLE OPPIO
A Roma la chiamano “la Colle Oppio”: è la più antica sede politica della Destra in Italia. È qualcosa di più di una sezione di militanti.
La Colle Oppio è un pezzo della storia politica del nostro paese, parte fondante di una memoria fatta di uomini, donne, idee, sacrifici.

Nel 1946, in quei locali che allora erano solo dei ruderi nell’area delle Terme di Traiano, trovarono rifugio i primi esuli istriani in fuga dalle persecuzioni comuniste; respinti in molte città italiane furono accolti dai giovani del Movimento Sociale Italiano che trasformarono quelle “grotte” in spazi di accoglienza.

OCCHI AZZURRI
La Colle Oppio divenne, grazie a quegli esuli, una sezione politica che ha attraversato gli anni di piombo, le bombe e gli attentati… e i morti.
Stefano Recchioni era un militante di Colle Oppio e aveva vent’anni o giù di lì, quando il proiettile di un carabiniere sparato ad altezza d’uomo, lo colpì alla testa in quella infame notte di Acca Larentia, dove brigatisti prima e forze dell’ordine poi, fecero fuori tre ragazzi del Fronte della Gioventù di Roma.

Quando Sergio Zavoli in una storica intervista chiese a Francesca Mambro la “pasionaria nera” del terrorismo di destra, perché una ragazza di buona famiglia avesse deciso di abbracciare la lotta armata, lei confessò di averlo deciso proprio quella notte ad Acca Larentia.
E poi alla domanda su quale colore le veniva in mente per ricordare gli anni di piombo, lei rispose: “l’azzurro… l’azzurro mare degli occhi del primo amico che mi è morto accanto”: parlava degli intensi occhi azzurri di Stefano Recchioni. 

Negli anni poi, “la Colle Oppio” ha trasformato il volto della Destra italiana; è stato il luogo delle avanguardie studentesche, delle esperienze editoriali eretiche, del movimentismo giovanile.

Quando Gianfranco Fini ancora rilasciava interviste sul “Fascismo del 2000″, a Colle Oppio si organizzavano gruppi di studi sulla cultura del superamento mettendo insieme Gramsci e Ezra Pound, Pasolini ed Ernst Jünger; si praticava il dialogo, si organizzavano iniziative sociali per il quartiere e la città, si scardinava il ghetto dentro il quale una Destra nostalgica e marginale si era rinchiusa per paura di sfidare la complessità del mondo.

Fabio Rampelli, oggi uno dei leader di Fratelli d’Italia, trasformò un sezione politica in uno dei più originali laboratori di metapolitica in Italia; furono i ragazzi di Colle Oppio, alla fine degli anni ‘90, ad organizzare le prime tende di solidarietà per i barboni che stazionavano nel parco; furono loro a sporcarsi le mani, a dormire in quelle tende con i diseredati, non i fighetti di sinistra.
Furono questi militanti a creare le catene di assistenza con la vicina Caritas di Don Luigi Di Liegro, che rispettava quei ragazzi e non esitava a partecipare ai loro dibattiti in sezione.

A Colle Oppio nacquero le prime associazioni di volontariato e da Colle Oppio proveniva Paolo Colli (un’anima straordinaria scomparsa prematuramente) e fondatore dell’ecologismo di destra che costrinse a spostare l’asse della sensibilità ambientalista fuori dagli schemi ideologici della sinistra.
Furono i ragazzi di Colle a organizzare le prime carovane di aiuti nella Bosnia e nel Kossovo devastati dalla guerra.

Oggi quella sezione, punto di forza del Movimento di Giorgia Meloni, è uno dei pochi presidi di presenza sociale per le famiglie di un quartiere degradato e abbandonato a se stesso dove immigrati e clandestini bivaccano in una delle aree archeologiche più belle del mondo, di fronte al Colosseo.

“TORNIAMO SUBITO”
La sindaca Raggi ha fatto mettere i sigilli alla storica sezione senza alcun rispetto per ciò che essa rappresenta; di notte, come i fantasmi, un gruppo di Vigili inviati dalla “inverosimile sindaca”, hanno chiuso questo pezzo di storia. Senza neppure notificare prima l’atto.
Il motivo: “non pagherebbero l’affitto dal 1976″; cosa non vera perché la situazione è stata sanata e in questi giorni gli uffici del Comune stavano trattando il nuovo contratto di locazione.

Tutto questo in una città dove ci sono oltre 100 palazzi occupati illegalmente (non due locali di un rudere ma interi immobili).
Dove in ogni quartiere stanno sorgendo moschee abusive e centri islamici clandestini.
Dove sono decine i Centri Sociali occupati dalla sinistra estrema e trasformati (fuori da ogni legge e controllo da parte della Raggi) in attività commerciali e locali notturni.
Dove sorgono come funghi baraccopoli sugli argini del Tevere o Campi Rom abusivi.

La Raggi ha fatto, con un gesto arbitrario, quello che non sono riuscite a fare le Brigate Rosse, né hanno mai pensato di fare i sindaci comunisti rispettosi comunque di un pezzo di memoria della città.
La Storia di Colle Oppio è così grande che non può essere compresa da un minuscolo sindaco privo di cultura politica e corpo estraneo a questa città.

I ragazzi di Colle Oppio hanno affisso un cartello sulla porta della loro sezione: “Torniamo Subito!”
Ne siamo sicuri; non appena questa gang di marziani catapultata in Campidoglio da un singhiozzo della storia sarà rispedita nei bassifondi di quell’anti-politica da cabaret che li ha generati.