domenica 10 febbraio 2013

Ustica: 32 anni e una verità...


di Pier Paolo Corsi

La Suprema Corte stavolta ce l’ha fatta, se non interamente, almeno in parte ha abbattuto il famoso “muro di gomma” creato dalle istituzioni italiane, dal Ministero della Difesa, dei Trasporti e delle Infrastrutture. «Non c’è dubbio – scrivono i giudici – che le amministrazioni avessero l’obbligo di garantire la sicurezza dei voli e che l’evento stesso dimostra la violazione della norma cautelare». Una sentenza che si commenta da sola e che finalmente mette un punto alla vicenda giudiziaria civile su quella che ormai a pieno titolo può esser definita “strage”. “Strage” è una di quelle parole che se pronunciate, in un momento di totale silenzio o di assordante confusione, provocano gli stessi effetti, sempre. Sgomento, insicurezza e in alcuni anche rabbia riferendosi alle reazioni dei comuni cittadini, mentre molto più fantasiose e variopintesono sempre state quelle delle istituzioni e dei loro componenti.

In particolare tra le reazioni variopinte è bene citare una che ebbe davvero un gran successo all’interno degli ambienti militari e che ben si distinse invece dalle confusionarie e caciaronedichiarazioni politiche, questa fu la maldestra quanto sconclusionata attività di eliminazione delle rilevazioni radar, delle comunicazioni con le torri di controllo, di qualsiasi traccia del passaggio dell’aereo di linea DC-9 Itavia nella prima serata del 27 Giugno 1980, in particolare dalle stazioni di rilevamento di Marsala, di Grosseto. Maldestri poi perché con il traffico aereo che imperversava sul Tirreno in quegli anni, si parla di aerei americani, francesi, libici, russi e naturalmente italiani, tutti militari, nonché un satellite russo, le tracce radar dopo un momento iniziale di mancanza di prove, sbucarono da tutte le parti.

A fronte delle suddette reazioni da parte degli organi dello Stato coinvolti parvero sospette e poco attendibili le rilevazioni dei periti di parte, i quali inizialmente supposero guasti tecnici causati da una cattiva manutenzione per poi virare su una bomba nascosta nella toilette. Rilevazioni che finirono per diventare l’emblema del grottesco, quanto poco meticoloso seppur piuttosto vergognoso modo di mettere a tacere le implicazioni degli apparati civili e militari italiani nonché di alcuni internazionali. Grottesche e vergognose poiché sempre materialmente confutate, ma sempre prese in considerazione da più di qualche giudice (un esempio lampante fu quello degli oblò che rimasero intatti o il non rilevamento di ustioni da esplosione sui corpi rinvenuti). Fortunatamente, dopo venti anni di indagini, 4000 testimoni, 115 perizie un’ottantina di rogatorie internazionali e 300 miliardi di lire di sole spese processuali e quasi trecento udienze processuali, sono stati identificati dal Tribunale di Palermo nel 2011 e ieri, 28 Gennaio 2013, confermati dalla Cassazione i civilmente responsabili della vicenda.

Individuati nei ministeri della Difesa, Trasporti e Infrastrutture e ritenuti colpevoli secondo le seguenti motivazioni: «L’omissione di una condotta rileva quale condizione determinativa del processo causale dell’evento dannoso soltanto quando si tratti di omissione di un comportamento di cautela imposto da una norma giuridica specifica, ovvero da una posizione del soggetto che implichi l’esistenza di particolari obblighi di prevenzione dell’evento, una volta dimostrata in giudizio la sussistenza dell’obbligo di osservare la regola cautelare omessa ed una volta appurato che l’evento appartiene al novero di quelli che la norma mirava d evitare attraverso il comportamento richiesto, non rileva ai fini dell’esonero dalla responsabilità che il soggetto tenuto a detta osservanza abbia provato la non conoscenza in concreto dell’esistenza del pericolo». Quest’analisi, però non vuole aprire un’ulteriore, un’ennesima inchiesta, ma semplicemente essere solo una fotografia che documenti come in Italia “i panni sporchi non si lavano in casa”, bensì (spesso) in compagnia di amici americani, libici e francesi e chi più ne ha più ne metta.

L’analisi, la fotografia allora si concluderà con due ultime deduzioni, corrette e confermate dalle varie commissioni che negli anni si sono succedute: esiste una responsabilità civile per non aver garantito la sicurezza dovuta ed è attribuita allo Stato Italiano, inoltre è appurato che l’aereo sia stato colpito da un missile, del quale non si sa né la provenienza, né la direzione a cui era destinato, né il motivo per cui avesse dovuto colpire invece il volo DC-9 Itavia.

sabato 9 febbraio 2013

Trent’anni fa moriva Paolo Di Nella, un’altra vittima senza giustizia


di Gloria Sabatini
Trent’anni fa moriva Paolo Di Nella dopo sette giorni di coma, vegliato dai suoi amici che, giorno e notte, nei corridoi del Policlinico Umberto I di Roma, avevano atteso invano che riaprisse gli occhi. Una morte assurda: quando Paolo venne colpito al cranio da due esponenti dell’Autonomia operaia il sapore acre degli anni di piombo, con il suo carico di caduti dall’una e dall’altra parte, sembrava un ricordo del passato. La destra giovanile aveva mosso passi importanti nel superamento delle contrapposizioni ideologiche, parte della sinistra cominciava a fare autocritica e il dialogo generazionale sembrava possibile.
Militante del Fronte della Gioventù, silenzioso, capelli lunghi e occhiali, Paolo era un ragazzo come tanti, lontanissimo dagli stereotipi del fascistello dei primi anni ’80, capelli corti e camperos. Lontano nei modi e nella visione della politica come servizio civile. Testardo. Si era messo in testa di restituire ai cittadini del suo quartiere il parco di Villa Chigi per destinarlo a centro sociale e culturale. E aveva speso gran parte della giornata dell’aggressione ad affiggere manifesti per rendere pubblica una raccolta di firme per l’esproprio. Verso le 11 di sera, mentre affiggeva manifesti in mezzo allo spartitraffico di Piazza Gondar, venne avvicinato da due ragazzi, apparentemente in attesa dell’autobus, e colpito al cranio. Rientrato a casa i genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi, l’ambulanza arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Il giorno dopo gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato. Troppo tardi.
Al capezzale di Paolo si presentò l’allora presidente della Repubblica, il partigiano Sandro Pertini,  fu un segnale di grande impatto e di svolta: per la prima volta un antifascista spezzava la vulgata “uccidere un fascista non è reato”. Eppure le indagini degli inquirenti non brillarono per “efficienza”: l’autonomo Corrado Quarra, dopo il riconoscimento di Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, venne arrestato per concorso in omicidio volontario con l’aggravante dei “futili motivi”. Dopo un secondo riconoscimento, però, la testimone indicò come secondo presunto aggressore un giovane non indiziato,  un amico di Quarra scelto per via della grande somiglianza. Ma quel tentativo di confonderle le idee la fece considerare non credibile dal magistrato. Quarra fu scarcerato e prosciolto da tutte le accuse e la tesi della “faida interna” ebbe la meglio sulla ricerca della verità.
Dal 1983, ogni anno,  Paolo viene ricordato a Piazza Gondar davanti al murales con la scritta “Paolo vive. Nel pomeriggio, dopo un ricordo del sindaco Alemanno, si svolgerà la consueta commemorazione: saranno in tanti, come sempre in questi lunghi trenta anni. Sarebbe un bel segnale se partecipasse anche un pezzo di popolo italiano, senza etichette politiche. Sarebbe una lezione per chi ancora oggi (solo un anno fa) si “diverte” a prendere a martellate la targa commemorativa di Di Nella collocata all’interno di villa Chigi. Che oggi è un parco pubblico e uno dei polmoni verdi della città.

venerdì 8 febbraio 2013

Le giovani coppie vogliono una casa!


di Gloria Sabatini

Due tende da campeggio semivuote: “Ecco tutto quello che possiamo permetterci”. Ore 9, piazza del Gesù, sotto la sede dell’Abi decine di giovani si sono ritrovati per chiedere lo sblocco del Fondo agevolato per l’acquisto della prima casa per le giovani coppie. Il sit in promosso da Fratelli d’Italia denuncia le “distrazioni” del governo Monti e protesta per il mancato rispetto da parte delle banche dell’applicazione del “Fondo di garanzia” per tutti quei soggetti considerati “non bancabili” istituito ad hoc nel 2010 dall’allora ministro della Gioventù Giorgia Meloni. «Le banche nascondono 50 milioni di euro», si legge nel volantino. Secondo un’indagine diAltroconsumo, infatti,  nove agenzie su dieci hanno ignorato il fondo governativo dicendo di “non conoscerlo”, insomma il gruzzolo è rimasto nelle casse degli istituti di credito. Da fondo per i giovani precari  è diventato il “Fondo salva banche” dove i risparmi vengono sbranati per le speculazioni finanziarie e tolti dalle tasche delle giovani coppie». Il professore salvaItalia, oltre ad aver smantellato gli uffici del dipartimento della Gioventù, ha aggravato il quadro «perché – spiega dai microfoni Marco Marsilio, uno dei partecipanti al sit in  – il ministro Riccardi difende le banche che vorrebbero modificare i criteri di erogazione e le garanzie per usare il fondo a favore di categorie già bancabili, mentre l’obiettivo del dicastero della Gioventù era proprio quello di garantire l’accesso alla prima casa per chi non rientra negli attuali parametri di mercato e non può quindi accedere ai mutui». Un governo serio dovrebbe imporre alle banche il rispetto degli impegni e obbligarle a tornare a fare il loro mestiere, invece di bruciare miliardi con derivati, truffe e speculazioni fallimentari.
Nell’ambito del  pacchetto “diritto al futuro” il ministero della Gioventù aveva costituito il fondo per permettere alle giovani coppie, con un reddito sufficiente ma di natura precaria, di ottenere un mutuo per l’acquisto della prima casa, anche se prive delle garanzie abitualmente richieste. Rigidi i requisiti per i beneficiari: giovani coppie coniugate (con o senza figli), età inferiore ai 35 anni, nuclei familiari anche monogenitoriali con figli minori; reddito complessivo non superiore a 35 mila euro, nessuna proprietà di immobili a uso abitativo. L’iniziativa venne accompagnata dalla stipula di un accordo tra il ministro della Gioventù e l’Associazione bancaria italiana (ABI) e la messa a disposizione da parte del  ministero di 50 milioni di euro confluiti nel fondo. Dei quali però si sono perse le tracce.

martedì 5 febbraio 2013

Foibe. Lo spettacolo “Io ricordo” di Emanuele Merlino da venerdì al teatro Morante di Roma



da barbadillo.it
«Quella che cerco di raccontare è una storia che inizia nel 1799 a Perasto, poi prosegue nei vitigni… e arriva alla tragedia di 350.000 esuli e 20.000 infoibati. Ma è un percorso che non finisce, continua a Trieste nel ’53 e, soprattutto, continua nella dignità degli esuli». Così Emanuele Merlino, dirigente del Comitato 10 Febbraio nonché  regista teatrale, presenta “Io ricordo”, che andrà in scena per la prima volta l’8 febbraio p.v. al teatro Elsa Morante (Piazza Elsa Morante, Roma).
La trama esteriore è estremamente semplice:  «Sulla scena ci sono due attori – racconta Emanuele Merlino, che di “Io ricordo” è autore, regista ed attore – uno sono io, che fondamentalmente interpreto me stesso. Per questo il titolo “Io ricordo”. Ovviamente non ho vissuto in prima persona la tragedia dell’esodo e non discendo da persone che l’abbiano vissuta, quindi mi limito a raccontare, esattamente come farei con un caro amico, da cosa nasce l’interesse così profondo per le vicende del confine orientale, vicende passate che, apparentemente, non mi appartengono».
Da cosa nasce questo pathos per la questione italiana sul confine orientale?
«Dall’amore. Quella che racconto è, in qualche modo, una storia d’amore:  per la propria terra, per la propria famiglia, la propria storia, la propria dignità. Credo che non sia il luogo in cui si è nati a fare la storia, la nostra storia, ma il sangue, la lingua, l’appartenenza. In Istria e Dalmazia, ormai settant’anni fa, arrivò qualcuno cercando di bandire una tradizione ed una lingua millenarie per sostituirle con il paradiso socialista ed una nuova lingua, quella slava. Gli esuli hanno scelto di abbandonare la propria terra per conservare un’identità. E al loro arrivo sono stati trattati come fuggiaschi, latitanti, criminali. Eppure hanno scelto comunque  l’Italia e l’hanno fatta grande.  Altri hanno imparato ad avere il rispetto dovuto attraverso il pianto, altri ancora con le bombe sui tralicci. Gli istriani l’hanno fatto raccontando le loro storie, ma soprattutto rimboccandosi le maniche e diventando grandi stilisti, penso ad Ottavio Missoni, o portando i propri pugni sulla vetta del mondo, come Nino Benvenuti. E l’hanno fatto con grandissima dignità. Non ho vissuto il loro dramma, ma ho appreso il loro insegnamento. E mi piace pensare che in modo diverso, anche se non c’entra nulla con l’Istria, c’è chi ancora combatte, come fecero loro settant’anni fa: contro gli americani che vogliono mettere il Muos, contro chi ci vuole convincere che la nostra cultura, la nostra terra e la nostra identità sono sbagliate e vanno sostituite».
Chi è l’altro attore?
«Giuseppe Abramo, giovane e molto preparato, che ha già alle spalle qualche esperienza importante, tra cui una parte nel “Marchese del Grillo”, al fianco di Pippo Franco. Lui, in genere, è un attore comico».
Come mai un comico per un dramma?
«In realtà per una serie di motivi.  Prima di tutto, da un punto di vista professionale,  Giuseppe è straordinario. Poi perché credo che chiunque sappia fare bene il comico sappia molto bene anche cos’è il dramma, la tristezza… Giuseppe secondo me era perfetto. È una persona senza pregiudizi, non impegnata politicamente, e questo status lo trasmette».
Quanto è legato questo spettacolo al Comitato 10 Febbraio?
«Moltissimo, mi piace pensarlo come un manifesto ideale del Comitato, che viene anche citato. Il Comitato 10 Febbraio è formato essenzialmente da giovani , per lo più non esuli e non figli di esuli. Ma riteniamo tutti a modo nostro che, per citare una canzone della Compagnia dell’Anello, un italiano non è tale se non è anche dalmata e giuliano … come anche siciliano o napoletano».
Una buona ragione per venire a vederti?
«Primo perché è gratis quindi un applauso non si nega a nessuno. Secondo perché la questione del confine orientale è stata variamente ripresa, tra i tanti Paolo Logli ha fatto uno spettacolo straordinario, raccontando la storia di un esule. Io invece racconto la storia di uno come tanti che ha deciso di impegnarsi. Forse è meno commovente, ma è una storia che ognuno potrebbe riconoscere come propria».
A cura di Silvia Quaranta

lunedì 4 febbraio 2013

Giù le mani dalla prima casa!


Sulla tragedia delle foibe l’Anpi preferisce schierarsi con Tito


di Gloria Sabatini (Secolo d'Italia)

“Tito Tito maresciallo assassino” era il ritornello di una canzone della compagnia dell’Anello molto amata dai giovani di destra a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Oggi c’è ancora chi nel nome dell’antifascismo militante e della resistenza partigiana, invece, fa il tifo per l’ex presidente jugoslavo. Dalle parte dell’Italia? Meglio Tito. A dieci giorni dalla “Giornata del ricordo” istituita nel 2004 per «non dimenticare» la tragedia dell’esodo giuliano-dalmata e lo scempio delle foibe titine, si riaffacciano qua e là i nostalgici della guerra civile, i negazionisti, gli irriducibili del braccio di ferro ideologico. 

“In fondo se lo sono meritata – è la vulgata della resistenza torinese guidata dall’Anpi – le vittime delle foibe sono criminali di guerra e non meritano il riconoscimento dello Stato italiano”. Complice la campagna elettorale che non risparmia toni duri e colpi bassi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia ha organizzato proprio per il 10 febbraio a Torino l’immancabile presidio “antifascista per la pace e la democrazia” con una mostra fotografica tutta ispirata all’equazione genocidio italiano uguale reazione legittima alle violenze fasciste. Peggio dell’oblio, siamo alla riedizione dell’odio ideologico contro il male assoluto da estirpare con tutti i mezzi. Tra i primi a reagire il consigliere Maurizio Marrone, classe 1982, capogruppo pidiellino al comune di Torino oggi arruolato in Fratelli d’Italia: «È una provocazione che giustifica il genocidio antitaliano e uccide le vittime per la seconda volta». 

«Quando avremo anche la capacità di rispettare i martiri senza strumentalizzazioni, saremo finalmente un popolo», dice Giorgia Meloni. Non è retorica di parte ricordare la storia di migliaia di italiani, legate col filo spinato, passate per le armi e precipitate ancora vive nelle foibe. E non è la favoletta raccontata dalla destra nostalgica e passatista. Basta andarsi a rileggere le parole pronunciate da Giorgio Napolitano in occasione del 10 febbraio 2006 che attribuiscono l’origine delle foibe a «un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Basta fare tesoro dell’appello alla memoria condivisa di un ex comunista come Luciano Violante quando nel lontano ’96 da neopresidente della Camera disse che «per condiscendenza nella storia scritta dai vincitori gli eccidi titini erano stati cancellati dalla memoria collettiva italiana». 

Da allora molto si è fatto e molto resta da fare per la costruzione di una identità nazionale comune: la provocazione degli ex Partigiani torinesi è un salto all’indietro che non fa bene alla comunità. Le cronache degli scorsi anni sono piene di distrazioni e strane dimenticanze. Il sindaco di Pistoia che interpretò la Giornata del Ricordo distribuendo nelle scuole della città un volume sull’argomento dal vago sapore giustificazionista. E il primo cittadino di Napoli, Luigi De Magistris al quale sfuggì di inserire le celebrazioni nel calendario Comune, salvo poi rimediare con un improvvisato incontro con gli studenti. Immaginate se il sindaco di Roma avesse dimenticato il giorno della memoria nel ricordo della Shoah.