mercoledì 20 dicembre 2017

La politica da mediano di Fabio Rampelli (Fdi)


da opinione.it

È un mediano. Un interdittore. Fabio Rampelli si racconta a “L’Opinione” ripercorrendo il suo passato. Questo ritratto parte dai primi anni vissuti in politica. I ricordi delle scuole medie e poi del liceo sono ancora chiari e stampati nella sua mente. Erano gli anni Settanta e Roma era teatro di un duro scontro, anche fisico, tra comunisti e neofascisti. Lui ha sempre detto no alla violenza. E ora, in Fratelli d’Italia, si prepara ad affrontare senza rinnegare nulla la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018.

In che anno ha iniziato a fare politica? E dove?

Il mio primo approccio risale alla scuola media sperimentale “Petrocchi” nel quartiere Appio-Tuscolano di Roma. Proprio vicino al Liceo classico “Augusto”, territorio di confine tra il circolo del Fronte della Gioventù (di destra) e le sezioni politiche di sinistra. Un quartiere spaccato. Gli scontri tra i militanti della destra giovanile e gli attivisti del Partito comunista erano all’ordine del giorno. Noi della scuola media, nonostante la tenera età, dovevamo prendere parte, almeno come tifosi: scegliemmo il Fronte della Gioventù, almeno nella mia classe. Avevamo appena 13 anni e si trattava solo dei primi sintomi. Era il 1973. L’inizio vero e proprio dell’attività politica risale, però, agli anni del liceo. I miei genitori per evitare problemi e tutelare la mia incolumità, proprio per i confronti spesso violenti che si creavano nel quartiere, mi spedirono al Liceo scientifico “Righi”, un liceo che aveva la fama di essere “tranquillo”, ma gli anni Settanta non lo risparmiarono. Erano inconsapevoli che distasse appena 500 metri dal rosso “Tasso”. E fu così che, probabilmente per reazione a quella presenza, nel “Righi” iniziò a prendere forma una presenza di studenti di destra. La tensione si fece alta, il clima micidiale.

Come è cambiato, da allora, il modo di conquistare il consenso dei cittadini e di combattere le proprie battaglie politiche?

È cambiato in modo radicale. Fortunatamente si è potuto gettare alle spalle l’uso della forza. Per noi di destra era una continua violenza, sia morale che fisica, subita quotidianamente. Un incubo. Io ero terrorizzato ogni volta che uscivo di casa o che ci tornavo. Il passaggio decisivo la destra lo compì quando si mise in testa di rientrare all’Università “La Sapienza” dopo la “cacciata” del 1968, ma stavolta in modo definitivo dopo tanti approcci estemporanei e transitori. Decidemmo di non accettare più le provocazioni dei collettivi, di non rispondere mai agli agguati, rischiando spesso la nostra incolumità, un vero e proprio approccio gandhiano adottato dal nostro Movimento, “Fare Fronte per il Contropotere Studentesco”: rispondere alle aggressioni con la goliardia e l’ironia, cercando di ridicolizzare gli estremisti di sinistra. Loro continuavano con la violenza, ma pian piano iniziarono a isolarsi, perfino la sinistra “ortodossa” gli voltò le spalle e per noi fu un gioco da ragazzi. È così che ci siamo conquistati la possibilità di fare assemblee, gestire servizi per gli studenti, organizzare incontri culturali con i nostri intellettuali di area. Il tutto era orientato a tentare di rispondere allo scontro degli anni Settanta con la cultura dell’incontro, il confronto civile tra diverse sensibilità. Chiamavamo questa “rivoluzione” copernicana “Comunità studentesca” e lo strumento per costruirla “logica del superamento”.

Come ricorda l’esperienza di Alleanza Nazionale? Più i lati positivi o le occasioni mancate?

Alleanza Nazionale è stata una bellissima scommessa, ma persa. C’era l’idea affascinante di superare il neofascismo, di proiettare la destra verso il futuro, di renderla un movimento politico moderno ed europeo. Di farla tornare fuori dalle secche delle ideologie del Novecento. Questa la parte positiva che non mi sento affatto di rinnegare. Ma l’applicazione si è rivelata devastante. Si è iniziato a prendere le brutte abitudini della peggiore partitocrazia della Prima Repubblica: tatticismo, arroganza, uso spregiudicato del potere, correnti. È mancata la giusta chiave di lettura per mantenere alta la tensione ideale e morale, capace di rappresentarsi con una rettitudine esemplare nel governo della cosa pubblica. Poi non è possibile non parlare della decisione di Gianfranco Fini di entrare nel Pdl, mandando anni di lotte e di storia in malora. Noi eravamo presenti, ma ininfluenti, nessuno può rimproverarci quella scelta. E in ogni caso se la tensione morale e la capacità organizzativa della destra si fossero manifestate nel leader dell’epoca, anche il PdL poteva essere uno strumento idoneo... Ma c’erano altri interessi in gioco e tutto è finito con la casa di Montecarlo e i rapporti con il signor Corallo. Uno schifo.

C’è qualcosa che non rifarebbe?

Tutto quello che è accaduto prima di Alleanza Nazionale io lo rifarei. È stato un percorso lineare. Non ho mai accettato la logica dello scontro e quindi ho costruito, attraverso la comunità politica di cui sono espressione, il nostro presente. Ho avuto la forza di ribellarmi alle catastrofi di An e del Pdl. E con Giorgia Meloni abbiamo dato vita alla scommessa di Fratelli d’Italia.

Il Rampelli degli inizi è molto diverso dal Rampelli di oggi?

Nella carriera politica mi ci sono trovato per sbaglio. Avevo studiato, sono abilitato a svolgere la professione di architetto, che ho anche iniziato a praticare con soddisfazione, da disegnatore e poi da progettista, avevo altre prospettive. Ma nel 1993 esplose “Tangentopoli” e la destra ebbe l’immediato bisogno di candidare, al fianco di una classe dirigente che aveva dimostrato grande stoffa, tanta altra gente di diversa natura e provenienza. Ecco che prende forma, tra giovani che detestavano le istituzioni, credevano poco nella democrazia rappresentativa e avevano anche un pessimo rapporto con il Movimento sociale italiano, il desiderio di irrompere nei palazzi del potere per portarvi uno spirito nuovo. Vivemmo quella fase come fosse quasi un “assalto” alla cittadella del male. Bandimmo i “faccioni” sui manifesti in campagna elettorale e varammo la prima volta di una propaganda senza volti, tutti sintetizzati dal simbolo del gabbiano Jonathan Livingston, per un’esperienza quasi mitologica. Scegliemmo quell’immagine perché era quella con la quale per oltre dieci anni ricordammo Stefano Recchioni, militante di Colle Oppio ucciso nella Strage di Acca Larentia il 7 gennaio del 1978. Un po’ desideravamo portare i nostri ragazzi con noi, un po’ volevamo che ci proteggessero in quell’avventura “pericolosa”.

Come descriverebbe, finora, l’esperienza di Fratelli d’Italia?

La definirei un “capriccio” della politica italiana. Un impulso fondamentalmente irrazionale che si lega a una cultura politica millenaria. E che annoda insieme le tradizioni più profonde dei popoli, le identità e le culture che hanno permesso la costruzione della civiltà occidentale. Lo spirito solidaristico. Le capacità di mettere insieme tanti diversi per fare sintesi come ci insegnano gli antichi Romani. Mettere insieme questa roba in un partito non può essere che un capriccio. Poi i partiti, come diceva Robert Michels, nascono per rivoluzionare il mondo e affermare i propri principi, per poi ritrovarsi a esistere per preservare se stessi. È la storia dei partiti della Prima e della Seconda Repubblica. Fratelli d’Italia non ha ancora conosciuto questa fase e speriamo non la conosca mai.

Come vede la candidatura di Giorgia Meloni alla leadership del centrodestra?

Giorgia Meloni è uno dei leader del centrodestra. Quindi non si tratta di dare un giudizio dall’esterno. È nei fatti. Il suo indice di gradimento è elevatissimo. Probabilmente si tratta dell’unico leader del centrodestra capace di superare il proprio campo intercettando adesioni in tutti gli schieramenti. E penso che sia il perfetto punto di incontro di diversi elementi: proviene da un quartiere popolare, è stata la prima leader nazionale donna di un movimento giovanile, è preparata e ha profondità. Il fatto che abbia conservato la capacità di essere sempre autentica la fa molto apprezzare dalla gente, abituata a politicanti che non dicono mai la verità o che nascondono le proprie opinioni quando le ritengono scomode. È capace di essere mamma e militante: dolce e determinata. Ingredienti imprescindibili per una leadership.

Gira voce che a Roma il vero leader sia lei, è vero?

Penso di aver dimostrato quello che volevo realizzare con la mia militanza e non credo ci sia bisogno di appellativi. Non sono il leader di Roma, sono una persona che ha sempre combattuto con schiettezza e limpidezza per affermare i propri valori. Giorgia è romana come me e ha “numeri” davvero importanti e quindi, se ci dobbiamo attenere alla definizione scelta per questa domanda, la leader è lei, anche la leader romana. Io mi sento riferimento per un progetto di trasformazione della società e Giorgia Meloni è l’alfiere indiscusso di questo progetto.

Quanto spesso la Meloni viene da lei per un confronto? Magari per chiederle un consiglio…

Quando la politica è sana, tutti vanno da tutti. Ci si confronta sulle principali scelte, solo nei “partiti-azienda” o in quelli “ereditari” c’è uno solo al comando che come si sveglia la mattina prende decisioni e le propina ai sudditi. Giorgia viene da me molte meno volte di quanto io non vada da lei.

Lei è raramente sulle prime pagine dei giornali, eppure sembra che nella Capitale sia una potenza in quanto a potere decisionale su nomine e strategie…

Non sono una potenza, già l’ho detto. Questa suggestione rischia di inquinare il mio lavoro disinteressato per il “bene comune”. Magari potessi decidere delle nomine. Quando ho avuto questa opportunità ritengo di averla esercitata in modo assolutamente proficuo per la comunità. Purtroppo gli spazi sono sempre stati limitati perché sia Francesco Storace che Gianni Alemanno, dopo aver utilizzato le energie del mondo che gli portavo in dote, hanno cercato di uccidermi politicamente con tecniche bestiali e antidemocratiche. Ma capisco perfettamente che il modello di cui ero paladino facesse paura e che non fosse controllabile. Era efficace ma gli dava fastidio, perché era autonomo dal potere e si fondava sulla cultura del dono, su una trasparenza esemplare e sulla competenza. Oggi non ho il potere di nominare nessuno. Sto raramente sui giornali perché sono più un mediano di spinta. Non è che nella vita tutti possono fare i centravanti. Ognuno ha il suo ruolo e io sono soprattutto un uomo di fatica che porta la palla e cerca di valorizzare le persone della squadra. Sono anche una figura di contenimento rispetto agli avversari, sono bravo nell’interdizione. Ma, attenzione, sono un mediano che sa anche fare goal. Sui media un partito che nel 2013 aveva l’1.96 per cento non può mandare troppe persone…

Cosa non ha funzionato nel ballottaggio di Ostia?

Il sistema si è terrorizzato e ha messo in campo la più grande manovra per legare il grillismo all’elettorato di sinistra. Il clima assurdo ha radicalmente cambiato la campagna elettorale, tra il primo e il secondo turno, avvantaggiando platealmente la candidata del Movimento 5 Stelle, che comunque ha fatto perdere ai grillini il 17 per cento in un anno e mezzo. Nel primo turno, in una campagna quasi normale, le cose sono andate molto bene. Virginia Raggi è stata giudicata negativamente dal 70 per cento degli elettori che sono andati a votare, cui occorre aggiungere buona parte di coloro che sono rimasti a casa. La nostra candidata, Monica Picca, ha ottenuto un gigantesco risultato e, se i media non avessero “pompato” quotidianamente e positivamente Casa Pound, salvo poi criminalizzarla subito dopo, saremmo andati al secondo turno in vantaggio, cosa che sarebbe risultata clamorosa, in perfetto allineamento con la vittoria di Nello Musumeci in Sicilia. Occorre constatare che la vicenda del clan Spada e il clima avvelenato che si è materializzato, ci ha costretti a giocare in difesa. Ogni giorno ce ne era una… Perfino uno sconosciuto, poi risultato essere il fratello di Roberto Spada, che si è precipitato a scendere da casa per farsi immortalare al fianco di Giorgia Meloni. Insomma, la Raggi a Ostia è “andata una Spada”…

A Roma (e nel Lazio) FdI è l’elemento trainante delle coalizione. Merito dei vostri esponenti e della vostra tradizione o debolezza degli altri partiti di centrodestra?

Per noi è importante che il centrodestra, insieme, abbia la maggioranza. Il valore delle performance della coalizione è molto più importante del valore in sé di FdI. Non è una novità il nostro primeggiare, perché la destra nel Lazio e a Roma è sempre stata nel cuore dei cittadini per ragioni storiche. Un consenso che è risultato prioritario rispetto a quello di Forza Italia. La Lega non è significativa qui, paga lo scotto di campagne violentissime contro Roma ladrona e contro il Sud.

Quante possibilità ha Sergio Pirozzi di essere il candidato del centrodestra alle prossime elezioni regionali del Lazio?

Il 50 per cento. Quando ci sono persone efficaci che prendono l’iniziativa, si dice che il nemico da sconfiggere è solo dentro se stessi. Noi abbiamo espresso un giudizio positivo sulla persona. Probabilmente qualche attacco al centrodestra al suo posto me lo sarei risparmiato, ma c’è lo spazio per recuperare.

Che giudizio si è formato sull’ormai prossima tornata elettorale?

Solitamente non sono ottimista. Sono realista. Ma credo che, se non si raccontano favole e non si organizzano complotti, noi andremo a vincere le elezioni politiche largamente. Spero in un crollo del Movimento 5 Stelle perché oggi rappresenta il male assoluto di questo Paese.

Fratelli d’Italia è pronta a correre unita alle altre, variegate, anime del centrodestra?

Certamente sì. Se ogni tanto si ha l’impressione di opinioni diverse all’interno della coalizione è perché è normale che più partiti abbiano sensibilità diverse, altrimenti sarebbero un solo partito. Ed è legittimo che ognuno abbia una sua visione delle cose. Un accordo tra persone responsabili si trova sempre, se in ballo c’è il futuro dell’Italia.

Quante possibilità ha il centrodestra di ottenere alle prossime elezioni una maggioranza sufficiente per governare autonomamente?

Secondo me ce la possiamo fare. Le simulazioni che abbiamo prevedono che l’autosufficienza per esprimere un governo omogeneo si raggiunga conquistando sulla parte proporzionale un 40 per cento. Ora siamo intorno al 37 per cento. E il 70 per cento nei collegi uninominali, cifra apparentemente altissima ma in realtà vicina. Credo che il risultato sia alla portata e siamo smaniosi di misurarci con le criticità del nostro tempo, al servizio dell’Italia.